Attenzione
«Volantino di Cerulli, fu diffamazione»
Elezioni 2013: il pm chiede la condanna, le parti civili anche il risarcimento danni. La difesa: «Era stata soltanto critica politica»
MONTE ARGENTARIO. «Arturo Cerulli deve essere condannato. Quelle persone sono state insultate durante la campagna elettorale. In questo caso la critica politica non c’entra». La viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo crede che il sindaco di Monte Argentario sia responsabile del reato di diffamazione per quel volantino comparso verso la conclusione della campagna elettorale delle amministrative del 2013, in cui il primo cittadino - poi riconfermato - indicava come «mussoliniani» i sostenitori della lista avversaria (quella che portava come candidato Massimo Sandrelli), facendo riferimento tra l’altro a «mafie di terra e di mare». Era la vigilia dell’arrivo di Matteo Renzi all’Argentario, a sostegno della lista Sandrelli.
Seicento euro la richiesta del pm, che ha anche sollecitato il giudice a inviare gli atti alla Procura per valutare la posizione di tre testimoni ascoltati durante il dibattimento. Di Guglielmo ha preso come riferimento l’enciclopedia Treccani: «L’aggettivo mafioso dà un connotato assolutamente negativo. La giurisprudenza è chiara. Se ci fosse una sentenza nei confronti di qualcuno per associazione mafiosa, passata in giudicato, allora ci sarebbe un riscontro oggettivo. Ma qui non c’è». Dunque ci sarebbe stata soltanto diffamazione, secondo l’accusa.
Conclusioni cui si sono associate le difese di parte civile, cioè i legali di Anna Poggioli, Azelio Bagnoli, Danilo Cerulli, Viviana Lauro e il candidato poi non eletto Michele Vaiani. I difensori Costanza Brusa, Rodolfo Piccardi e Michelina Suriano hanno chiesto la condanna anche al risarcimento danni, ciascuno individuando come equi 30mila euro, con una provvisionale di 10mila. Ha detto Michelina Suriano: «Cerulli sapeva cosa scriveva. È così che voleva ridiventare sindaco? Cerulli si è fermato soltanto quando il giudice lo ha invitato, a processo in corso, a porre fine a queste condotte». Sulla gravità dei fatti, Suriano ha fatto notare che «Valiani ha trascorso gli ultimi giorni della campagna elettorale a spiegare che non era e non è mafioso». Perché con quel volantino «Cerulli ha ingenerato un dubbio su di lui: è mafioso o no?». Anche l’avvocato Costanza Brusa ha fatto cenno alle insinuazioni su un «brutto passato» derivanti da quel volantino, definito «altamente diffamatorio». L’avvocato Rodolfo Piccardi ha osservato che «Cerulli avrebbe potuto usare delle parafrasi o comunque parole pesanti. E invece ha usato quel “mafia”. Lui è un uomo di cultura, di responsabilità, non può minimizzare quello che ha scritto».
L’ultima parola al difensore di Cerulli, l’avvocato Gianni Giorgi: «Quel volantino fu una reazione forte e provocatoria, certo. Ed è certo anche che quel volantino sia suo, formalmente e sostanzialmente. Ma di quel volantino si è parlato solo su richiesta delle odierne parti civili, in consiglio comunale come qui in aula. La reazione delle parti offese ci fu solo abbondantemente solo dopo le elezioni», ha aggiunto il legale per chiarire i termini dell’impatto sul Promontorio. Un volantino che aveva «soltanto una valenza politica», senza toccare i temi dell’onorabilità. «Le espressioni di Cerulli non sono censurabili perché espressioni di critica politica. Il destinatario non erano le persone ma la parte politica avversaria».
Giorgi ha sostenuto anche il carattere di pertinenza di quanto scritto nel volantino: «Mussoliniani non era un’offesa gratuita: nella lista di centrosinistra c’erano candidati con un passato nel centrodestra. E comunque non si dice “mafiosi” ma “sorti di mafie”, ed è diverso. E lui ha spiegato che cosa intendeva». Idem per le “fedine penali” degli avversari: «Era un riferimento all’inchiesta Argentariopoli». Poi, ribadendo che non era una questione personale, ha aggiunto che Cerulli «non si è mai sottratto a un confronto politico, pubblico, su quei temi, neanche oggi». E se 11 consiglieri su 16 (più Sandrelli) non hanno sporto querela un motivo deve esserci stato. Rispettati, secondo Giorgi, anche i criteri della “continenza” («è chiaro che in campagna elettorale il linguaggio è necessariamente forte») e della verità («ha detto quello che pensava senza offendere nessuno»). Dunque la richiesta di assoluzione perché il fatto non sussiste, o anche in nome del diritto di critica politica.
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