La manifestazione
«Pecore guardate col binocolo»
I pastori continuano a denunciare una situazione «insostenibile»
GROSSETO. Adesso le pecore si guardano col cannocchiale.
Le hanno provate tutte i pastori che hanno le greggi in quella striscia di pascolo e bosco che da Roselle, Grosseto e Istia si estende fino ai Marrucheti e Campagnatico.
Zona da bollino rosso. Avvistamenti in continuazione e diverse predazioni.
Problemi, questi, piuttosto sentiti dalla comunità nonché tematiche al centro del dibattito da un lungo periodo di tempo.
E gli allevatori adesso, essendo molto preoccupati, sostengono di guardare le pecore notte e giorno, addirittura, appunto, scrutando il gregge con il cannocchiale.
È il caso, ad esempio, di Stefano Stefanini che ha l’azienda nei pressi dei Marrucheti e dei ruderi di Roselle.
«Mi hanno telefonato stamattina – racconta l’uomo – dicendomi che da queste parti si aggirano dei predatori. Proprio ieri, tra l’altro, mi sono stati sbranati diversi agnelli».
Stefanini quindici giorni fa ha anche perso venti pecore nel corso di un’aggressione.
«La cosa è diventata insostenibile – ribadisce – e mi tocca sorvegliare le pecore con il cannocchiale.
Noi allevatori abbiamo creato un sistema per avvisarci reciprocamente e le segnalazioni arrivano da diversi luoghi. Stamattina, d’altra parte, ho avvertito anche Beppe Catocci, mio confinante che, anche lui, ha perso diverse pecore nel corse delle predazioni».
E Beppe Catocci, che un paio di giorni fa si è rivolto anche al sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna, conferma: «Mi hanno avvisato e non ho fatto uscire il gregge. Ma come si deve fare?». Catocci racconta che, essendo solo in due a badare all’azienda, non sono in grado di trascorrere tutto il loro tempo a osservare le greggi.
«Un guardiano, d’altra parte - aggiunge - non possiamo permettercelo».
Per ciò che riguarda la stessa area geografica arriva la voce anche di Attilio Monni, con il podere nella zona della Macchia, ad Istia d’Ombrone.
«Ho visto un predatore vicino alla stalla che poi ha attraversato il crinale – dice – e ci siamo avvertiti tutti.
Siamo un territorio vocato all’allevamento ma adesso la pastorizia è stata decimata dalla presenza di ibridi e di lupi».
Monni è uno dei tanti allevatori che non credono che gli ibridi presenti sul territorio si siano stanziati e moltiplicati naturalmente senza l’intervento dell’uomo, sebbene più e più volte questa teoria sostenuta da tantissimi allevatori sia stata negata e smentita da esperti di animali selvatici: «Gli ibridi – sostiene Monni – sono stati creati dall’uomo, perché i lupi non si incrociano con i cani spontaneamente». Teoria che sostiene da sempre anche Franco Labarba del Monte Amiata che è sicuro che «ogni ibrido è sterile e dunque non in grado di riprodursi in modo naturale».
«Fatto sta, comunque, che i predatori sono diventati numerosi oltre misura – specifica Monni – e che adesso le misure per fronteggiare una situazione che è sfuggita di mano sono sempre più esigue».
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