La manifestazione
«Norme confuse, ma la competenza c’è»
di Gabriele Baldanzi
Grosseto, il presidente del Collegio dei geometri rinnova l’impegno per una città senza più ostacoli
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GROSSETO . Barriere architettoniche e accessibilità. Il Tirreno ha lanciato un mese fa la campagna “Stop barriere”, al fianco di Lorella Ronconi e di quanti - da sempre - combattono su questo fronte.
A Grosseto la maggior parte dei negozi e degli spazi pubblici hanno infatti soglie e scalini all’ingresso che impediscono a chi è in carrozzina di entrare. Soglie che basterebbe inclinare un po’ e scalini che si potrebbero sostituire con scivoli, per consentire l’accesso a tutti. Un problema che è nell’agenda del Comune e di alcuni privati e che sta a cuore alle categorie, a partire dal Collegio dei geometri.
«Sfatiamo subito un luogo comune – spiega Patrizio Sgarbi, neopresidente del Collegio grossetano dei geometri – i professionisti su questa materia sono preparati: la legge 13 è prossima ormai a compiere trent’anni, c’è una buona esperienza dei colleghi e il problema non è certo quello di redarre gli elaborati tecnici di legge».
Qual è il problema?
«Di certo la preparazione del professionista non incide sulla diffusione delle barriere architettoniche. Mi pare evidente. Piuttosto dipende dalle normative, la legge 13 del 1989, il Decreto 236 del 1989, e altri, che demandano determinati obblighi su nuove costruzioni e ristrutturazioni, sfumando poi – con altre norme – sui concetti e sui termini, per esempio quello di ristrutturazione. Basti pensare, che interventi di frazionamento o fusione di immobili oggi ricadono nella manutenzione straordinaria, mentre il decreto 236 del 1989 rimanda, per la definizione del concetto di ristrutturazione, alla legge 457 del 1978, oggi sostituita da un Testo Unico dell’Edilizia, che ha subito numerose modifiche e integrazioni dal 2001 ai giorni nostri. Quindi in mancanza di certezze, di chiarezza, di obblighi di legge, quasi tutto è demandato alla lungimiranza del committente, che valuta la necessità di tali interventi».
A guidarci verso una diversa sensibilità in materia non dovrebbero essere gli obblighi normativi, ma la visione di un’opportunità.
«Esatto. Per chi ha un’attività, nella fattispecie commerciale o aperta al pubblico, l’eliminazione di barriere fisiche può significare attrarre una nuova clientela e un modo, quindi, di competere con chi di barriere fisiche non ne ha: il commercio online. Per chi ha un proprio immobile, per esempio l’abitazione, una progettazione attenta a certi princìpi potrà comunque tornare utile, perché i bisogni nell’arco di una vita possono mutare. In particolare sarebbe bene ricordarsi che la disabilità si esplicita anche in forme momentanee (un incidente, una malattia) e in tali casi quella casa che era stata sempre funzionale da un giorno all’altro diventa problematica».
Voi tecnici riuscite a coglierla questa sensibilità nei committenti?
«Allora, in generale il professionista e anche molti committenti, ormai, tendono a prestare attenzione a questi aspetti, mentre in città, intendo negli spazi pubblici, nonostante la prima legge in materia di barriere architettoniche risalga a quasi 40 anni fa, c’è ancora molto da fare. Va detto anche che la problematica delle barriere architettoniche, come già evidenziato in diversi vostri articoli e interviste, non è solo un problema di architetture, ma prima di tutto un problema di educazione civica e rispetto del prossimo. Quindi il primo insegnamento non può che venire dalla famiglia, oltre che dalla scuola».
Al collegio dei geometri c’è stato di recente un cambio dei vertici. Proseguirete la collaborazione col Fiaba, Fondo italiano per l’abbattimento delle barriere architettoniche?
