Il Tirreno

Grosseto

«I medici estranei a qualsiasi accordo»

di Pierluigi Sposato

Pandora 1, gli avvocati di Baldi e Bozzi contestano le accuse. «Forse malcostume ma non associazione per delinquere»

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GROSSETO. Quali elementi sono emersi nel corso del processo Pandora 1 per dire che i medici Giovanni Baldi e Francesco Bozzi facessero parte di un’associazione per delinquere? Nessuno.

Ne sono convinti i loro difensori, che hanno elencato davanti ai giudici del collegio (Giovanni Puliatti presidente, Gian Marco De Vincenzi e Andrea Stramenga) le circostanze che a loro giudizio escludono ogni tipo di responsabilità dei loro assistiti. L’avvocato Francesca Carnicelli, per Baldi (per lui l’accuusa ha chiesto 3 anni e mezzo per l’associazione per delinquere, la prescrizione per la corruzione), inizia da un punto fermo: «Lui non è un promotore dell’associazione, lui caso mai è promotore di se stesso. Si propone allo Studio Verde e lo ha fatto per quella mezz’ora/un’ora della intercettazione agli atti. Lo stesso Rossi (Stefano, il titolare dello studio, ndr) non ha chiaro chi sia Baldi. Secondo la polizia giudiziaria “si era messo a disposizione per segnalare”: ma dalle intercettazioni ambientali non risulta nulla. Non è poi un reato che un medico collabori con uno studio di infortunistica. Lui dice chiaramente che non è un medico legale, si propone come ecografista. Dice che riscuoterà se lo studio riscuoterà: e questa è la normalità tra professionisti». Impossibile dire, secondo Carnicelli, che Baldi fosse consapevole dell’associazione: «Non sa nemmeno chi c’è in quello studio». E poi, nessun certificato falso («e Rossi non glielo ha nemmeno chiesto»). Insomma, un quadro più che esaustivo per chiedere l’assoluzione, anche per la corruzione.

Conclusioni non dissimili da quelle dell’avvocato Riccardo Lottini, che cerca di entrare nella mera constatazione dei fatti anche per quanto riguarda la corruzione (sotto prescrizione) contestata insieme all’associazione per delinquere all’ortopedista Bozzi (3 anni e mezzo, più la prescrizione per gli altri reati sono state le richieste del pm Marco Nassi – ieri in aula il dottor Salvatore Ferraro). «Non partecipa, non porta clienti, non segnala quasi mai i pazienti. Tant’è vero che in una intercettazione si capisce che non aveva ancora iniziato. Gli elementi portati sono fragili. Quando veniva contattato, Bozzi era evasivo, non voleva contraddire Rossi». E sui certificati ritenuti falsi, Lottini è categorico: «Non c’è prova che ne abbia fatto uno. Potrà esserci stata una superficialità, che è diffusa. Può aver retrodatato alcuni certificati. Ma non ha attestato patologie false». E così il legale inquadra come “marginale” l’attività di Bozzi, estranea comunque dai fini associativi contestati. E sulla corruzione dice: «Il consiglio di un medico a un paziente in ospedale non integra gli estremi del reato. Non è atto dell’ufficio».

Anche l’avvocato Romano Lombardi, codifensore di Bozzi, invoca l’assoluzione: perché le patologie indicate nei certificati che sarebbero serviti per truffare le compagnie assicuratrici, con retrodatazione, sono esattamente quelle e i cinque sinistri relativi sono realmente avvenuti, come hanno confermato i testimoni. La retrodatazione «che lui aveva fatto per propri clienti, l’aveva fatta anche in alcune circostanze per un altro cliente, Stefano Rossi. Un malcostume, non un’associazione per delinquere» a carico di Bozzi, per il quale il difensore aveva intanto dato un inquadramento nell’ambito dell’attività libero professionale.

Ancora in ambito sanitario con le posizioni di Giorgio Caoletti e Antonio Sassu, infermieri dell’ospedale di Orbetello (prescrizione per la corruzione è la richiesta della Procura), trattate dall’avvocato Patrizia Fabiani. La quale ha voluto fare chiarezza sul termine “segnalazioni” indicato nell’imputazione: «Sotto interrogatorio, ci hanno detto che hanno solo risposto a richieste di chiarimenti di pazienti che erano rimasti vittime di incidenti, di vario genere. E dov’è l’atto contrario ai doveri d’ufficio? Non hanno aperto il database dell’ospedale, per avere nomi e indirizzi: ecco, questo sarebbe stato diverso». Per avere una prova di passaggio di denaro non basta quanto trovato scritto nell’agenda di Simona Bonsanti, argomenta il legale che sollecita l’assoluzione per entrambi perché il fatto non sussiste.



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