Il Tirreno

Grosseto

Poggetti Vecchi riscrive la storia

di Francesca Ferri
 Poggetti Vecchi riscrive la storia

Pubblicato negli Usa uno studio su strumenti in legno usati dall’uomo di Neanderthal e trovati vicino Grosseto

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GROSSETO. Di fronte alle magnifiche e gigantesche zanne di elefante preistorico, protagoniste anche di una fortunata mostra di qualche anno fa a Grosseto, quei bastoni di legno, ritrovati nel 2012 nel corso dello stesso scavo, a Poggetti Vecchi, appena fuori il capoluogo maremmano, potevano passare in secondo piano. Quaranta frammenti di legno, risalenti alla notte dei tempi sì, ma privi – a un occhio profano – del fascino delle lunghe zannone elefantesche. L’occhio di chi li ha trovati, per fortuna, non era affatto profano ma era quello di esperti archeologi, che intuirono subito l’importanza di quel ritrovamento. E che a sei anni di distanza, dopo studi e approfondimenti, possono affermare, senza esagerazioni, che quella è stata una scoperta eccezionale. Che può riscrivere la storia. Anzi, la preistoria.

Lo studio è uscito ieri sulle prestigiose pagine della rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, la Pnas, “Proceedings of the National Academy of Sciences”, e dimostra per la prima volta come gli uomini di Neanderthal modellassero con il fuoco utensili e armi di legno, possedendo una tecnica di lavorazione e una capacità di mantenere e gestire il fuoco mai immaginata prima d’ora. Insomma, una tecnica molto più sofisticata di quanto si sia pensato finora.

Se è vero che la scoperta del fuoco è uno di quei pilastri della storia – e preistoria – del mondo insieme all’invenzione della ruota o allo sbarco sulla Luna, è facile capire come la scoperta, avvenuta alle porte di Grosseto, sia di portata davvero epocale.

Così la definisce l’archeologa Biancamaria Aranguren, coordinatrice del gruppo di archeologi impegnati nello scavo. Che corona così la sua esperienza alla Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Siena, Grosseto e Arezzo, dopo essere andata in pensione il 1° gennaio scorso.

«Lo scavo è stato fatto a Poggetti Vecchi – racconta Aranguren _. Stavano costruendo una piscina termale e a 2 metri e mezzo di profondità uscirono ossa fossili».

Intervenne la Soprintendenza e fu fatto uno scavo d’urgenza, coordinato dalla dottoressa Aranguren «e pagato – spiega lei stessa con gratitudine – dal dottor Aldo Ceccarelli, proprietario del terreno».

Lo scavo ha dato generosi frutti. «Fu trovata una serie stratigrafica che è stata datata 171mila anni fa cioè alla fine del Pleistocene medio – spiega l’archeologa _. Nello strato più antico fu trovata una grande paleosuperficie e i resti, quasi completi, di Paleoloxodon antiquus, un elefante ora estinto. Insieme, c’erano strumenti in pietra e alcuni resti lignei».

Questi ultimi, in particolare, destarono la curiosità degli archeologi. «È un caso rarissimo che il legno si conservi così tanto tempo – spiega la dottoressa Aranguren _. Ci vogliono ambienti umidi e lì anche all’epoca era zona termale».

Ma cosa avevano trovato di preciso gli archeologi? «Erano tutti bastoni in bosso – spiega Aranguren – un legno molto duro e pesante, lunghi fino a 1-1,20 metri, con un manico di circa 4 centimetri di diametro. Ne abbiamo trovati 40 frammenti circa, qualcuno quasi intero, cioè oltre il metro. Alcuni conservavano l’impugnatura e alcuni la punta, smussata. Dovevano essere simili ai bastoni da passeggio, ma in realtà erano uno strumento preciso, che usano ancora tutte le popolazioni primitive».

Si tratta dei cosiddetti digging stick, bastoni da scavo, usati per scavare tuberi o radici, o come pestello, clava, bastoni da caccia per stanare conigli o altri animali da tana.

Ma perché destano così tanta attenzione negli archeologi? «Abbiamo visto che sopra questi reperti c’era una specie di pellicola nera – spiega Aranguren _. Li abbiamo fatti analizzare dalla biologa della Soprintendenza Gianna Giachi e da Nicola Macchioni del Cnr, anch’egli specialista del legno, che hanno fatto analisi chimiche e al microscopio. È stato così che hanno scoperto che si trattava di pellicola bruciata».

La ricerca si allarga. «Abbiamo condotto ricerche di tipo etnografico – spiega l’archeologa – e abbiamo visto che popolazioni in Australia e Africa usano il fuoco per abbrustolire i legni per fare la punta e manico».

A quel punto la ricerca si sposta nel campo dell’archeologia sperimentale.

«In collaborazione con Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Storia e Protostoria abbiamo provato a rifare i bastoni e abbiamo visto che se non si usa il fuoco quel legno è difficile da plasmare. Le analisi ci hanno poi dato prova che proprio di questo si trattava: i bastoni erano stati lavorati al fuoco. E al momento sono i più antichi mai trovati al mondo».

E qui sta la scoperta eccezionale. «C’è una grande discussione – dice Aranguren – sulla padronanza e l’utilizzo del fuoco in epoca preistorica. All’inizio probabilmente si usavano fonti naturali, come fuochi provocati da fulmini. Poi probabilmente l’uomo ci ha preso confidenza; ma non si sa quando di preciso ha imparato a fare da solo il fuoco. Ebbene, questo ritrovamento ci dice che questi uomini di 171mila anni fa sapevano conservare fuoco, maneggiarlo, utilizzarlo per creare degli strumenti. Insomma, è una testimonianza, una scoperta epocale».

La scoperta porta la firma, oltre che della dottoressa Aranguren e dei già citati Revedin, Giachi e Macchioni, anche di Fabio Cavulli, Stefano Grimaldi, Fabio Santaniello, Nicola Amico, e, oltre alla Soprintendenza, anche dell’Università di Trento, dell’Università di Firenze (polo universitario di Prato), del Cnr, del Ministero dei Beni e delle attività culturali e dell’Istituto di preistoria e protostoria. In particolare Nicola Amico, del Polo di Prato, ha curato la documentazione in 3D dei bastoni.

I reperti al momento sono conservati in Soprintendenza a Firenze, ma c’è un progetto di esporli al Museo di Storia Naturale di Grosseto, quando (e se) questo verrà allargato. Un proposito per cui potrebbero volerci tempi altrettanto biblici.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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