«Certo. Questa è la nostra intenzione, quella di proseguire il rapporto, il progetto, magari per articolarlo, insieme alla scuola (istituto Manetti), anche su altri fronti. L’intenzione è di coinvolgere il Comune impegnandolo su progetti che riguardano spazi pubblici o in particolare un quartiere di Grosseto. Purtroppo oltre alle barriere si registrano ogni giorno esempi di cattiva educazione; tra i più eclatanti l’utilizzo dei posti auto riservati. In prossimità dei centri commerciali basta allungare lo sguardo sui cruscotti per vedere che non tutti gli occupanti sono autorizzati alla fruizione degli stessi. Difficile, in questi casi, giustificarsi con la solita frase: mancano i parcheggi ma faccio in un attimo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
A Grosseto la maggior parte dei negozi e degli spazi pubblici hanno infatti soglie e scalini all’ingresso che impediscono a chi è in carrozzina di entrare. Soglie che basterebbe inclinare un po’ e scalini che si potrebbero sostituire con scivoli, per consentire l’accesso a tutti. Un problema che è nell’agenda del Comune e di alcuni privati e che sta a cuore alle categorie, a partire dal Collegio dei geometri.
«Sfatiamo subito un luogo comune – spiega Patrizio Sgarbi, neopresidente del Collegio grossetano dei geometri – i professionisti su questa materia sono preparati: la legge 13 è prossima ormai a compiere trent’anni, c’è una buona esperienza dei colleghi e il problema non è certo quello di redarre gli elaborati tecnici di legge».
Qual è il problema?
«Di certo la preparazione del professionista non incide sulla diffusione delle barriere architettoniche. Mi pare evidente. Piuttosto dipende dalle normative, la legge 13 del 1989, il Decreto 236 del 1989, e altri, che demandano determinati obblighi su nuove costruzioni e ristrutturazioni, sfumando poi – con altre norme – sui concetti e sui termini, per esempio quello di ristrutturazione. Basti pensare, che interventi di frazionamento o fusione di immobili oggi ricadono nella manutenzione straordinaria, mentre il decreto 236 del 1989 rimanda, per la definizione del concetto di ristrutturazione, alla legge 457 del 1978, oggi sostituita da un Testo Unico dell’Edilizia, che ha subito numerose modifiche e integrazioni dal 2001 ai giorni nostri. Quindi in mancanza di certezze, di chiarezza, di obblighi di legge, quasi tutto è demandato alla lungimiranza del committente, che valuta la necessità di tali interventi».
A guidarci verso una diversa sensibilità in materia non dovrebbero essere gli obblighi normativi, ma la visione di un’opportunità.
«Esatto. Per chi ha un’attività, nella fattispecie commerciale o aperta al pubblico, l’eliminazione di barriere fisiche può significare attrarre una nuova clientela e un modo, quindi, di competere con chi di barriere fisiche non ne ha: il commercio online. Per chi ha un proprio immobile, per esempio l’abitazione, una progettazione attenta a certi princìpi potrà comunque tornare utile, perché i bisogni nell’arco di una vita possono mutare. In particolare sarebbe bene ricordarsi che la disabilità si esplicita anche in forme momentanee (un incidente, una malattia) e in tali casi quella casa che era stata sempre funzionale da un giorno all’altro diventa problematica».
Voi tecnici riuscite a coglierla questa sensibilità nei committenti?
«Allora, in generale il professionista e anche molti committenti, ormai, tendono a prestare attenzione a questi aspetti, mentre in città, intendo negli spazi pubblici, nonostante la prima legge in materia di barriere architettoniche risalga a quasi 40 anni fa, c’è ancora molto da fare. Va detto anche che la problematica delle barriere architettoniche, come già evidenziato in diversi vostri articoli e interviste, non è solo un problema di architetture, ma prima di tutto un problema di educazione civica e rispetto del prossimo. Quindi il primo insegnamento non può che venire dalla famiglia, oltre che dalla scuola».
Al collegio dei geometri c’è stato di recente un cambio dei vertici. Proseguirete la collaborazione col Fiaba, Fondo italiano per l’abbattimento delle barriere architettoniche?
«Certo. Questa è la nostra intenzione, quella di proseguire il rapporto, il progetto, magari per articolarlo, insieme alla scuola (istituto Manetti), anche su altri fronti. L’intenzione è di coinvolgere il Comune impegnandolo su progetti che riguardano spazi pubblici o in particolare un quartiere di Grosseto. Purtroppo oltre alle barriere si registrano ogni giorno esempi di cattiva educazione; tra i più eclatanti l’utilizzo dei posti auto riservati. In prossimità dei centri commerciali basta allungare lo sguardo sui cruscotti per vedere che non tutti gli occupanti sono autorizzati alla fruizione degli stessi. Difficile, in questi casi, giustificarsi con la solita frase: mancano i parcheggi ma faccio in un attimo».
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