Gioco
Migrazione, no grazie: il falco pescatore diventa maremmano
A sei anni dalla prima nidificazione, il curioso comportamento di questo rapace che preferisce non allontanarsi troppo
GROSSETO . Ad attestare, se ancora ci fosse bisogno, quanto si sta bene in Maremma adesso arriva uno studio scientifico della più importante rivista mondiale di ornitologia, “Ibis”.
Si tratta di un monitoraggio sui falchi pescatori a quindici anni dalla presentazione del progetto di reintroduzione, avviato a suo tempo dal Parco regionale della Maremma.
A sei anni di distanza dalla prima nidificazione in Italia (dopo quasi mezzo secolo di assenza) – i primi pulli italiani videro la luce nel 2011 vicino all’idrovora di San Paolo, ad Alberese – questi rapaci evidenziano un comportamento diverso rispetto agli esemplari nordici (prevalentemente scandinavi).
Gli individui nati nella Diaccia Botrona (Castiglione della Pescaia) e nel parco dell’Uccellina dal 2011 a oggi non sono tutti migratori: alcuni restano nelle vicinanze dei siti di riproduzione durante tutto l’anno, altri migrano per brevissime distanze (meno di 500 chilometri), solo una minoranza vola per oltre mille chilometri attraversando il mare aperto, con lunghi voli senza sosta, che possono durare più di 20 ore, anche in notturna.
«In che modo questi falchi volino in mare aperto in assenza (o quasi) di correnti termiche ascensionali e come gestiscano le riserve energetiche per la grande traversata – spiega Flavio Monti, animatore del gruppo di ricerca e ormai maremmano d’adozione – è un enigma al quale si sta cercando di dare delle risposte. Probabilmente, gli inverni miti tipici delle nostre latitudini associati a una buona disponibilità di pesce durante tutto l’anno, visto che le acque dei nostri laghi non congelano come quelle dei laghi del Nord Europa, potrebbero aver favorito l’evoluzione di questo comportamento portando i falchi a stazionare nel bacino del Mediterraneo durante tutto l’arco dell’anno».
Gli Ospreys (nome inglese del falco pescatore) mediterranei trascorrono infatti l’inverno a latitudini temperate; in Maremma o in Sardegna, Sicilia, in Andalusia e lungo le coste del Nord Africa. Solo in alcuni casi sono state registrate lunghe migrazioni verso l’Africa sub-Sahariana.
Lo studio è stato condotto da un gruppo internazionale di ricercatori sulle strategie di migrazione e svernamento delle popolazioni di falco pescatore del Mediterraneo. La ricerca è stata portata avanti da vari paesi e centri di ricerca: Università di Ferrara, Università di Montpellier e Cefe-Cnrs francese, Università degli Studi di Siena, Università di Vienna, Parco della Corsica, Parco regionale della Maremma, Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, il Governo delle Isole Baleari, Federparchi e un cospicuo finanziamento della Fondazione del Principe Alberto di Monaco.
Fino a oggi le informazioni sui movimenti dei falchi pescatori nati in Maremma e nel bacino del Mediterraneo erano scarse e basate unicamente su osservazioni di individui marcati con anelli colorati, fortuitamente “riconosciuti” qua e là.
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«Negli ultimi cinque anni – dice Giampiero Sammuri, grossetano, colui che quindici anni fa avviò il progetto per favorire la rinidificazione in Maremma – un gruppo internazionale di ricercatori è riuscito a catturare oltre 40 falchi pescatori provenienti da tre differenti aree geografiche (la provincia di Grosseto, la Corsica e le Isole Baleari), a dotarli di dispositivi gps in grado di trasmettere la posizione dell’animale in real time. Ciò ha permesso al team di lavoro di monitorare i falchi in modo continuo e con estrema precisione. Grazie all’analisi di questi dati è stato possibile, per la prima volta, ricostruire in dettaglio le rotte migratorie usate dagli individui, scoprire i luoghi di svernamento e conoscere i rischi, spesso causa di mortalità, che questi rapaci possono incontrare durante il loro viaggio sui cieli del Mediterraneo».
Lo studio condotto sui falchi pescatori nati nella Diaccia Botrona e a Marina di Alberese ha fatto emergere anche altre spigolature. Per esempio si è scoperto una grande adattabilità.
«Gli individui marcati – conclude Andrea Sforzi, direttore del Museo di Storia naturale della Maremma a Grosseto e responsabile scientifico del progetto Falco pescatore – non hanno mostrato preferenze per un habitat specifico, ma hanno usato sia zone d’acqua dolce e marina o salmastra, come baie marine, lagune costiere, zone paludose, che siti di acqua dolce interni, spesso anche bacini artificiali. Il denominatore comune principale per la scelta del sito di svernamento non è stato quindi l’habitat, ma la tranquillità del sito, associata a un’abbondante presenza di pesce anche in inverno».
Lo studio, ovviamente, proseguirà, per ottenere ulteriori informazioni per la conservazione dei falchi pescatori.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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