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Grosseto

Turismo, Maremma superstar, ma gli esperti avvertono: occhio ai trionfalismi

Giovanna Mezzana
Turismo, Maremma superstar, ma gli esperti avvertono: occhio ai trionfalismi

Sorpresa: Grosseto al 6° posto nella top italiana. Uno straordinario risultato da prendere con le molle: ecco perché

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GROSSETO. È incredibile: Grosseto si piazza al sesto posto in una classifica nazionale per valore aggiunto prodotto dal turismo. In Toscana fa meglio di Firenze il cui sistema museale è trainato dalla Uffizi. Surclassa persino Roma che conta su un business del viaggio religioso che è un unicum. Va bene il fascino della biodiversità dei Monti dell’Uccellina, l’eccezionalità di Pitigliano-borgo scavato nel tufo, Capalbio-Piccola Atene e i cottage nascosti tra Ansedonia e l’Argentarola: ma, francamente, pare persino troppo. Eppure il dato arriva dal Sole 24 ore.

La top 10. Il quotidiano economico ha pubblicato ieri una classifica delle dieci province italiane con più alto valore aggiunto turistico pro capite, termometro di quanto faccia bene l’industria delle vacanze sui sistemi economici di questa e quella provincia. Sul podio svettano: Bolzano, Rimini e Venezia con valori tra 16mila e 12mila euro pro capite. Al sesto posto si posiziona Grosseto – 9.147 euro di valore aggiunto dal turismo – alle spalle di Trento e davanti a Livorno.

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Lo studio. La classifica è il risultato di un’elaborazione del Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna che sintetizza alcuni risultati contenuti nella ricerca “Il Turismo invisibile” condotta da Guido Caselli, direttore del Centro studi dell’Unioncamere sulla via Emilia. Abbiamo sottoposto il dato grossetano agli esperti toscani.

La spiegazione. «Da una prima analisi dei documenti a cura dell’Osservatorio regionale sul turismo dell’Emilia-Romagna – nota Enrico Conti, funzionario di ricerca Irpet e responsabile del settore Turismo – emerge, anche se in modo non chiaro, che la nozione di “valore aggiunto” a cui fa riferimento il documento è quella di “Vati”, valore aggiunto delle industrie turistiche. La sua definizione comprende il valore aggiunto creato dalle industrie cosiddette caratteristiche del turismo, ossia quelle industrie che, in mancanza della domanda turistica, diminuirebbero la loro produzione in misura molto rilevante. Il loro valore aggiunto, tuttavia, non è attivato quasi mai solo, e neppure in misura maggioritaria, dal consumo turistico. Si pensi ad esempio – continua l’esperto – ai ristoranti la cui produzione e valore aggiunto sono attivati per una parte preponderante dal consumo di residenti (e non di turisti), per non parlare del commercio. Il Vati non fa distinzione tra queste due porzioni di valore aggiunto, guarda semplicemente all’industria che le produce». In altre parole: se nel 2016 un grossetano o un amiatino è andato all’osteria sotto casa a mangiare stracotto di Razza Maremmana o acquacotta ha contribuito a far ingrassare quel dato. E quindi, non dobbiamo stupirci, nè attribuire al turismo tout court il ruolo di panacea di tutti i (nostri) mali. «Dunque è chiaro che questa misura – dettaglia Conti – non restituisce il peso del turismo nell’economia di un territorio, ma il peso delle industrie caratteristiche del turismo nell’economia di un territorio». Quelle sì, che – ma complessivamente – contribuiscono a generare “ricchezza”.

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Sotto la lente. Irpet presenterà tra pochi mesi, il proprio Conto satellite regionale sul turismo, «con stime del valore aggiunto attivato dal consumo dei turisti, sia a livello regionale che subregionale. E, possiamo prevedere – conclude l’esperto di Irpet – che, data la diversa definizione, i valori saranno sensibilmente diversi».

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