Il dolore
stupore ed entusiasmo
«Qui erano organizzati bene...»
Tra le rovine i volontari hanno anche scattato foto ricordo
2 MINUTI DI LETTURA
ROSELLE. Buba Cham, 19 anni, proveniente dal Gambia, imbraccia il frullino invece del fucile. “Combatte” a Roselle, anziché a Serekunda. È fuggito dal suo Paese dopo che è stato trasformato in una repubblica islamica. In Gambia sono frequenti le violazioni dei diritti umani, con casi ripetuti di sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e tortura.
«Lavorare qui mi piace – racconta – è stato istruttivo, interessante, fin dalle lezioni di settembre. Mi ha colpito l’anfiteatro e mi hanno impressionato le dimensioni delle pietre con cui hanno fatto le mura della città. Ho scattato tante foto, per ricordo». Le mura ciclopiche di Roselle sono rimaste in testa anche ad Adama Joseph, ivoriano di 25 anni: «Non sapevo che i Romani usassero la pietra per costruire strade e case» ammette.
Per alcuni di questi 24 ragazzi è stato sorprendente scoprire che, prima dei Romani, altre civiltà avevano vissuto in Maremma.
«Qui erano ben organizzati con strade, case, acqua. E usavano i carri», spiega Bubacar Jarju, 22 anni, anche lui gambiano. Le modalità di consumo dei pasti e le aree della casa dedicate alla cucina sono rimaste particolarmente impresse ad Abu Kebiru, 21 anni, proveniente dalla Nigeria, che è rimasto affascinato anche dall’eco: «Se parli la voce torna indietro…».
Entusiasta dell’intero percorso – prima le lezioni, poi il lavoro, Bright Ossai, nigeriano di 23 anni: «Sono davvero grato per l’opportunità che ci viene data. Dell’epoca in cui esisteva Roselle sono rimasto affascinato dalla forza che avevano questi popoli, che hanno combattuto molte battaglie. Ammiro soprattutto la loro organizzazione e l’efficacia con cui riuscivano a proteggere la loro città, rendendola sicura. Fare un’esperienza di volontariato a Roselle è utile per noi. So di non parlare ancora l’italiano perché sono arrivato da poco, ma stiamo studiando e mi sto impegnando per impararlo il prima possibile».
Infine Diop Mor Awa, 25 anni, proveniente dal Senegal. Lui ha scattato tante foto: «Spero che in futuro facciano altri scavi per scoprire cose nuove. Mi sono piaciute le costruzioni di pietra che ho visto, alcune erano abitazioni, altre erano strade. La stanza dei mosaici e la cisterna (dove nell’antichità raccoglievano l’acqua) sono due posti bellissimi. Un ragazzo che parla bene il francese ci spiega cosa facciamo e cosa ci circonda. È stato bello vedere come vivevano in Italia nell’antichità. Questa a Roselle è un’esperienza diversa e interessante. Far volontariato agli scavi è un modo per rendermi utile e imparare ancora più cose». (g. b.)
«Lavorare qui mi piace – racconta – è stato istruttivo, interessante, fin dalle lezioni di settembre. Mi ha colpito l’anfiteatro e mi hanno impressionato le dimensioni delle pietre con cui hanno fatto le mura della città. Ho scattato tante foto, per ricordo». Le mura ciclopiche di Roselle sono rimaste in testa anche ad Adama Joseph, ivoriano di 25 anni: «Non sapevo che i Romani usassero la pietra per costruire strade e case» ammette.
Per alcuni di questi 24 ragazzi è stato sorprendente scoprire che, prima dei Romani, altre civiltà avevano vissuto in Maremma.
«Qui erano ben organizzati con strade, case, acqua. E usavano i carri», spiega Bubacar Jarju, 22 anni, anche lui gambiano. Le modalità di consumo dei pasti e le aree della casa dedicate alla cucina sono rimaste particolarmente impresse ad Abu Kebiru, 21 anni, proveniente dalla Nigeria, che è rimasto affascinato anche dall’eco: «Se parli la voce torna indietro…».
Entusiasta dell’intero percorso – prima le lezioni, poi il lavoro, Bright Ossai, nigeriano di 23 anni: «Sono davvero grato per l’opportunità che ci viene data. Dell’epoca in cui esisteva Roselle sono rimasto affascinato dalla forza che avevano questi popoli, che hanno combattuto molte battaglie. Ammiro soprattutto la loro organizzazione e l’efficacia con cui riuscivano a proteggere la loro città, rendendola sicura. Fare un’esperienza di volontariato a Roselle è utile per noi. So di non parlare ancora l’italiano perché sono arrivato da poco, ma stiamo studiando e mi sto impegnando per impararlo il prima possibile».
Infine Diop Mor Awa, 25 anni, proveniente dal Senegal. Lui ha scattato tante foto: «Spero che in futuro facciano altri scavi per scoprire cose nuove. Mi sono piaciute le costruzioni di pietra che ho visto, alcune erano abitazioni, altre erano strade. La stanza dei mosaici e la cisterna (dove nell’antichità raccoglievano l’acqua) sono due posti bellissimi. Un ragazzo che parla bene il francese ci spiega cosa facciamo e cosa ci circonda. È stato bello vedere come vivevano in Italia nell’antichità. Questa a Roselle è un’esperienza diversa e interessante. Far volontariato agli scavi è un modo per rendermi utile e imparare ancora più cose». (g. b.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google