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A Capalbio la visita di Torre e Palazzo

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Ogni anno, per la giornata mondiale della poesia, i giornali pubblicano olimpiche analisi in cui concettosi critici parlano di ‘bisogno di poesia’, di ‘consumo di poesia’. Immaginate: andate al...

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Ogni anno, per la giornata mondiale della poesia, i giornali pubblicano olimpiche analisi in cui concettosi critici parlano di ‘bisogno di poesia’, di ‘consumo di poesia’. Immaginate: andate al supermercato e invece di allungarvi la salsa di pomodoro che bramate, un addetto vi declama un sirventese del grande poeta. Cisposi giovanotti dai ciuffi in fiamme assediano le piazze delle città, sempre per declamarvi sirventesi e sonetti caudati. Ecco. Consumate poesia. L’arruffato giovanotto persevera: ‘Ora vi leggerò una poesia che ho scritto per la mia ragazza, che mi ha lasciato’. Almeno sappiamo perché l’ha lasciato. Ardito giovine, se volevi convincerla a tornare, con quella poesia, adesso sarà difficile anche trovarla, la ragazza, e consegnargliela.

‘Che cos’è la poesia?’, martellano ancora, insoddisfatti, critici ed editorialisti. Rispondere è sempre difficile, l’oggetto ‘di consumo’ è sfuggente. Come distinguere una poesia di valore da una che non lo è? Una bella da una brutta? Una metricamente sana da una sciancata? Dato che è sempre arduo dare risposte convincenti a queste domande, il sapiente critico finisce allora sul personale. Chi, che cos’è il poeta? Carboni che scottano anche qui.

Si può dire che esiste un ‘animo poetico’? L’anima poetica? Un modo di fare, di sentire tipico? E che – ammesso che tali enti esistano, e che siano in qualche modo definibili – il poeta è colui che li possiede? Punto debole. Dante era innegabilmente un poeta di grande valore, ma come anima, insomma, non era granchè. Uno degli scopi principali per cui varò il grande, lungo progetto della Commedia era essenzialmente prendersi delle vendette personali. Anche crudeli, naturale. E prendersele per l’eternità. Certo, la rabbia covava da tempo, ben prima dell’esilio. Non molti volevano riconoscere a Dante il suo valore, tributargli ciò che gli spettava. Ai fiorentini importava solo che era di oscuri natali, non veniva dai buoni salotti. Il grande poeta rosolava da un bel po’. E quindi ecco il guiderdone: parecchi infilati all’inferno, immersi nel brago, affogati nel gran foco, spellati a morte, punzecchiati per millenni. Quasi tutti condannati all’infamia eterna, alla scoperta dei loro altarini, delle loro meschinità, delle miserie, dei peccati. Altro che Wikipedia. Persino il più disinteressato studentello delle medie leggerà che X faceva schifo nell’Italia del ‘300. Quelli che si salvano dall’infamia sono ignoranti, non possono vedere, non possono capire. A loro sfugge l’essenziale. Non ci arrivano. Persino il buon Virgilio. Solo lui, solo Dante, può alla fine guardare il mondo da su verso il sotto. Solo lui si merita di contemplare la luce assoluta e di afferrare il tutto. Prendetevi questa.

Non si può nemmeno dire che il poeta ami donare se a tutti, sia altruista, abbracci l’essere, effonda se verso l’esterno. Che sia un’anima grande. Sempre pronto, disponibile. Basta guardare l’immortale Goethe. Quando gli si presenta il giovane Eckermann, desideroso di conoscerlo, il venerando poeta finalmente si illumina. Eckermann gli racconta che voleva conoscerlo per sapere come continuare a formarsi, quale via intraprendere per raggiungere la realizzazione nelle lettere. ‘Ma no, caro ragazzo, caro giovine’ – gli spiega in soldoni il vecchio poeta – ‘lasciate perdere i sogni di gloria letteraria, la fama. Cos’è la fama? Nulla. Inutile, vuota parola. Restate qui, con me, e c’incontreremo tutti i giorni, e parleremo, e passeremo del buon tempo. Ascoltatemi sempre, e tutto quello che io dirò, voi lo scriverete. Alè’. Semplicemente, Goethe aveva bisogno di qualcuno che vivesse nella sua luce, che scrivesse continuamente di lui. Un segretario letterario, un quasi figlio in spirito, che immortalasse la sua figura a tutto tondo.

Il poeta, quindi, non è buono. Non è poetico. A volte, la sua ispirazione principale è l’ira, la rabbia, la crudeltà, l’invidia, la voglia di rivalsa. Difficile far poesia coi buoni sentimenti. È un Cecco Angiolieri che vorrebbe dar fuoco a tutto e a tutti, babbo e mamma compresi. Ma non per fare la rivoluzione, per rifare il mondo: semplicemente per andarsene alla bettola a giocare a dadi. È un Philip Larkin che vi vuole mettere in guardia su come mamma e papà ti freghino, e su come evitare di finire a vostra volta a fare lo stesso in futuro. E molto spesso la poesia è frutto di lombi, più che operazione di comprensione. Il poeta gioca con le parole, le infila in aghi che rispondono solo al suo giudizio. Desidera farvi provare qualcosa.

Chi scrive poesia vuole restare per sempre, mentre tutti gli altri svaniscono. ‘Ho studiato i grandi maestri’ – sottolinea Whitman – ‘che vengano, ora, i grandi maestri, e studino me’. I poeti, tra l’altro, si tirano tra loro randellate letterarie mica male. Sanguinose, ma divertentissime da leggere. Grandi meditazioni, grandi filosofie, servono a poco o nulla, quando si prova con la poesia. Servono come preparazione, questo sì. Eccome. In qualità di vie per arrivare a. Per distillare, maturare. Ma non servono alla cosa in se. Thomas S. Eliot, che era laureato in filosofia, grande poeta, uomo dottissimo, lo sapeva bene.

Insomma, anche per la poesia conviene, alla fine, seguire l’indicazione del grande Celine. È una cosa che bisogna fare finta di crederci.



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