Gioco
Sotto accusa per la canna fumaria
Sfilano i testimoni del processo per le presunte irregolarità al ristorante “La Pinta” di Porto Ercole
PORTO ERCOLE. Quello del ristorante “La Pinta” di piazza Strozzi, la cui canna fumaria venne messa sotto sequestro, fu un caso giudiziario e amministrativo con ripercussioni imprenditoriali e occupazionali. Nel giugno 2015 c’era stato un flash mob di solidarietà degli abitanti.
Adesso il caso è squisitamente giudiziario perché in Tribunale sfilano i testimoni del processo per le accuse di abuso edilizio (per la sostituzione della canna fumaria, poi demolita e ricostruita, e per una struttura metallica adiacente al ristorante), falso in relazione alle dichiarazioni rese al Comune, emissione nell’atmosfera di vapori e fumi molesti, occupazione abusiva di demanio marittimo. Si è parlato anche di altezze e di distanze dagli altri edifici.
Una parte del processo si è già chiusa, è quella che interessava Marcello Francese, amministratore unico della Porto Ercole Marina srl di Roma (subentro nella concessione demaniale): assoluzione perché il fatto non sussiste. Davanti al giudice Andrea Stramenga restano sotto processo in quattro: Cinzia Scotto e Guglielmo Bernardo Pagano, rappresentati legali della Luna snc, proprietaria e committante, Stefano Della Monaca, direttore dei lavori, Daniele Napoli, esecutore dei lavori, tutti assistiti dall’avvocato Patrizia Fabiani. E non c’è più la parte civile, l’architetto Federica Galloni, che con il suo esposto aveva fatto partire l’inchiesta: ieri è stata ritirata la costituzione.
Proprio da quell’esposto è partita la ricostruzione di Pier Claudio Alocci, della polizia municipale di Monte Argentario, che nell’aprile 2014 effettuò un sopralluogo. «C’erano difformità rispetto alla Scia, la canna non era circolare ma a moduli parallelepipedi, intonacata e verniciata. Nei progetti presentati non era indicata la vicina proprietà Galloni». La canna era stata demolita a dicembre, nel 2015 era stata ricostruita e livellata ai comignoli preesistenti, due metri più bassa di quella precedente. Anche in questo caso, secondo l’accusa, non sarebbe stata in regola, in base al regolamento edilizio che prescrive tra l’altro anche un raggio di dieci metri di distanza dagli edifici circostanti. A effettuare le misurazioni fu un ausiliario di pg, con appositi strumenti. In seguito intervennero anche i Nas dei carabinieri e la Asl.
Per quest’ultimo ente ha parlato la dottoressa Salvatorica Spina (è medico di igiene e sanità pubblica Colline dell’Albenga), presente al sopralluogo: «Non fu rilevato alcun inconveniente igienico relativo alla canna. L’esposto di Galloni era arrivato anche al mio ufficio». L’avvocato Fabiani ha chiesto a quale norma eventualmente devono fare riferimento le dimensioni delle canne fumarie: queste sono regolamentate da leggi, inerenti anche le emissioni. La Regione Toscana, ha detto Spina, aveva indicato come altezza 1,5 mt oltre il colmo del tetto, norma che sarebbe dovuta essere recepita dai regolamenti comunali. E la distanza? «Un raggio di dieci metri. Un problema per l’Argentario come per tutte le località costiere: è difficile». Prossimi testimoni, ancora dell’accusa, a giugno.
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