Il dolore
Quattro condanne per i maltrattamenti
di Pierluigi Sposato
Tutte assolte per l’abbandono di minore: «Il fatto non sussiste»
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GROSSETO. È finita come aveva chiesto il sostituto procuratore Giuseppe Coniglio: 2 anni per la titolare e per la socia dell’asilo, 1 anno e mezzo per le maestre. Per il solo reato di maltrattamenti dei bambini tra i 12 e i 24 mesi di età. E assoluzione, anche questa in linea con le richieste della Procura di via Monterosa, per il reato di abbandono di minore: «il fatto non sussiste».
Meno di venti minuti ieri mattina in Tribunale per l’ultimo atto di una vicenda delicata e comunque penosa, deflagrata nell’aprile 2016 con l’esecuzione delle misure cautelari, perché titolare, socia ed educatrici stavano applicando - secondo l’accusa - il cosidetto “metodo azzurriano”, che prevedeva «comportamenti riconducibili ad abusi, diffusi e gravi, seppur non si sia trattato di un lager», come ha detto il pm nella requisitoria. Fatti emersi dopo che la vicenda era stata portata a conoscenza della polizia di stato: per 40 giorni a cavallo tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 le telecamere nascoste nell’asilo avevano ripreso i movimenti, in tre ambienti diversi. L’analisi dettagliata aveva consentito di attribuire volti e presunte responsabilità. Erano state chieste e poi applicate misure cautelari (poi cessate), perché era stata ravvisata la sussistenza di condotte violente e vessatorie: i bambini sarebbero stati «afferrati di peso, strattonati, trascinati da una parte all’altra, fatti cadere bruscamente a terra dall’alto; sarebbe stato loro spinto con la forza il cibo in bocca; sarebbero stati dati loro buffetti e schiaffetti sulle mani, se non dei veri e propri schaffi in viso sulla testa, per farli smettere di piangere; alcuni sarebbero stati chiusi al buio nel dormitorio, o comunque da soli. Queste le accuse, per fatti commessi in concorso, che sono arrivate fino al giudizio di ieri.
Alla presenza praticamente di tutti i genitori interessati dalla vicenda (le imputate non erano presenti), il giudice Marco Mezzaluna ha letto il dispositivo, che - per i maltrattamenti - riconosce comunque ad Azzurra Marzocchi e Manuela Seggiani (per loro i 2 anni), a Costanza Mori e Alessia Berti (1 anno e 6 mesi) le attenuanti generiche come equivalenti alle aggravanti. A tutte, oltre allo “sconto” di un terzo sulla pena finale come previsto dalla scelta del rito abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare ha concesso sia la sospensione sia la non menzione.
Ma ha disposto che dovrà essere il giudice civile a quantificare il danno in favore delle parti civili, cioè i genitori dei bambini: si sono costituite 33 famiglie, più il Comune di Grosseto. E ha intanto condannato le quattro imputate, in solido tra di loro, a pagare oltre 50mila euro per le spese di costituzione e difesa delle parti civili stesse. Notano ancora i legali di parte civile che alla pronuncia della sentenza segue automaticamente, anche se non scritta nel dispositivo, l'interdizione dalla professione.
Pochi minuti ieri, perché di fatto il procedimento si era concluso prima di Natale, con requisitoria ed arringhe. I difensori Diego Innocenti e Riccardo Lottini (per Azzurra Marzocchi), Roberto Cerboni (per Seggiani), Carlo Valle e Angela Porcelli (per Berti e Mori) avevano invitato a verificare con puntualità le accuse mosse, anche alla luce dei chiarimenti offerti dal consulente Romano Fabbrizzi, che aveva “letto” insieme alle parti, in udienza, i video fatti proiettare dalle difese. Un passaggio al termine del quale erano state anche avanzate delle richieste di assoluzione, che il giudice ha ritenuto però di non poter accogliere.
Il perché delle scelte del magistrato non è ancora conoscibile dal momento che le motivazioni saranno depositate soltanto tra 90 giorni. Poi sarà il momento degli eventuali appelli. E le parti civili preparano intanto gli atti per le azioni civili.
Meno di venti minuti ieri mattina in Tribunale per l’ultimo atto di una vicenda delicata e comunque penosa, deflagrata nell’aprile 2016 con l’esecuzione delle misure cautelari, perché titolare, socia ed educatrici stavano applicando - secondo l’accusa - il cosidetto “metodo azzurriano”, che prevedeva «comportamenti riconducibili ad abusi, diffusi e gravi, seppur non si sia trattato di un lager», come ha detto il pm nella requisitoria. Fatti emersi dopo che la vicenda era stata portata a conoscenza della polizia di stato: per 40 giorni a cavallo tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 le telecamere nascoste nell’asilo avevano ripreso i movimenti, in tre ambienti diversi. L’analisi dettagliata aveva consentito di attribuire volti e presunte responsabilità. Erano state chieste e poi applicate misure cautelari (poi cessate), perché era stata ravvisata la sussistenza di condotte violente e vessatorie: i bambini sarebbero stati «afferrati di peso, strattonati, trascinati da una parte all’altra, fatti cadere bruscamente a terra dall’alto; sarebbe stato loro spinto con la forza il cibo in bocca; sarebbero stati dati loro buffetti e schiaffetti sulle mani, se non dei veri e propri schaffi in viso sulla testa, per farli smettere di piangere; alcuni sarebbero stati chiusi al buio nel dormitorio, o comunque da soli. Queste le accuse, per fatti commessi in concorso, che sono arrivate fino al giudizio di ieri.
Alla presenza praticamente di tutti i genitori interessati dalla vicenda (le imputate non erano presenti), il giudice Marco Mezzaluna ha letto il dispositivo, che - per i maltrattamenti - riconosce comunque ad Azzurra Marzocchi e Manuela Seggiani (per loro i 2 anni), a Costanza Mori e Alessia Berti (1 anno e 6 mesi) le attenuanti generiche come equivalenti alle aggravanti. A tutte, oltre allo “sconto” di un terzo sulla pena finale come previsto dalla scelta del rito abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare ha concesso sia la sospensione sia la non menzione.
Ma ha disposto che dovrà essere il giudice civile a quantificare il danno in favore delle parti civili, cioè i genitori dei bambini: si sono costituite 33 famiglie, più il Comune di Grosseto. E ha intanto condannato le quattro imputate, in solido tra di loro, a pagare oltre 50mila euro per le spese di costituzione e difesa delle parti civili stesse. Notano ancora i legali di parte civile che alla pronuncia della sentenza segue automaticamente, anche se non scritta nel dispositivo, l'interdizione dalla professione.
Pochi minuti ieri, perché di fatto il procedimento si era concluso prima di Natale, con requisitoria ed arringhe. I difensori Diego Innocenti e Riccardo Lottini (per Azzurra Marzocchi), Roberto Cerboni (per Seggiani), Carlo Valle e Angela Porcelli (per Berti e Mori) avevano invitato a verificare con puntualità le accuse mosse, anche alla luce dei chiarimenti offerti dal consulente Romano Fabbrizzi, che aveva “letto” insieme alle parti, in udienza, i video fatti proiettare dalle difese. Un passaggio al termine del quale erano state anche avanzate delle richieste di assoluzione, che il giudice ha ritenuto però di non poter accogliere.
Il perché delle scelte del magistrato non è ancora conoscibile dal momento che le motivazioni saranno depositate soltanto tra 90 giorni. Poi sarà il momento degli eventuali appelli. E le parti civili preparano intanto gli atti per le azioni civili.
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