La manifestazione
Cane si ammala, no al permesso: è polemica
Infermiera chiede di assentarsi per portarlo dal veterinario, l’Asl: «La legge non lo prevede». L’Enpa promette battaglia
GROSSETO. Micio e Fido sono ormai considerati membri della famiglia a tutti gli effetti. Amati, coccolati, curati. Anche la legge riconosce loro, per fortuna, il diritto a essere trattati con rispetto, e punisce chi li maltratta. E riconosce che non curarli è un maltrattamento. Ma come la mettiamo quando non li si cura perché il datore di lavoro non ci dà il permesso di assentarci per portarli dal veterinario?
La questione è aperta a Grosseto dove due giorni fa un’infermiera dell’ospedale Misericordia ha chiesto di assentarsi dal lavoro per portare dal veterinario la sua cagna, che sta male, e si è vista dire di no.
«La mia cagnolina Glad ha 13 anni – spiega la signora, che chiede di rimanere anonima – è sempre stata in ottima salute ma ultimamente non sta bene. L’altro giorno la situazione si è aggravata. Io lavoro e non ho nessuno che la può portare dal veterinario. Ho quindi chiesto un permesso all’Asl, ma non mi è stato accordato».
L’Asl, attraverso il suo direttore amministrativo Francesco Ghelardi, si dice «dispiaciuta» ma spiega di non aver potuto fare altrimenti. «Non conosco il caso specifico – dice Ghelardi – ma posso dire che ad oggi non c’è una legge che ci permette di dare permessi per cure veterinarie, né è previsto dal contratto collettivo. Abbiamo permessi per malattia e visite mediche, e quelli per accudire familiari secondo la legge 104. Ma non per gli animali. Addirittura non sono previsti neanche per andare a prendere i figli a scuola in caso di sciopero degli insegnanti. E a differenza di un’azienda privata, l’Asl non può dare permessi liberamente altrimenti la Corte dei conti ci potrebbe perseguire per danno erariale». Rispetto al passato, riconosce Ghelardi, «la sensibilità alla cura degli animali di affezione sta cambiando. Il nuovo contratto collettivo nazionale è in firma questi giorni e, se prevedesse questa possibilità, noi lo applicheremmo immediatamente». Resta, per Ghelardi, un margine di manovra «nell’organizzazione del lavoro. Dove possibile, si cerca sempre di conciliare le esigenze di lavoro con quelle della vita privata, anche come direttiva aziendale che ci hanno dato il direttore generale Enrico Desideri e la direttrice sanitaria Simona Dei». In questo caso, a quanto parre, non è stato possibile.
La presidente provinciale dell’Enpa, Marlena Giacolini, però, non è d’accordo con l’Asl. E cita il caso di una lavoratrice single dell’università La Sapienza di Roma che, vistasi negare il permesso di assentarsi dal lavoro per accudire il cane malato, è riuscita poi a far cambiare idea al datore di lavoro facendo leva sul fatto che il dipendente può sempre chiedere il permesso di assentarsi per «gravi motivi personali e familiari», come disciplinato dalla legge 53/2000 e dal suo decreto attuativo, e convincendo l’università a ritenere la condizione del cane, in quella circostanza, un grave motivo familiare che giustificava l’assenza dal lavoro. Se, infatti, non avesse fatto curare il cane, poteva incorrere nel reato di abbandono e maltrattamento di animale previsto dall’articolo 727 del codice penale.
Il caso della dipendente universitaria romana, riportato dalla stampa lo scorso ottobre, secondo l’Enpa è la fotocopia di quanto successo all’infermiera grossetana «e può essere preso a modello da tutti i lavoratori e da tutti i datori di lavoro», dice Giacolini. Che promette battaglia perché questa pratica diventi legge.
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