Il dolore
«Quei murales e la cultura dei giovani»
Il direttore di Clarisse Arte invita a una riflessione sulla street art
La Cittadella dello Studente, a Grosseto, è ricca di murales. I ragazzi di una scuola, una volta, mi hanno chiesto: «Chi stabilisce il valore di un graffito, di un’opera dipinta sul muro?». E io ho risposto: «Voi».
Non era una provocazione. Per me sono proprio i ragazzi – non i critici d’arte, né i funzionari di soprintendenza, né gli amministratori – a stabilire se un graffito, un murale, un monumento, una parete o una panchina meritano di essere protetti, cioè se fanno parte di un paesaggio che sentono loro, che condividono e apprezzano.
Per esempio i ragazzi, prima che l’autore diventasse celebre in tutto il mondo, hanno per anni rispettato e protetto un murale di Blu, “World wide trap”, realizzato nel 2004 proprio nella Cittadella dello Studente. Nessuno lo ha mai deturpato e solo oggi, esposto alle intemperie, il murale ha perso la sua integrità per diventare nuovamente un muro su cui scrivere.
Analogamente, per anni nessuno ha toccato i murales del Palazzetto dello Sport firmati da Hitnes, Rebus, Karma e, ancora, dallo stesso Blu.
E non solo. Sono integre anche le opere del progetto Urban Device – sempre nella Cittadella dello studente di Grosseto – realizzate nel 2012 dall’olandese Zedz, dal tedesco Mr Flash, dai veneti Joys e Peeta, dai piemontesi Corn79, Fijodor e dal collettivo Truly Design, dall’emiliano Dado e, infine, dai fiorentini Etnik e Duke.
Evidentemente, anche queste opere hanno meritato un rispetto che i monumenti e le altre opere d’arte pubblica, agli occhi dei ragazzi, sembrano non aver mai guadagnato.
E infine anche il murale di Zed1 al Cassero dal 2015 a oggi non ha subito violazioni o profanazioni, mentre nelle pareti vicine continuano a rinnovarsi scritte oscene e tags. Se il murale di Zed1 venisse cancellato, il muro che lo ospita, “ripulito”, tornerebbe ad essere una lavagna su cui scrivere, seguendo l’ineluttabile destino che grava su tutti i muri collocati in territori percepiti come “abbandonati”, cioè in paesaggi chiusi alla vita della comunità e chiusi al futuro.
Se il paesaggio è chiuso, i graffiti e la street art lo aprono. Il muro non è più ostacolo, barriera, confine ma diventa apertura, finestra, passaggio sul mondo dell’immaginario. Parafrasando Marshall McLuhan, «il muro è il messaggio» e, a prescindere da quello che raccontano le scritte o le figure che lo qualificano, la sua condizione – muro pulito, muro dipinto, muro taggato... – fornisce indicazioni eloquenti sul luogo in cui è posto, sulla percezione che ne abbiamo e sul rispetto che gli viene tributato.
Il celebre motto “muri puliti, popoli muti” è esaustivo. Il popolo muto è quello che, nel migliore dei casi, subisce passivamente lo spettacolo (della storia, dei manifesti pubblicitari, degli spazi privatizzati) e che ritrova la voce soltanto quando si deve indignare per la mancanza di decoro, cioè quando invoca la rimozione di ciò che disturba la sua stereotipata idea di bellezza legata al passato e ai suoi fantasmi.
Diceva Hugo Ball, fondatore del dadaista Cabaret Voltaire: «Cosa può mai comunicare una bella e armoniosa poesia se nessuno la legge, non trovandovi alcuna risonanza nel sentire del proprio tempo?».
Non c’è bisogno di Dada per capire che, per essere compreso, il passato deve prima essere trasformato in storie e raccontare una storia significa prendere posizione, ora e adesso, sugli eventi del passato. Invece troppo spesso la cultura contemporanea – quella contestata da Blu nei suoi splendidi murales grossetani, che prendono in giro i luoghi comuni sul web e sullo sport – si appiattisce sulle posizioni omologate di chi sacralizza una sola idea di passato e, banalizzandolo, ne ordina il rispetto come atto di fede.
Ma i ragazzi non si lasciano intimidire dagli ordini e fuggono dal tempo e dai paesaggi chiusi e imbalsamati. Non condizionati da nostalgie e, al contrario di molti adulti, consapevoli di come la città sia un organismo vivente costretto a cambiare continuamente pelle, i ragazzi sono proiettati nel futuro e decidono cosa portarci a prescindere da divieti o imposizioni culturali. Spesso sbagliano, ma meno di quanto sbagliamo noi quando disprezziamo la loro cultura, che è necessario conoscere, non impoverire con sterili nozioni e arricchire col dialogo e con strumenti per maturare nuove competenze critiche. A questo dovrebbe servire la scuola: ad aprire la cultura, la storia e i paesaggi.
La vera rigenerazione urbana, a Grosseto, inizia dai vuoti in cui si incontrano le persone e non dalle cubature che le rinchiudono, dalla bellezza nuova che sfonda i muri, dal protagonismo dei ragazzi e dal loro slancio verso il futuro. La rigenerazione urbana inizia dalle scuole e dai murales della Cittadella dello Studente.
*Direttore di Clarisse Arte
(Per un approfondimento
su questi temi:
www.bianciardi2022.it)
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