Toscana
L’odissea di un’anziana “inseguita” dall’Inps
Da un anno la battaglia contro la richiesta di restituire più di 3mila euro L’istituto avrebbe sbagliato il calcolo dell’assegno sociale spettante alla donna
GROSSETO. Esattamente un anno fa Il Tirreno raccontò la storia della signora Rina, pensionata 80enne, a cui l’Inps chiedeva indietro – senza spiegazioni – la somma di 3.287 euro.
Rina percepiva e percepisce un assegno sociale da 161 euro mensili, non ha proprietà o conti correnti e vive con la pensioncina del marito (700 euro). Una situazione al limite. Il Tirreno si interessò del caso, approfondì la vicenda, coinvolse la sede grossetana dell’Inps e i competenti uffici romani, parlò con l’avvocato della signora e con il patronato a cui si era affidata. Un mese dopo sembrava tutto chiarito e risolto.
Ma ieri Rina ci ha di nuovo chiamato in lacrime. «È arrivata una raccomandata, uguale a quella dell’anno passato – spiega – con il bollettino da 3.287 euro da pagare entro il 23 aprile. Altrimenti mi scrivono che faranno il recupero coattivo… Io non ho fatto nulla. La mia situazione e quella di mio marito non sono mai cambiate, lo hanno verificato anche loro. Non ho riscosso soldi in più, ma i pochi che mi spettavano. Me lo hanno confermato al patronato. E anche l’Inps, a Grosseto, conosce la mia situazione e sa che è così. Perché continuano a perseguitarmi?». In effetti, nella lettera che la signora ci fa leggere, non si usano giri di parole. «Per il periodo 1 giugno 2010 – 30 novembre 2014 sono stati pagati 3.287,32 euro in più sulla sua pensione. Si allega bollettino che dovrà utilizzare per il pagamento della somma».
A Rina sembra di vivere un incubo. «Già ho poca salute e dormo poco… ma si rende conto? Come faccio a restituire quasi 3.300 euro se ne prendo poco più di 150 al mese? E poi la cosa paradossale è che l’errore non c’è. Mio marito dice che andremo in causa, ma non è che questo mi fa stare più tranquilla. Così c’è da pagare anche l’avvocato».
Secondo una recente sentenza della Cassazione il pensionato non deve restituire gli arretrati percepiti indebitamente, perché frutto di errori di calcolo, purché tali inesattezze non siano state determinate proprio dal suo comportamento in malafede. Resta fermo che, per il futuro, l’Inps potrà rideterminare l’importo della pensione per quanto effettivamente spettante al pensionato. Ma l’Inps non ha rideterminato nulla: l’importo percepito da Rina, prima e dopo il 2014 è quello corretto e lei, questo è indubbio, non ha certo compiuto truffe o tenuto comportamenti in malafede. Nella sentenza la Corte spiega i che le pensioni per la vecchiaia a carico dell’Inps possono essere, in ogni momento, rettificate in caso di errore di qualsiasi natura commesso in sede di attribuzione, erogazione o liquidazione della prestazione. Se però, in conseguenza del provvedimento modificato, il pensionato abbia percepito rate di pensione non dovute, non è tenuto a restituirle, salvo che l’indebita percezione sia dovuta a dolo dell’interessato stesso. Il patronato che segue Rina da ieri si è di nuovo messo in moto per capire come districare questa matassa. L’Inps, a cui Il Tirreno si era rivolto un anno fa per ottenere spiegazioni, non ha mai risposto e dettagliato sul come e perché si è accumulato per la signora un debito di 3.287 euro. Si fa presente soltanto che la pensionata per gli anni 2010, 2011, 2012, 2013 e 2014 non avrebbe presentato il famoso modello Red. «Non ho mai ricevuto indicazioni sulla presentazione del Red – conclude Rina – peraltro ho fatto presente più volte all’Inps che il mio indirizzo è sbagliato. Non lo hanno mai corretto. Non c’è stato verso. Io non ho mai ricevuto dall’Inps lettere o indicazioni che mi ricordavano questo obbligo. Le avrei portate al ragioniere».
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