Finanza
Addio all’ultimo romantico biancorosso
È morto Carletto Pucci, capitano degli anni Cinquanta e Sessanta: aveva 86 anni. Ha disputato 259 partite con il Grifone
GROSSETO
Il Grifone ha perso per sempre una delle sue bandiere, Carlo Pucci, il capitano degli anni Cinquanta e Sessanta, morto ieri a 86 anni. . Con “Carletto”, un terzino di quelli che un tempo si attaccavano alle caviglie dell’avversario al primo minuto e lo mollavano al triplice fischio dell’arbitro, anche se quando c’era l’occasione partiva veloce verso l’area avversaria per aiutare i compagni a fare gol. Non ci lascia però solo un grande calciatore, ma anche un grande uomo, innamorato della famiglia, della sua terra, dello sport praticato dai grossetani.
Uscito in punta di piedi dalla rosa del Grosseto (anche se con un po’ d’amaro in bocca per la fine anticipata), dopo aver disputato, dal 1949 (il debutto avvenne sul campo della Sambenedettese) al 1960, dodici campionati tra promozione, IV serie D e serie C, collezionando 259 presenze (solamente Carlo Zecchini con 273 riuscì a fare meglio), Pucci rimase nel mondo dello sport.
Il suo nome si legò indissolubilmente al tennis, che cominciò a praticare per tenersi in allenamento dopo le ore di lavoro all’Apt, che diventò una sua nuova famiglia: per sedici lunghi anni fu il presidente provinciale della Federtennis. Fu uno dei collaboratori più stretti di Silvio Borgioli e di Alessandro Capitani al comitato provinciale del Coni: per vent’anni fu eletto nel consiglio direttivo. Un incarico che ricoprì con grande passione e senso di appartenenza. Lo ricorda così lo stesso Capitani, che in questi giorni non è in città e non potrà essere al funerale: «Per me - dice commosso al telefono - è stato come un padre aggiunto. Era un uomo di grandi esperienza, è stato per ventuno anni al mio fianco, dava consigli, sapeva come fare e cosa fare». Tante volte Carlo ha rappresentato ufficialmente il Coni nelle manifestazioni ufficiali. «Lui mi ha voluto tanto bene e io ho fatto così con lui». Poi la memoria fruga tra i ricordi, le frasi ricorrenti: «Ecco, Carlo teneva molto a dire che era uno dei “ragazzi di via Tripoli”. E mi piace ricordarlo anche così». Pucci fu insignito della Stella al merito sportivo, onorificenza che viene concessa a chi ha dato lustro al mondo dello sport. «Ho chiesto al Coni - aggiunge l’ex presidente provinciale - di portare alla famiglia la nostra bandiera. Lui merita davvero questo omaggio».
Carlo Pucci fu anche un appassionato di viaggi, in particolare della settimana bianca.
Nel calcio, dopo aver smaltito la tristezza per la fine della carriera (conclusa giocando un anno a Civitavecchia e uno a Massa Marittima), si rimise le scarpette per mettere la sua esperienza al servizio dei più giovani, come allenatore delle giovanili, ma assaporò anche la soddisfazione di guidare il suo Grosseto, tra un cambio di guida e un altro. In particolare fu il braccio destro di Mario Genta nella storica stagione 1972-73 che regalò al Grosseto la promozione in serie C dopo un appassionante duello con il Siena.
Qualcuno lo ribattezzò “l’ultimo dei romantici”: un appellativo che calza a pennello per un personaggio unico, carismatico, che ha segnato un’epoca. Carletto giocò in un’epoca d’oro per il Grosseto. Erano gli anni degli allenatori ungheresi Hajos, Kovacs e Fekete che cambiarono il modo di pensare il calcio in Maremma, prima dell’avvento di Alberto Fommei. Pucci, che mosse i primi passi nel settore giovanile biancorosso nel 1945, fu uno dei ragazzi di Carmignani, al pari di un’altra leggenda, Nilo Palazzoli.
Con lui giocarono campioni come Benedetti, Quoiani, Bartolini, Marini, Travison e altri calciatori che infiammarono il campo Amiata per tanti anni; ma fu anche amico intimo di Bruno Passalacqua. Durante il servizio militare a Pordenone ricevette delle lusinghiere offerte per lasciare il Grosseto ma riuscì ad accettare a malincuore la destinazione di Avellino, prima di ritornare nella sua città e dare il suo solito e inappuntabile contributo.
Per Carlo Pucci quella maglia è stata una seconda pelle. Fino a che le forze lo hanno sorretto si è presentato allo stadio Zecchini per incitare i colori biancorossi. Era presente alla festa per la promozione in serie B, ma anche alla festa per i cento anni della società e anche il presidente Piero Camilli gli rese omaggio con una targa dopo l’uscita della sua biografia “Un ragazzo in biancorosso”, della quale esistono ben quattro edizioni, con la prefazione dello stesso Capitani.
Già in vita gli sarebbe piaciuto essere ricordato dagli sportivi con l’intitolazione di uno stadio o di una sala stampa. Ora che ci ha lasciato gli amministratori saranno ben felici di dargli un posto di rilievo nella “Hall of fame” del calcio grossetano.
Carletto Pucci inizierà l’ultima “trasferta” questa mattina alle 15,15, partendo dall’obitorio in via Senese; alle 15,30 è prevista una messa nella chiesa di San Francesco. Sarà l’occasione di fare l’ultimo saluto al Capitano, che avrà sulla bara una maglia biancorossa, che verrà cremato a Livorno.
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