Sicurezza
Il ministero premia la ricerca di Caporali
di Francesca Ferri
Originario di Cupi, precario, lavora alla cura di una rara malattia dell’occhio. E ha appena ottenuto un lauto finanziamento
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GROSSETO. La competenza di chi è vincolato a un contratto di lavoro non ha niente a che vedere con la solidità di quel contratto. Peccato. Perché a giudicare dal risultato ottenuto nel campo della ricerca dal maremmano Leonardo Caporali e dal riconoscimento che gli è arrivato in questi giorni dal ministero della Salute, con un finanziamento di 450mila euro per un progetto che mira a trovare una cura per una malattia ad oggi per lo più incurabile, il ricercatore dovrebbe dormire sogni tranquilli. Dovrebbe...
E invece Caporali, partito dalla piccola Cupi nel comune di Magliano e diventato bolognese d’adozione, è un ricercatore precario.
«Un co.co.co., per la precisione», specifica lui al telefono. Per questo il riconoscimento implicito al suo lavoro, arrivato da Roma insieme ai fondi per la ricerca, ha il sapore di una riscossa.
Caporali, 38 anni, ex studente del liceo Scientifico Marconi di Grosseto, laureato nel 2007 in biotecnologie, lavora oggi all’Isnb, Istituto delle scienze neurologiche di Bologna, un istituto pubblico di ricoveri e cura a carattere scientifico, presso l’ospedale Bellario. E qui si occupa di atrofia del nervo ottico.
«Me ne occupo da dieci anni – spiega Caporali –. È una malattia della tarda giovinezza e porta alla cecità in fase adulta. Ci sono diversi geni che la causano ma al momento nel 50-60 per cento dei casi non si conoscono le cause genetiche che portano a questa malattia».
Il primo gene che porta a sviluppare questa malattia è stato identificato nel 2000 e da allora c’è un unico farmaco che viene impiegato. «Ma non è risolutivo – dice Caporali –. Il progetto di ricerca mira a individuare nuove cause di malattia. Insomma, cerchiamo di dare un nome a questa malattia per individuare, tra i farmaci già esistenti per altre patologie, quelli che posso essere efficaci anche nella cura dell’atrofia del nervo ottico».
Facile a dirlo, più complicato a farlo. Ma adesso Caporali ha un aiuto in più. Come detto, il ministero della Salute gli ha assegnato 450mila euro per un progetto di ricerca di tre anni, fondi attinti dal Bando di Ricerca Finalizzata 2016. Su 54 progetti finanziati in tutta Italia, l’Isnb ha visto premiati cinque progetti e quello di Caporali ha ottenuto il contributo più generoso.
Caporali arruolerà oltre 200 pazienti di cui studierà il genoma umano.
«Trattandosi di malattie rare – spiega ancora Caporali – sono “poco appetibili” per l’industria farmaceutica».
Caporali, però, ci crede, e nella sua ricerca utilizzerà una sostanza familiare ai più, che però in laboratorio si trasforma in un prezioso alleato.
«Il lievito di birra – dice ancora Caporali – serve, per così dire, da cavia. Studieremo questi geni nel lievito di birra e da lì contiamo di individuare i farmaci necessari. Si tratta di cercare tra mille, forse duemila farmaci esistenti, quelli che possono essere impiegati nel trattamento dell’atrofia del nervo ottico e che possono essere traslati in tempi brevi».
Ma quali prospettive concrete ci sono per i malati? «Forse in quattro o cinque anni potrebbe esserci una possibile terapia», dice Caporali.
La ricerca durerà tre anni, ma nel frattempo per Caporali c’è un piccolo “contrattempo” da superare: il 31 dicembre 2018 il suo contratto scadrà.
«L’istituto – spiega – si è impegnato a garantirmi lo stipendio per tutta la durata del progetto, anche perché il mio compenso è compreso nel finanziamento».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
E invece Caporali, partito dalla piccola Cupi nel comune di Magliano e diventato bolognese d’adozione, è un ricercatore precario.
«Un co.co.co., per la precisione», specifica lui al telefono. Per questo il riconoscimento implicito al suo lavoro, arrivato da Roma insieme ai fondi per la ricerca, ha il sapore di una riscossa.
Caporali, 38 anni, ex studente del liceo Scientifico Marconi di Grosseto, laureato nel 2007 in biotecnologie, lavora oggi all’Isnb, Istituto delle scienze neurologiche di Bologna, un istituto pubblico di ricoveri e cura a carattere scientifico, presso l’ospedale Bellario. E qui si occupa di atrofia del nervo ottico.
«Me ne occupo da dieci anni – spiega Caporali –. È una malattia della tarda giovinezza e porta alla cecità in fase adulta. Ci sono diversi geni che la causano ma al momento nel 50-60 per cento dei casi non si conoscono le cause genetiche che portano a questa malattia».
Il primo gene che porta a sviluppare questa malattia è stato identificato nel 2000 e da allora c’è un unico farmaco che viene impiegato. «Ma non è risolutivo – dice Caporali –. Il progetto di ricerca mira a individuare nuove cause di malattia. Insomma, cerchiamo di dare un nome a questa malattia per individuare, tra i farmaci già esistenti per altre patologie, quelli che posso essere efficaci anche nella cura dell’atrofia del nervo ottico».
Facile a dirlo, più complicato a farlo. Ma adesso Caporali ha un aiuto in più. Come detto, il ministero della Salute gli ha assegnato 450mila euro per un progetto di ricerca di tre anni, fondi attinti dal Bando di Ricerca Finalizzata 2016. Su 54 progetti finanziati in tutta Italia, l’Isnb ha visto premiati cinque progetti e quello di Caporali ha ottenuto il contributo più generoso.
Caporali arruolerà oltre 200 pazienti di cui studierà il genoma umano.
«Trattandosi di malattie rare – spiega ancora Caporali – sono “poco appetibili” per l’industria farmaceutica».
Caporali, però, ci crede, e nella sua ricerca utilizzerà una sostanza familiare ai più, che però in laboratorio si trasforma in un prezioso alleato.
«Il lievito di birra – dice ancora Caporali – serve, per così dire, da cavia. Studieremo questi geni nel lievito di birra e da lì contiamo di individuare i farmaci necessari. Si tratta di cercare tra mille, forse duemila farmaci esistenti, quelli che possono essere impiegati nel trattamento dell’atrofia del nervo ottico e che possono essere traslati in tempi brevi».
Ma quali prospettive concrete ci sono per i malati? «Forse in quattro o cinque anni potrebbe esserci una possibile terapia», dice Caporali.
La ricerca durerà tre anni, ma nel frattempo per Caporali c’è un piccolo “contrattempo” da superare: il 31 dicembre 2018 il suo contratto scadrà.
«L’istituto – spiega – si è impegnato a garantirmi lo stipendio per tutta la durata del progetto, anche perché il mio compenso è compreso nel finanziamento».
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