Il Tirreno

Grosseto

Neorealismo e tradizione, addio a Seveso

di Gabriele Baldanzi
Marco Seveso
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Marco Seveso

L’autore del Guidoriccio in versione contemporanea aveva scelto Sassofortino come buen retiro. Il paese lo piange

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ROCCASTRADA. L’artista Marco Seveso è morto domenica, a Torino. Aveva 73 anni. Giovedì, il giorno dopo la Liberazione, è stato cremato e salutato, per l’ultima volta, dai tanti amici che lo avevano conosciuto e apprezzato, alcuni dei quali giunti da Sassofortino, dalla Maremma, la terra eletta come buen retiro. Lascia la moglie – Laura Tardito – e una figlia, Barbara. Ma soprattutto un patrimonio di opere che lo hanno reso famoso in Italia e all’estero.

Nato a San Remo nel 1945, Marco Seveso aveva frequentato in gioventù il liceo artistico di Torino, studiando disegno con Luigi Chessa e Sergio Saroni. La sua prima mostra personale nel 1964, alla Galleria “Il Giorno” di Milano.

Gli anni della formazione li trascorre nel vivace ambiente artistico di Albissola, incontrando da subito i favori della critica.

Proprio in questo periodo stabilisce rapporti culturali e di amicizia con Ortega, Bonelli, Tongiani, Gioxe De Micheli e Daniel Bec. Con quest’ultimi condividerà per tanti anni le vacanze in Maremma.

Seveso è stato sempre molto attivo nella città che lo aveva adottato, Torino. Era entrato a far parte del direttivo dell’Unione culturale di Franco Antonicelli e il suo nome compare tra i fondatori della cooperativa Arti Visive, insieme ai pittori Comencini, Fissore, Grosso, Longo, Rasma e Vigant. Negli anni Settanta scopre l’Alta Maremma. A Sassofortino, in località “L’Arnaio”, acquista – insieme a Gioxe De Micheli e Daniel Bec – una casa colonica che diventerà da allora un punto d’incontro, d’amicizia e di scambio culturale. Qui trascorre le vacanze estive, stringe amicizia con i paesani e partecipa alla vita sociale, organizza i capodanno e si entusiasma per i canti del Primo Maggio. È artista a tutto tondo, Marco Seveso.

Nel 1978 inizia a insegnare disegno e pittura alla scuola Arti Visive, poi all’Associazione Argonauti di Collegno e all’Euroarte di Torino. I suoi interessi abbracciano tutte le forme di comunicazione visiva: dalla pittura all’illustrazione, dalle varie tecniche grafiche alla decorazione. Sono numerose e frequenti le sue collaborazioni con poeti e scrittori nella realizzazione di cartelle e pubblicazioni, tra le quali la prima edizione illustrata della “Fontana narrativa” di René Char. La sua pittura viene inizialmente definita realista, ispirata da Bacon e Giacometti; poi, dopo gli anni Ottanta, diventa oggettiva e simbolica di disagio e alienazione. Più tardi punterà su immagini oniriche e surreali, fondendole con elementi di oggettività e di racconto.

Al territorio che lo aveva accolto lascia il famoso Guidoriccio neorealista.

Alla moglie, alla figlia, al fratello Giorgio, agli amici che gli hanno voluto bene, giungano le condoglianze della redazione di Grosseto de Il Tirreno.

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