Sicurezza
Etruschi a portata di ciechi e malati di Alzheimer
di Francesca Ferri
Il Museo archeologico di Vetulonia da anni è un esempio di struttura accessibile con spiegazioni in Lis, reperti da toccare e nuovi laboratori a partire da gennaio
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VETULONIA. Ci sono luoghi dove le persone disabili non possono neanche entrare. Il Tirreno lo ha documentato nei giorni scorsi nella campagna “Stop barriere”, avviata a inizio dicembre, mostrando come la maggior parte dei negozi a Grosseto sia inaccessibile alle carrozzine.
Per fortuna, però, ci sono anche luoghi dove le persone con disabilità non solo possono entrare, ma possono anche trattenersi e intrattenersi, fruire di ciò che questi luoghi contengono, vivere a 360 gradi l’esperienza. Insomma, un’accessibilità totale, non solo fisica, ma anche linguistica, percettiva. Ed emotiva.
Uno di questi luoghi è il Museo Civico Archeologico Isidoro Falchi di Vetulonia, scrigno di preziosi reperti e di una sensibilità e un impegno che lo hanno portato ad essere il primo museo italiano per accessibilità ai ciechi e agli ipovedenti. Un museo che si appresta a diventare uno dei primi ad abbattere un’altra barriera, quella della demenza, aprendo le porte ai malati di Alzheimer.
Scivoli, rampe, bagni adeguati e ascensori, ça va sans dire, nel museo di Vetulonia sono ormai una realtà sin dal 2000, da quando la struttura ha riaperto.
«Ma si può sempre migliorare», dice con orgoglio la direttrice Simona Rafanelli. Per farlo servono soldi, lavoro e – cosa non scontata – sensibilità al tema dell’accesso, un ingrediente che nell’ambito della campagna “Stop barriere” molti interlocutori hanno definito la vera molla per cambiare le cose.
«Per quanto riguarda l’accesso agli ipovedenti – spiega Rafanelli – la molla è arrivata nel 2003 da Luciana Pericci, allora presidente dell’Unione italiana ciechi di Grosseto. Venne a Vetulonia e mi disse: “Simona, io voglio entrare in questo museo”. Confesso, mi sono vergognata perché avrei dovuto pensarci io. All’epoca il museo non era concepito per un non vedente; tutti i reperti erano chiusi nelle teche. Addirittura fino a pochi anni prima, come mi disse lei stessa, l’opinione diffusa era che il cieco non potesse “percepire” l’arte. Da lì siamo partiti».
L’obiettivo era far conoscere i reperti, se non con gli occhi, con le mani. «Un’emozione tattile – la definisce la direttrice –. Abbiamo chiesto alla Soprintendenza di fornirci reperti veri, da far toccare ai visitatori ciechi e ipovedenti. Abbiamo poi fatto fare delle copie, ad esempio nel caso di gioielli. Nel gennaio 2006 avevamo già un percorso completo per ciechi». Il percorso prevede le guide in gomma a terra, la possibilità di toccare reperti in ceramica, in metallo e pietra, e tre sale attrezzate con totem che, al passaggio di una persona, spiegano cosa c’è nella sala.
«Gli stessi totem – prosegue Rafanelli – vengono usati per l’accesso delle persone sorde e sordomute, poiché hanno un video con la traduzione della spiegazione in Lingua italiana dei segni. Ovviamente sono fruibili da tutti i visitatori». A fine settembre è stata poi avviata una collaborazione con il liceo classico Carducci - Ricasoli di Grosseto i cui studenti di 2ª liceo, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, accompagnano nel museo le persone con disabilità.
Un lavoro costante, dunque, che richiede risorse. Il cui reperimento è a sua volta un ulteriore lavoro. Che a Vetulonia viene fatto. «Quest’anno – spiega Rafanelli – abbiamo vinto un bando da 25mila euro, 20mila dalla Regione e 5mila di compartecipazione dal Comune».
Abbattute le barriere architettoniche e linguistiche, il lavoro però non è finito. La nuova sfida è quella di abbattere le barriere cognitive per i malati di Alzheimer. «Il progetto partirà a gennaio – spiega la direttrice – con dei laboratori per malati di Alzheimer ed è frutto di un corso di formazione finanziato dalla Regione che abbiamo frequentato a Siena». Dal Grossetano c’era anche il Museo di Pitigliano.
Ma come si abbattono queste barriere? «Si punta sul lato emotivo, non su quello cognitivo. I malati osserveranno le opere d’arte e toccheranno i reperti. Su questi reperti verranno create storie, con l’ausilio della musica». Il progetto coinvolge l’animatore socioeducativo Giulio Gamba della Cooperativa Arcobaleno, la Casa di riposo Ferrucci e la Rsa Villa Pizzetti, dove si trova un centro diurno per malati di Alzheimer. Questo permette al malato di recuperare un contatto con la realtà».
