Sicurezza
Senza un progetto di vita restaurare serve a poco
Dalla balena di reti di pescatori ai trattori volanti, Mauro Papa propone di rifare periodicamente i parchi giochi con opere e coinvolgendo la comunità
Percorrendo la campagna maremmana è possibile trovare straordinari relitti illuminati da un suggestivo abbandono, belli come i vecchi ponti gettati sul canale Diversivo e, come quei ponti, liberati dalla loro originaria funzione: essere opere d’arte. Ad esempio, accanto alla strada provinciale tra Grosseto e Castiglione della Pescaia ci può inghiottire una balena malconcia fatta con vecchie reti di pescatori. Sulla strada di San Donato, invece, è possibile sorprendersi alla vista di una antica astronave che, sostenuta da enormi ruote di mototrebbiatrice, giace in un podere. Sono opere realizzate da artisti qualche anno fa con materiali di recupero, così come riciclate sono le opere metalliche del Parco dell’Immaginario: vecchi attrezzi agricoli, torni, seminatrici, torri solari, trattori volanti affiorano arrugginiti tra l’erba alta di un giardino accanto alla strada per Marina, appena fuori città. Che ne facciamo, oggi, di tutta questa civiltà abbandonata? Come si ricicla il riciclato?
A qualche decina di metri dal Parco dell’immaginario riposano i ruderi del Boschetto degli Artisti, esperienza (pilota in tutta Italia) progettata dall’artista grossetana Irma Alonzo nel 1995. Irma voleva realizzare un parco giochi per bimbi con opere d’arte: «L’idea era quella di mettere i bambini subito a contatto con l’arte – ci spiega – un’arte fruibile e non sul piedistallo, perché è ancora improprio il modo in cui oggi mettono le sculture nelle città, senza motivo e come fossero soprammobili». E le opere del Boschetto sono state così fruite, soprattutto dai cosiddetti “vandali”, che adesso non esistono quasi più. Che ce ne facciamo di questi giocattoli rotti, di questi reduci ludici, di questi brandelli d’arte per fanciulli? Cesare Brandi, celebrato teorico del restauro, avrebbe detto che ormai hanno perso la loro “unità potenziale” e non dovrebbero esser più essere restaurati. Così la penso anch’io.
Anche se non fossero ridotti così male, eviterei di ripristinare i giochi d’artista originali. Il culto del ripristino, in questi casi, mi appare una delle espressioni più simboliche del modo in cui la nostra epoca detesta sé stessa. E poi una cosa è restaurare il Giardino dei Tarocchi – che è un grande parco (anche) per bambini ma soprattutto un’istituzione museale, privata e distante dalle città – una cosa è un parco urbano a cui si deve accedere senza pagare un biglietto.
A questo punto sorge spontanea una domanda: le opere di un parco d’arte per bambini possono essere assimilabile a opere di street art, che si qualificano per la loro natura effimera? La testimonianza di Frèdèric Guerin, autore del muro sonoro allestito nel Boschetto degli artisti, può esserci utile: a chi gli chiede di riformulare un progetto in cui il muro ormai degradato torni a suonare, Guerin risponde che l’opera ha già svolto la sua funzione e che può essere convertita in semplice muro per graffiti, dove chiunque può disegnare e cancellare ciò che vuole. Un muro a disposizione della street art, quindi. La risposta di Guerin è illuminante ma, a mio modo di vedere, non soddisfacente, perché pone l’attenzione sull’opera singola, non sul progetto collettivo.
Secondo me, al contrario di quello che accade quando si progetta legalmente o illegalmente l’arte di strada – che è destinata comunque a morire, per evitare “piedistalli” – progettare opere collettive come parchi per bambini implica una necessaria e preventiva elaborazione di un progetto di vita e manutenzione. Un prato libero da manufatti è molto meno pericoloso di un parco in cui i giochi, ormai in degrado, diventano pericolosi come armi. È quindi paradossale costruire qualcosa per attirare bambini che, anni dopo, diventerà un luogo che i bambini devono evitare. Quindi, se non si vogliono realizzare murales ma parchi per bambini, ancora prima di progettare giochi e opere bisogna creare le condizioni per tenerli in vita e proteggerli.
Di conseguenza, siccome i luoghi sono protetti solo quando sono abitati, bisogna coinvolgere nella progettazione dei parchi la comunità di residenti che i parchi ospita. Lo stesso discorso vale per il restauro di un parco giochi in degrado: prima di fare un progetto di restauro materiale delle opere, si deve fare con i cittadini un progetto di vita e manutenzione a lungo termine, un progetto di cui il restauro è solo la parte finale e accessoria. C’è bisogno di quel parco? Chi lo amerà e ne assumerà la responsabilità della conservazione?
L’incontro odierno di “Piazze nuove” serve anche per rispondere a queste domande. Io vi anticipo la mia risposta: i parchi giochi, anche quelli realizzati con opere d’artista, devono continuamente rinnovarsi come si rinnovano i bambini e come si rinnovano, trasformandosi eternamente, le città. Devono rinnovarsi con quello spirito orientale che consente il rifacimento periodico dei templi. O i giochi si rifanno, o si recuperano rifacendoli. Nel caso dei giochi d’arte si rifanno con l’aiuto degli artisti, ma sempre con l’indispensabile concorso della comunità. Perché se le opere d’arte – soprattutto quelle pubbliche – non devono essere feticci o reliquie, figuriamoci se lo devono essere quelle destinate all’uso e alla manipolazione dei bambini. Così, dipendesse da me, io farei tabula rasa di entrambi i parchi e li farei ricostruire avvalendomi di un progetto di vita elaborato con gli abitanti del quartiere. Ogni dieci anni si potranno rifare col finanziamento di sottoscrizioni popolari, che diventeranno il termometro dell’affetto civico che il parco ha saputo conquistare. In questo modo, non solo i bambini saranno liberi di avere opere d’arte sempre nuove da usare e consumare, ma diventeranno loro stessi individui sempre più liberi, come diceva Jean Tinguely, inventore delle opere d’arte che si autodistruggono: «Una volta che ti liberi dalla nozione di arte acquisisci un numero considerevole di libertà straordinarie».
*Direttore di Clarisse Arte
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