Il Tirreno

Grosseto

«Nascosero il corpo dopo l’overdose» In due sotto accusa

di Pierluigi Sposato
«Nascosero il corpo dopo l’overdose» In due sotto accusa

Il cadavere fu trovato in un’auto sulla strada delle Strette Il sospetto è nato dall’operazione “Free wood” dei carabinieri 

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GROSSETO. Il sospetto – tutto da dimostrare, ma comunque messo nero su bianco dal pm – è che in due si siano dati da fare per nascondere un cadavere. E cioè che l’abbiano trasportato dal luogo in cui era morto fino al punto in cui era stato ritrovato, ai margini di un bosco lungo la strada delle Strette, a Castiglione della Pescaia.

Occultamento di cadavere è l’accusa di cui sono chiamati a rispondere due degli imputati nell’operazione antidroga Free wood, per la quale nell’aprile di due anni fa furono eseguite sette ordinanze di custodia cautelare, tra carcere e domiciliari (sono rimasti soltanto obblighi): era l’operazione che aveva chiuso le indagini sullo spaccio in pineta tra Marina di Grosseto e Pian d’Alma. Il gruppo di tunisini che avrebbe venduto la droga, i maremmani che avrebbero fatto da autisti.

Fra i tredici per i quali il pm Marco Nassi ha chiesto il processo (le posizioni si sono differenziate, con la richiesta di riti alternativi) ci sono appunto anche coloro che sono sospettati di aver nascosto in qualche modo il cadavere di Stefano Onofri, 39 anni, di Gavorrano: mancava da qualche giorno da casa, venne ritrovato il 17 settembre 2014 senza vita, nell’auto. Morto di overdose, come aveva accertato la consulenza medico legale eseguita dal dottor Matteo Benvenuti e quella chimico-tossicologica del dottor Fabio Centini. La morte sarebbe avvenuta nella pineta di Marina di Grosseto. Una morte in conseguenza di altro reato, un fascicolo per il quale la famiglia di Onofri non ha ricevuto comunicazioni in merito agli sviluppi investigativi.

Resta in piedi all’udienza preliminare, invece, il filone dell’occultamento (per il quale la famiglia non si è comunque costituita). Secondo la Procura di via Monterosa, Jamel Chamkhi, 24 anni, tunisino di nascita, e Giacomo Petri, 25 anni, grossetano, avrebbero trasportato il corpo da Marina all’Ampio, dove era poi stato ritrovato. A queste conclusioni la Procura è arrivata dopo aver raccolto un cospicuo numero di sommarie informazioni e dopo gli interrogatori degli indagati. Tra le tante dichiarazioni, spiega la difesa degli imputati, c’è anche quella che parla di un presunto trasporto del corpo e che attribuisce a Chamki e Petri anche la responsabilità dell’occultamento. Una voce che circolava nell’ambiente dello spaccio e che sarebbe stata rafforzata dal fatto che uno degli autori sarebbe stato conosciuto come “Jack”: come Giacomo, come Petri. Un indizio più che labile, secondo la difesa, che chiederà di poter affrontare il giudizio del gup Andrea Stramenga con il rito abbreviato. Se ne parlerà a giugno.

Sono sotto accusa insieme a Petri e Jamel Chamkhi: Ridha Talbi, 39 anni, Lassad Chamkhi, 28 anni, Mohamed Otay, 21 anni, Lofti Bamor, 26 anni, Fabio Bellucci, 31 anni, Alessandro Conti, 29 anni, Leonardo Intravaia, 49 anni, Afif Talbi, 40 anni, Giuliano Massariello, 33 anni, David Mattioli, 48 anni, Francesco Zullo, 56 anni. Chamkhi e Talbi avrebbero gestito lo spaccio (cocaina, eroina e metadone) e avrebbero tenuto i contatti con la clientela, insieme a Bamor e Otay; si sarebbero fatti accompagnare e riprendere da Petri, Bellucci, Conti, Intravaia, Zullo e Matitoli, questi ultimi secondo l’accusa anche con veste di corrieri come di fornitori di vettovaglie o di vedette: sarebbero stati ricompensati con dosi di droga oppure con denaro. Consistente il quantitativo di sostanza stupefacente sequestrata dai carabinieri che per poter individuare gli autori del traffico si erano travestiti da fungaioli per non dare nell’occhio.

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