Anche in questo caso, la molla è stata un’esperienza personale che ha creato una sensibilità sul tema. «Ho seguito per 25 anni mia nonna malata di Alzheimer – racconta la direttrice – e la mia esperienza diretta mi ha fatto capire quanto musica e arte consentano il collegamento con la realtà per i malati di Alzheimer». A breve queste possibilità saranno a disposizione di tutti al Museo Isidoro Falchi di Vetulonia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Per fortuna, però, ci sono anche luoghi dove le persone con disabilità non solo possono entrare, ma possono anche trattenersi e intrattenersi, fruire di ciò che questi luoghi contengono, vivere a 360 gradi l’esperienza. Insomma, un’accessibilità totale, non solo fisica, ma anche linguistica, percettiva. Ed emotiva.
Uno di questi luoghi è il Museo Civico Archeologico Isidoro Falchi di Vetulonia, scrigno di preziosi reperti e di una sensibilità e un impegno che lo hanno portato ad essere il primo museo italiano per accessibilità ai ciechi e agli ipovedenti. Un museo che si appresta a diventare uno dei primi ad abbattere un’altra barriera, quella della demenza, aprendo le porte ai malati di Alzheimer.
Scivoli, rampe, bagni adeguati e ascensori, ça va sans dire, nel museo di Vetulonia sono ormai una realtà sin dal 2000, da quando la struttura ha riaperto.
«Ma si può sempre migliorare», dice con orgoglio la direttrice Simona Rafanelli. Per farlo servono soldi, lavoro e – cosa non scontata – sensibilità al tema dell’accesso, un ingrediente che nell’ambito della campagna “Stop barriere” molti interlocutori hanno definito la vera molla per cambiare le cose.
«Per quanto riguarda l’accesso agli ipovedenti – spiega Rafanelli – la molla è arrivata nel 2003 da Luciana Pericci, allora presidente dell’Unione italiana ciechi di Grosseto. Venne a Vetulonia e mi disse: “Simona, io voglio entrare in questo museo”. Confesso, mi sono vergognata perché avrei dovuto pensarci io. All’epoca il museo non era concepito per un non vedente; tutti i reperti erano chiusi nelle teche. Addirittura fino a pochi anni prima, come mi disse lei stessa, l’opinione diffusa era che il cieco non potesse “percepire” l’arte. Da lì siamo partiti».
L’obiettivo era far conoscere i reperti, se non con gli occhi, con le mani. «Un’emozione tattile – la definisce la direttrice –. Abbiamo chiesto alla Soprintendenza di fornirci reperti veri, da far toccare ai visitatori ciechi e ipovedenti. Abbiamo poi fatto fare delle copie, ad esempio nel caso di gioielli. Nel gennaio 2006 avevamo già un percorso completo per ciechi». Il percorso prevede le guide in gomma a terra, la possibilità di toccare reperti in ceramica, in metallo e pietra, e tre sale attrezzate con totem che, al passaggio di una persona, spiegano cosa c’è nella sala.
«Gli stessi totem – prosegue Rafanelli – vengono usati per l’accesso delle persone sorde e sordomute, poiché hanno un video con la traduzione della spiegazione in Lingua italiana dei segni. Ovviamente sono fruibili da tutti i visitatori». A fine settembre è stata poi avviata una collaborazione con il liceo classico Carducci - Ricasoli di Grosseto i cui studenti di 2ª liceo, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, accompagnano nel museo le persone con disabilità.
Un lavoro costante, dunque, che richiede risorse. Il cui reperimento è a sua volta un ulteriore lavoro. Che a Vetulonia viene fatto. «Quest’anno – spiega Rafanelli – abbiamo vinto un bando da 25mila euro, 20mila dalla Regione e 5mila di compartecipazione dal Comune».
Abbattute le barriere architettoniche e linguistiche, il lavoro però non è finito. La nuova sfida è quella di abbattere le barriere cognitive per i malati di Alzheimer. «Il progetto partirà a gennaio – spiega la direttrice – con dei laboratori per malati di Alzheimer ed è frutto di un corso di formazione finanziato dalla Regione che abbiamo frequentato a Siena». Dal Grossetano c’era anche il Museo di Pitigliano.
Ma come si abbattono queste barriere? «Si punta sul lato emotivo, non su quello cognitivo. I malati osserveranno le opere d’arte e toccheranno i reperti. Su questi reperti verranno create storie, con l’ausilio della musica». Il progetto coinvolge l’animatore socioeducativo Giulio Gamba della Cooperativa Arcobaleno, la Casa di riposo Ferrucci e la Rsa Villa Pizzetti, dove si trova un centro diurno per malati di Alzheimer. Questo permette al malato di recuperare un contatto con la realtà».
Anche in questo caso, la molla è stata un’esperienza personale che ha creato una sensibilità sul tema. «Ho seguito per 25 anni mia nonna malata di Alzheimer – racconta la direttrice – e la mia esperienza diretta mi ha fatto capire quanto musica e arte consentano il collegamento con la realtà per i malati di Alzheimer». A breve queste possibilità saranno a disposizione di tutti al Museo Isidoro Falchi di Vetulonia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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