Il Tirreno

Grosseto

«Si celebra la morte dell’azione penale»

di Francesca Gori
«Si celebra la morte dell’azione penale»

Ultime battute per il processo Pandora: tante le prescrizioni, chieste le assoluzioni per un carabiniere e un poliziotto

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GROSSETO. «Si celebra la morte dell’azione penale». Comincia così la sua arringa Roberto Cerboni, l’avvocato che difende Ionut Barabula e Constantin Barabula. Nell’aula della corte d’assise del tribunale (Giovanni Puliatti presidente, Gian Marco De Vincenzi e Andrea Stramenga giudici), si celebrano le ultime battute del processo Pandora, nato dall’indagine della polizia stradale: truffe ai danni delle assicurazioni che avrebbero risarcito falsi incidenti grazie a un sistema collaudato per il quale la Procura (in aula il pm Marco Nassi), ha ipotizzato l’associazione per delinquere. Morte dell’azione penale, perché moltissime posizioni dei 49 imputati sono già state prescritte. Al centro della difesa dei due imputati, per i quali è stata chiesta una condanna a tre anni, il ruolo dei medici che hanno prodotto i certificati a seguito dell’incidente del 2008. «Di quello del 2009 - ha detto l’avvocato - si è assunto la responsabilità nella gestione e nella produzione di certificati falsi lo stesso Paolo Palumbo. Ma per quanto riguarda il primo, quello dell’anno precedente, non si può imputare a chi è andato in ospedale a farsi refertare di aver indotto il medico a dichiarare il falso. I medici hanno gli strumenti per verificare immediatamente quello che viene loro detto. Se una persona dichiara di avere un dolore o di aver riportato una ferita, è compito del dottore stabilirlo. Il fatto che sia stato dichiarato che quel dolore è stato provocato da un incidente non ha alcun valore. Il medico deve soltanto attestare che tipo di patologia sia stata riscontrata». La richiesta, al pari di quella presentata poi nel corso dell’udienza da tutti i colleghi di Cerboni, è stata quella di assoluzione perché il fatto non sussiste.

Seduto su una delle panche dell’aula al primo piano del tribunale c’era (come sempre) anche Luca Ragazzini, il poliziotto difeso dall’avvocato Massimiliano Arcioni, che ha rinunciato alla prescrizione. Il pm Nassi, nel corso della sua requisitoria lo aveva detto: «Contro di lui ci sono elementi fiochi». Ed è su questo punto che insiste Arcioni: consapevole che la decisione sarà quella della corte, cita Boskov e il «Rigore è quando arbitro fischia». Ragazzini, poliziotto della Questura, nel periodo in cui sarebbero avvenuti i fatti contestati, era stato spostato al posto fisso dell’ospedale. La sua posizione si sarebbe chiusa con la prescrizione, come quella di molti altri imputati, ma l’agente ha voluto andare avanti. «Una scelta che ho condiviso - ha detto Arcioni - se l’avessi ritenuta scellerata avrei rinunciato al mandato. I contatti tra Ragazzini e Rossi (il titolare dello Studio Verde, ndr) sono stati pochissimi e da quelle che emerge dagli atti, non è mai stato fatto un accordo tale per cui Ragazzini avrebbe percepito soldi per procacciare clienti allo Studio Verde. Il mio cliente si era limitato a suggerire a Rossi, che gli aveva manifestato le difficoltà che il suo studio stava attraversando, a stipulare una convenzione con la Questura, spiegando che avrebbe dovuto inoltrarla all’ufficio di Gabinetto dopo aver ricevuto l’approvazione». C’è poi la deposizione di Valassina, l’avvocato che ha scelto di patteggiare, che parla del ruolo degli appartenenti alle forze dell’ordine “arruolati” dall’organizzazione. «È preciso su tutto - fa notare l’avvocato Arcioni - tranne che sul ruolo che avrebbe avuto Ragazzini. Quando Rossi gli chiede aiuto, l’agente lavorava al posto fisso dell’ospedale e si offre di passare in agenzia per prendere alcuni depliant da distribuire ad amici e colleghi, ma non c’è tra i due alcun accordo economico». Assoluzione con formula piena è stata chiesta anche dall’avvocato Tania Amarugi, che difende Nadia Tounsi, Giuseppe Ledda e Antonio Macchione, così come Luca Aldi (difensore di Emilio Schiavo). «Prescrizione? Invoco l’assoluzione - attacca l’avvocato Aldo Peronaci, che difende Antonio Aniello, carabiniere del nucleo operativo e radiomobile - Non c’è alcun elemento che provi la corruzione, che provi come il mio cliente abbia segnalato allo Studio Verde i nominativi delle persone rimaste coinvolte negli incidenti». L’avvocato Peronaci cita gli atti del processo: la perquisizione fu negativa e anche nel pc del militare non fu trovata traccia del rapporto con l’organizzazione. «C’è una sola intercettazione ambientale nella quale si sente Rossi spiegare quale sarebbe dovuto essere il ruolo di Aniello - spiega - Ma lui si impegna soltanto a dire che avrebbe fatto il numero dello Studio solo a chi avesse chiamato in centrale per chiedere a chi potersi rivolgere per le pratiche degli incidenti, non il contrario. Non c’è una norma di legge che punisca o vieti questo comportamento, come invece esiste per gli agenti di polizia penitenziaria, che non possono consigliare il nome di un difensore». Prossima udienza, il 28.

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