Sicurezza
in provincia
Grani, cipolle e legumi: un patrimonio recuperato
GROSSETO. Vitigni, grani, ortaggi, frutteti antichi mon amour. La riscoperta dell’antico vitigno del Nocchianello e la sua segnatura nei registri ufficiali nazionali è l’ultima di una serie di...
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GROSSETO. Vitigni, grani, ortaggi, frutteti antichi mon amour. La riscoperta dell’antico vitigno del Nocchianello e la sua segnatura nei registri ufficiali nazionali è l’ultima di una serie di iniziative che interessano la Maremma e il Monte Amiata in fatto di riscoperte di prodotti d’archivio, diciamo così, e oggi tornati a far parlare di sé grazie all’impegno di agricoltori, studiosi e appassionati dei sapori di una volta che sono, prima di ogni cosa, genuini e di grandissima qualità.
L’artefice di questo percorso iniziato oltre un decennio fa è stato il professor Giancarlo Scalabrelli, docente universitario di Pisa, che oltre a legare il suo nome al Nocchianello, lo ha legato anche agli antichi vitigni di Castel del Piano e Seggiano ed è proprio dalla sua catalogazione che adesso a Castel del Piano di producono due tipologie di vino, etichettate come “Vigna museo”, dell’azienda di Giulio Bonelli.
Un nettare che si spreme dai chicchi di mammoletto e canaiolo mammolo, di ciliegiolo e di Cavaliere e altre qualità per il rosso; e dalle uve di malvasia, riminese, aleatico bianco e zibibbo per il bianco griffato “vigna museo”. Una produzione limitatissima, di appena 500 bottiglie, ma tanto basta per avere nella botte vino di uva doc seggianese e castelpianese la cui storia comincia dagli anni ’30 e dagli anni ’20, quando, dopo l’epidemia di filossera, i vigneti furono tutti innestati, riprendendo le marze dei vitigni sopravvissuti.
Scalabrelli catalogò tutti questi tipi di vite con un’operazione certosina che durò a lungo, riportando alla luce pezzi di storia agricola illustre. A questa storia, a cui fin dal 2003 si dedica l’associazione di Arcidosso Genomamiata oggi guidata da Lorenzo Fazzi, appartiene anche tutto il filone oggi balzato agli onori della cronaca, del recupero e coltivazione della rossa cipolla della Selva di Santa Fiora, un prodotto di eccellenza, dolce al palato e ottima da digerire. Come la patata delle Macchie e di Monte Labro, dalla pasta delicata, o le venti qualità di pomodori di Semproniano in corso di classificazione, insieme ad altri ortaggi e frutti antichi (ben 70 qualità) sempre di Semproniano, grazie all’iniziativa dell’associazione La Piazzoletta e del suo presidente Fulvio Ponzuoli.
Ed è proprio alla Piazzoletta che si deve il grosso progetto del recupero di grani antichi, oggi coltivato in oltre 40 ettari di terreno con l’obiettivo di raggiungere i mille quintali, grazie a richieste sempre maggiori. Abbondanza, Autonomia, Rieti e Gentil rosso le varietà di grani teneri; Sieve Frassinetto, Farro monococco, Etrusco 2000 anni, Cappelli per i grani duri. La Piazzoletta custodisce varietà di grani antichi che ha riprodotto nell’alta Maremma tra le valli del Fiora e Albegna, per recuperare le varietà di grano storiche coltivate sul territorio e le tecniche di panificazione abbandonate, con una particolare attenzione per l’ambiente, il mondo rurale, le tradizioni gastronomiche e la salute e sta proseguendo un progetto nato circa dieci anni fa e oggi in pieno sviluppo fra Semproniano e Saturnia.
La tecnica di coltivazione di questi grani utilizza il metodo della rotazione di quattro anni. Negli anni di riposo per il grano si coltivano legumi di Pitigliano, i cui semi sono stati ritrovati e classificati: Cece dal solco dritto, Cece nero, Cece rugoso della Maremma, Ciavattone, fagiolo del Purgatorio, fatti crescere con metodo biologico e ecosostenibile.
«Lavoriamo da sempre sulla biodiversità – spiega Ponzuoli – siamo custodi delle sementi e di ogni pianta che si identifica con l’agricoltura storica della nostra terra». (f.b.)
L’artefice di questo percorso iniziato oltre un decennio fa è stato il professor Giancarlo Scalabrelli, docente universitario di Pisa, che oltre a legare il suo nome al Nocchianello, lo ha legato anche agli antichi vitigni di Castel del Piano e Seggiano ed è proprio dalla sua catalogazione che adesso a Castel del Piano di producono due tipologie di vino, etichettate come “Vigna museo”, dell’azienda di Giulio Bonelli.
Un nettare che si spreme dai chicchi di mammoletto e canaiolo mammolo, di ciliegiolo e di Cavaliere e altre qualità per il rosso; e dalle uve di malvasia, riminese, aleatico bianco e zibibbo per il bianco griffato “vigna museo”. Una produzione limitatissima, di appena 500 bottiglie, ma tanto basta per avere nella botte vino di uva doc seggianese e castelpianese la cui storia comincia dagli anni ’30 e dagli anni ’20, quando, dopo l’epidemia di filossera, i vigneti furono tutti innestati, riprendendo le marze dei vitigni sopravvissuti.
Scalabrelli catalogò tutti questi tipi di vite con un’operazione certosina che durò a lungo, riportando alla luce pezzi di storia agricola illustre. A questa storia, a cui fin dal 2003 si dedica l’associazione di Arcidosso Genomamiata oggi guidata da Lorenzo Fazzi, appartiene anche tutto il filone oggi balzato agli onori della cronaca, del recupero e coltivazione della rossa cipolla della Selva di Santa Fiora, un prodotto di eccellenza, dolce al palato e ottima da digerire. Come la patata delle Macchie e di Monte Labro, dalla pasta delicata, o le venti qualità di pomodori di Semproniano in corso di classificazione, insieme ad altri ortaggi e frutti antichi (ben 70 qualità) sempre di Semproniano, grazie all’iniziativa dell’associazione La Piazzoletta e del suo presidente Fulvio Ponzuoli.
Ed è proprio alla Piazzoletta che si deve il grosso progetto del recupero di grani antichi, oggi coltivato in oltre 40 ettari di terreno con l’obiettivo di raggiungere i mille quintali, grazie a richieste sempre maggiori. Abbondanza, Autonomia, Rieti e Gentil rosso le varietà di grani teneri; Sieve Frassinetto, Farro monococco, Etrusco 2000 anni, Cappelli per i grani duri. La Piazzoletta custodisce varietà di grani antichi che ha riprodotto nell’alta Maremma tra le valli del Fiora e Albegna, per recuperare le varietà di grano storiche coltivate sul territorio e le tecniche di panificazione abbandonate, con una particolare attenzione per l’ambiente, il mondo rurale, le tradizioni gastronomiche e la salute e sta proseguendo un progetto nato circa dieci anni fa e oggi in pieno sviluppo fra Semproniano e Saturnia.
La tecnica di coltivazione di questi grani utilizza il metodo della rotazione di quattro anni. Negli anni di riposo per il grano si coltivano legumi di Pitigliano, i cui semi sono stati ritrovati e classificati: Cece dal solco dritto, Cece nero, Cece rugoso della Maremma, Ciavattone, fagiolo del Purgatorio, fatti crescere con metodo biologico e ecosostenibile.
«Lavoriamo da sempre sulla biodiversità – spiega Ponzuoli – siamo custodi delle sementi e di ogni pianta che si identifica con l’agricoltura storica della nostra terra». (f.b.)
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