Sicurezza
In Maremma l’angoscia e il ritorno col sorriso
È morto a 83 anni l’imprenditore bresciano sequestrato dalla sua villa nel 1997 e tenuto nascosto dai carcerieri per molti mesi nei boschi tra Siena e Grosseto
GROSSETO . In Maremma dici Soffiantini e scatta immediata l’associazione all’Anonima Sequestri, con il ricordo che torna a 20 anni fa, quando il comprensorio boscato tra Grosseto e Siena venne a lungo battuto – palmo a palmo – per trovare la prigione dell’imprenditore bresciano. Giuseppe Soffiantini, scomparso ieri all’età di 83 anni, era stato rapito a Brescia e successivamente “venduto” ai carcerieri Attilio Cubeddu e Giovanni Farina, due nomi noti alle cronache in provincia di Grosseto. Il periodo trascorso sotto sequestro, per la maggior parte in Maremma, fu movimentato. Soffiantini tentò di fuggire ma fu ripreso; subì anche il taglio della cartilagine delle orecchie. Una storia diventata prima un libro e poi un film. Farina, originario di Tempio Pausania e domiciliato a Casal di Pari, fu poi arrestato in Australia, mentre Cubeddu, mai rintracciato, secondo gli inquirenti potrebbe essere stato ucciso dallo stesso Farina, intenzionato a non dividere i soldi del riscatto.
La Maremma entra con gran clamore nel sequestro Soffiantini a fine ottobre del 1997, poche ore dopo la sparatoria nel tunnel della A/4, a Pietrasecca, dove un ispettore dei Nocs, Samuele Donatoni, viene ucciso durante un appuntamento con i rapitori, a cui si era recato fingendo di essere un mediatore della famiglia. La sparatoria dell’autostrada è la svolta del sequestro dell’imprenditore bresciano, rapito il 17 giugno nella villa di Manerbio. E segna l’inizio di un rastrellamento di vaste proporzioni nelle macchie e nelle campagne tra Siena e Grosseto, lungo il corso del fiume Ombrone, fino a Paganico. È lì, secondo le indicazioni di uno dei rapitori catturati sull’autostrada, che c’è la prigione di Soffiantini. In quei giorni i sospetti si appuntano su due pastori di origine sarda, fermati vicino a Pari. Uno di loro verrà rilasciato e accetterà di contrattare con i rapitori. Al termine della missione verrà poi arrestato. Si setacciano per giorni, con centinaia di uomini e cani, i boschi fittissimi e quasi impenetrabili di quella zona. Tanta fatica, ma risultati scarsi.
Il 23 ottobre viene chiesto il silenzio stampa. I giornalisti lo rispettano. Continuano i controlli e i carabinieri effettuano una perlustrazione anche nell’area di Monte Bottigli, poco distante da Grosseto, dove alla metà degli anni Ottanta, da un podere, era sfuggito alla cattura Giovanni Farina. A Montalcino, intanto, la polizia cerca auto che abbiano a bordo cibo. Vengono trovate, nella macchia, scatole di medicinali del tipo che serve a Giuseppe Soffiantini; in particolare un medicinale contro la pressione alta e uno per il cuore. Il 25 ottobre ricomincia la ridda delle voci. Un allarme viene dato alle 6, ma non c’è seguito. A novembre si scopre che lettere dell’ostaggio ai parenti venivano lasciate lungo una strada comunale, al confine tra Siena e Grosseto. Un rifugio della banda viene individuato tra Monte Antico, il podere Le Vigne, Salceta e Camigliano.
I laboratori della Scientifica di Firenze esaminano gli oggetti trovati nel covo. Nel pomeriggio del 28 ottobre c’è un doppio appello in televisione che rompe il silenzio stampa: parlano Mario Moro (il bandito ferito sull’autostrada, ricoverato a Grosseto e morto a Milano qualche giorno fa), e la madre di Giovanni Farina, Bonaria. Il primo, dal letto della rianimazione, si dice pentito e invita i complici a liberare l’ostaggio. La seconda dice: «Se sei responsabile, liberalo». La risposta di Cubeddu e Farina è macabra: un lembo di orecchio mozzato a Soffiantini viene recapitato ai familiari. C’è un ultimatum: pagate 11 miliardi di lire entro il 20 dicembre. Gli inquirenti dapprima negano, poi ammettono. «Siamo pronti a pagare» dicono subito dopo i familiari dell’industriale, ma si continuano a sgranare lunghi giorni di silenzio. Il 14 dicembre, una suora amica di Giovanni Farina, uno dei sequestratori, suor Maria Grazia, lancia un appello al bandito da lei conosciuto ai tempi della carcerazione a Porto Azzurro: «Lascia libero Soffiantini». Gli appelli non hanno effetto. Soffiantini resta nelle mani dei rapitori per 237 giorni, fino a metà febbraio del 1998. Tornerà in Maremma, prima in elicottero e poi in auto, Giuseppe Soffiantini, per ricucire i fili sottili di una memoria che invece avrebbe voluto cancellare per sempre. Ci torna con Silvia Melis, la figlia dell’imprenditore sardo Tito Melis, che aveva vissuto la sua medesima tragica esperienza: venne rapita pure lei nel 1997 a 27 anni e poi riuscì a scappare dai suoi carcerieri. Gli inquirenti riescono, grazie all’aiuto di Soffiantini a ricostruire la geografia dei covi e rintracciare la rete dei fiancheggiatori. Si tratta di ricognizioni mirate e brevi puntate a terra, a Montalcino, Iesa, Roccastrada. ALTRO SERVIZIO A PAG. 9
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
