Toscana
Unicoop, i lavoratori scioperano Nuovi timori per i piccoli market
di Giovanna Mezzana
Ieri manifestazione davanti alla sede di Vignale «per il mancato rispetto dell’accordo del 9 maggio» Cgil: «Dubbi sul futuro dei negozi di vicinato, per Gavorrano l’orario è stato ridotto unilateralmente»
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GROSSETO. Terzo round. Cassiere, magazzinieri, impiegati: i dipendenti di Unicoop Tirreno ieri hanno manifestato per la terza volta nell’arco di poco più di un mese. Erano qualche centinaia di fronte alla sede del colosso cooperativo, a Vignale Riotorto. Hanno incrociato le braccia per un duplice motivo: da un lato hanno aderito alla chiamata di status nazionale per il mancato rinnovo del contratto della cooperazione, che vale per tutti i lavoratori delle cooperative; e sull’altro fronte c’è la questione del rilancio di Unicoop Tirreno che non procede come Cgil, Cisl e Uil si aspettavano quando il 9 maggio, dopo un inizio turbolento di trattativa, firmarono un patto con i top manager dell’ex Proletaria che sarebbe passato alla cronaca come l’accordo dei “zero licenziamenti”, nonostante 160 esuberi dichiarati nella sede di Vignale e una irrinunciabile “razionalizzazione” dei punti vendita (si chiudono quelli irrimediabilmente in perdita).
Qui Maremma. Dall’Argentario alle Colline Metallifere passando per Grosseto, il piano di riorganizzazione della rete di vendita del colosso cooperativo non sta provocando scossoni: di cinque negozi che figuravano nella lista nera, ne è stato chiuso solo uno; parliamo della Coop di via Lambardi a Porto Santo Stefano i cui dipendenti sono stati ricollocati tra l’Argentario e Albinia. Bene, per ora, ma c’è dell’altro.
Dubbi e timori. Anche l’In-Coop di Gavorrano, che spuntava tra i supermercati in bilico è sempre aperta: ma con orario ridotto e «La sensazione è – dicono dalle fila di Filcams Cgil Grosseto – che la chiusura sia stata solo posticipata di qualche mese». A rischio, secondo Cgil, adesso ci sarebbero «molti dei piccoli negozi di vicinato dell’entroterra della Provincia grossetana» che un tempo rappresentavano l’ossatura della penetrazione (anche) “sociale” della società cooperativa e che oggi porterebbero poca acqua al mulino del rilancio, salvo qualche eccezione. Poi c’è la questione della cassa integrazione per la forza lavoro della sede centrale che, secondo i sindacati, Unicoop Tirreno starebbe applicando in maniera troppo soft: spalmata su 20-30 dipendenti, non starebbe assicurando i vantaggi per i quali si era deciso il ricorso ad essa.
In stand-by. Poco insomma è cambiato rispetto ai timori e ai dubbi che avevano portato al primo sciopero dell’11 novembre e poi alla manifestazione romana davanti alla sede della Lega delle Cooperative. «Non viene rispettata – nota Stefano Vermigli di Cgil Filcams – la normale organizzazione del lavoro prevista dagli accordi contrattuali e dall’accordo del 9 maggio» che per altro metteva nero su bianco la regola che «ogni iniziativa avrebbe dovuto essere concordata con i sindacati». La riduzione dell’orario di apertura della Coop di Gavorrano, per esempio, non lo è stata: la decisione venne resa nota in un’assemblea di soci; ecco perché Cgil teme che proprio lì sotto si annidino altri rischi, non solo per quel punto vendita ma anche per i market dello stesso “calibro”.
Qui Maremma. Dall’Argentario alle Colline Metallifere passando per Grosseto, il piano di riorganizzazione della rete di vendita del colosso cooperativo non sta provocando scossoni: di cinque negozi che figuravano nella lista nera, ne è stato chiuso solo uno; parliamo della Coop di via Lambardi a Porto Santo Stefano i cui dipendenti sono stati ricollocati tra l’Argentario e Albinia. Bene, per ora, ma c’è dell’altro.
Dubbi e timori. Anche l’In-Coop di Gavorrano, che spuntava tra i supermercati in bilico è sempre aperta: ma con orario ridotto e «La sensazione è – dicono dalle fila di Filcams Cgil Grosseto – che la chiusura sia stata solo posticipata di qualche mese». A rischio, secondo Cgil, adesso ci sarebbero «molti dei piccoli negozi di vicinato dell’entroterra della Provincia grossetana» che un tempo rappresentavano l’ossatura della penetrazione (anche) “sociale” della società cooperativa e che oggi porterebbero poca acqua al mulino del rilancio, salvo qualche eccezione. Poi c’è la questione della cassa integrazione per la forza lavoro della sede centrale che, secondo i sindacati, Unicoop Tirreno starebbe applicando in maniera troppo soft: spalmata su 20-30 dipendenti, non starebbe assicurando i vantaggi per i quali si era deciso il ricorso ad essa.
In stand-by. Poco insomma è cambiato rispetto ai timori e ai dubbi che avevano portato al primo sciopero dell’11 novembre e poi alla manifestazione romana davanti alla sede della Lega delle Cooperative. «Non viene rispettata – nota Stefano Vermigli di Cgil Filcams – la normale organizzazione del lavoro prevista dagli accordi contrattuali e dall’accordo del 9 maggio» che per altro metteva nero su bianco la regola che «ogni iniziativa avrebbe dovuto essere concordata con i sindacati». La riduzione dell’orario di apertura della Coop di Gavorrano, per esempio, non lo è stata: la decisione venne resa nota in un’assemblea di soci; ecco perché Cgil teme che proprio lì sotto si annidino altri rischi, non solo per quel punto vendita ma anche per i market dello stesso “calibro”.
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