Il Tirreno

Grosseto

San Francesco, la storia

di MAURO PAPA
San Francesco, la storia

Da cimitero a orto, poi la ferita del corridoio abbattuto. E il capolino di Calatrava

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Pur essendo in centro storico, piazza San Francesco (ex piazza Indipendenza) è storicamente situata in una zona “periferica” della città. Nel Trecento, questa zona era indicata come “contrada” di San Francesco e, a quel tempo, il termine “contrada” indicava l’aperta campagna o la prossimità di un villaggio. L’unico edificio degno di nota era il monastero di San Francesco con il vicino Ricovero di fra Roncone che, nel Quattrocento, dette origine all’ospedale civico. Nel Cinquecento venne costruito anche il monastero delle Clarisse.

Nell’area, quindi, c’erano un ospedale e tre chiese – se comprendiamo anche quella di San Pietro – che galleggiavano in un grande prato deserto. Piazza San Francesco, antico cimitero dei francescani, divenne un orto coltivato e recintato da un alto muro per proteggere la clausura delle Clarisse, un “hortus conclusus” – cioè un piccolo paradiso terrestre – che si addossava al pozzo dell’ospedale. In poche decine di metri, in una città assetata, c’erano ben tre pozzi con cisterne al servizio di un sobborgo verde, raccolto e silenzioso.

Alla fine del Settecento, con i lumi della rivoluzione francese, il paradiso silenzioso venne oscurato: vennero soppressi i due monasteri e l’ospedale si ingrandì, inglobando il vecchio edificio delle Clarisse per mezzo di un ponte volante su via Ginori che proseguiva in un “corridoio vasariano” lungo il chiasso delle monache. Il monastero di clausura diventò residenza di medici e infermieri mentre l’orto fu messo al servizio dei malati. Il convento dei francescani ospitò invece dei magazzini e un’infermeria per i badilanti malarici.

Poi, nell’Ottocento, presso l’attuale piazza Baccarini venne costruito il tribunale civico (che aveva l’ingresso su via Vinzaglio) e la contrada di San Francesco divenne così quartiere laico e vociante di sanità e giustizia.

La chiesa di San Francesco venne riconsegnata ai francescani solo nel 1924, agli albori del fascismo. E l’ansia di rinnovamento fascista non esitò a manifestarsi con sventramenti e ricostruzioni: negli anni venti si demolì l’arco su via Ginori e, vicino, si distrusse un ampio tratto di Mura per far posto al Palazzo Littorio che, significativamente, si voltò verso la città nuova. Si reinventò inoltre il campanile francescano e, per rinvigorire il popolo rurale, nelle Clarisse venne realizzato il Dispensario d’Igiene Sociale e nell’ospedale il nuovo reparto pediatrico.

Dopo la guerra, nella bianciardiana Kansas City, il fervore edilizio riprese con analoghe velleità moderniste: ecco sorgere – fuori da ogni contesto – il palazzo della Camera di Commercio costruito negli anni Cinquanta a ridosso della chiesa di San Pietro. Qualche anno dopo, affacciato sull’altra piazza, spuntò anche il modernissimo palazzo vetrato che ospitava gli uffici amministrativi della Provincia.

Siamo negli anni Settanta, gli anni del declino: l’ospedale fu abbandonato, il muro dell’orto delle monache abbattuto e quell’area, liberata, divenne un anonimo parcheggio sterrato. Il monastero delle Clarisse, che negli anni Sessanta aveva ospitato anche pittoreschi ateliers d’artista (come quello di Claudio Amerighi) fu privato di ogni funzione. Anche il tribunale venne trasferito fuori dal centro storico e, nel 1975, il palazzo che lo ospitava fu destinato a museo. L’edificio fatiscente delle Clarisse si trovò ad essere diaframma tra una zona vitale, piazza Baccarini, e una zona depressa e marginale, piazza San Francesco.

Poi, a partire dagli anni Novanta, si verificò il primo tentativo di riqualificare l’intera zona. Il museo archeologico fu completamente ristrutturato e un’ala dell’ex ospedale ospitò il Polo universitario e alcuni uffici comunali. Piazza San Francesco nel 1995 fu rialzata – per non andare a disturbare le primitive sepolture – ripavimentata e destinata ad area spettacoli. Alla fine del decennio anche le Clarisse, con la Chiesa dei Bigi, furono completamente ristrutturate e venne addirittura scomodato l’archistar Calatrava per un progetto di ponte sospeso tra l’ex convento e il museo archeologico.

Il ponte non si realizzò ma l’edificio delle Clarisse fu consegnato a una nuova destinazione culturale, prima con il Polo universitario e successivamente con il polo espositivo culturale che ingloba Clarisse Arte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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