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Grosseto

Rifiuti e diossine «Restano dubbi da sciogliere»

Rifiuti e diossine «Restano dubbi da sciogliere»

Inceneritore, Barocci a Scarlino Energia «La condizione di legge va ancora dimostrata»

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SCARLINO. È vero che i consulenti tecnici d’ufficio nominati dal Tribunale di Grosseto hanno appurato che il valore medio dei tempi di permanenza dei fumi prodotti dall’incenerimento dei rifiuti nell’inceneritore di Scarlino, alla temperatura di almeno 850°C, è superiore alla soglia di 2 secondi, e questo garantisce che le diossine vengano abbattute. Però la legge prescrive che quei due secondi a 850 gradi vengano garantiti non «in media» ma «nelle condizioni più sfavorevoli». Per questo non è detta ancora l’ultima parola sulla conformità o meno dei forni.

Così Roberto Barocci, ex consulente della class action contro Scarlino Energia, società proprietaria dell’inceneritore, e coautore, con Vincenzo Annino e Paolo Rabitti, dei calcoli che, a loro giudizio, dimostrerebbero che i forni non rispettano le prescrizioni di legge, risponde alla società.

Scarlino Energia nei giorni scorsi ha dato notizia che venerdì 19 gennaio i consulenti tecnici nominati dalla giudice Giulia Conte hanno confermato che i forni sono conformi alle dimensioni dichiarate dalla società e che l’impianto rispetta le regole sull’abbattimento delle diossine. «Smentiti i consulenti dei ricorrenti», ha dichiarato la società.

Per Barocci non c’è niente da smentire. «Il consulente della Scarlino Energia – dice Barocci – ha scritto nel suo comunicato stampa che i consulenti della giudice hanno “verificato che il valore medio dei tempi di permanenza fumi è superiore alla soglia dei due secondi”, ma ha omesso di completare il loro pensiero, avendo gli stessi aggiunto che non si esprimono ancora sui tempi nelle condizioni più sfavorevoli come detta la norma. Quindi nessuna verifica secondo norma... Quando Scarlino Energia scrive che la condizione di legge risulta rispettata, non riporta la verità su una condizione essenziale per la tutela della salute dei cittadini».

Il problema, secondo i calcoli fatti da Barocci, è che nei forni dell’inceneritore scarlinese il condotto di uscita dei fumi non è in cima alla camera di combustione (a 5,3 metri di altezza) ma sulla parete laterale, a 2,05 metri «perché – dice Barocci – tali forni sono stati costruiti mezzo secolo fa per fondere le piriti, quando non c’erano né norme, né la necessità di abbattere le diossine, prodotte oggi dalla combustione di rifiuti».

Gli stessi ctu a dicembre 2017 hanno misurato che tra la quota di immissione di aria di combustione e la quota di uscita fumi ci sono 2,05 metri. «Ora – dice Barocci – una parte dei fumi potrebbe anche fare percorsi più lunghi tali da generare “valori medi” superiore ai due secondi, ma logica e buon senso vogliono che una parte dei fumi escano dalla soglia più bassa del condotto di uscita, cioè dopo 2,05 e non 5,30. Tale dato è fondamentale per i calcoli che devono essere fatti per definire la condizione più sfavorevole».

In conclusione, «pur non facendo più parte della class action – dice Barocci – mi permetto un suggerimento: si chieda ai consulenti tecnici d’ufficio di definire il percorso più breve che una parte dei fumi sicuramente compie dopo l’ultima immissione di aria, fino all’uscita dalla camera di combustione e, su tale percorso, si definisca il tempo impiegato. Perché se una parte dei fumi esce prima dei tempi di legge è la salute dei cittadini ad essere aggredita». (f.f.)



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