Attenzione
Grappe Nannoni 45 anni di storia dei distillati
di Enrico Pizzi
Il fondatore Gioacchino le affidò il suo sapere. Oggi Priscilla Occhipinti guida l’azienda al top
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Nello stesso anno in cui di diplomava al liceo classico Carducci Ricasoli di Grosseto, conseguiva anche la patente di caldaista. Priscilla Occhipinti con i suoi alambicchi, i suoi impianti di distillazione, ci parla, come se fossero vivi. E forse anche solo dire “come se” è inappropriato, perché per lei, che da vent’anni procede nel solco tracciato quarantacinque anni fa dal suo maestro, Gioacchino Nannoni, quegli impianti installati nel suo regno, all’Aratrice, nel comune di Civitella Paganico, che rubano alle vinacce i profumi più preziosi per restituirli nelle grappe, sono davvero qualcosa di vivo. Li ascolta, li cura, li conosce in ogni curva, corregge i loro difetti se necessario e li migliora di anno in anno.
Segna un doppio anniversario, questo 2017, per Priscilla Occhipinti: i 45 anni della distilleria Nannoni e il suo 20º anno di distillazione.
Come si è avvicinata al mondo della distillazione e al suo maestro?
«Mio padre e il mio maestro si conoscevano perché andavano, insieme, a pesca di tonni. I primi tempi che sono stata in distilleria ho imparato a fare tutti i lavori che erano necessari là dentro e questo mi ha permesso di ottenere, piano piano, la fiducia e la stima dello staff di allora. La cosa che mi preoccupava di più, allora, era che io, avendo sempre avuto una certa manualità, certe cose sapevo di essere capace di farle, ma gli altri non mi seguivano, come se non mi dessero fiducia. Ma ho capito che la fiducia ci si conquista».
Gioacchino Nannoni, però, le ha dato fiducia da subito. Evidentemente aveva intuito il talento.
«Il mio maestro aveva l’esigenza di un ricambio generazionale, non aveva nessuno cui trasferire la sua arte e i suoi segreti, ma credo che ci sia stata anche una sensazione a pelle. I primi anni che sono stata in distilleria li ho trascorsi a “giocare” con l’impianto, con Gioacchino, li ho passati in officina, ho studiato, su libri vecchissimi di distillazione, come funzionano le macchine. Nello stesso anno ho conseguito la maturità classica e la patente da caldaista, perché al mio maestro l’avrebbero ritirata al compimento dei sessantacinque anni. Poi ho assorbito un bagaglio di esperienze che si tramandano da generazioni. Probabilmente Gioacchino ha visto in me la passione, la sensibilità, il mio olfatto».
La formazione non si è fermata all’officina e alla pratica in distilleria, però.
«No, successivamente mi sono laureata in enologia e viticoltura. Sono in grado di seguire tutto il processo produttivo dall’uva al bicchiere, dal campo alla distilleria, perché il valore di un distillatore sta proprio nell’esaltare il lavoro che è stato fatto nel vigneto, dunque devo conoscere e riconoscere quello che è stato fatto prima che le vinacce arrivino da me. Il mio compito, poi, è di concentrare quei profumi».
Come è cambiato il suo mondo in vent’anni?
«La base è sempre la stessa, ma nel tempo ho apportato alcune modifiche all’impianto di distillazione ed è cresciuto il numero delle aziende per le quali distilliamo. Un tempo lavoravo per un centinaio di clienti; oggi siamo arrivati a trecento, in alcuni casi ci chiedono di lavorare anche partite piccolissime di vinacce, per ottenere anche solo dalle 300 alle 500 bottiglie numerate».
Chi sono i vostri clienti?
«La grappa, per alcuni, è una sorta di biglietto da visita che serve a raccontare una storia. Il vino è cultura, è legame con il territorio, è radici e anche chi svolge, principalmente, altre attività, ha riscoperto e sta riscoprendo il vino e la grappa per riscoprire e raccontare le proprie radici. Così, tra i nostri clienti, oltre a grandi case vitivinicole che ci chiedono di distillare le loro vinacce, ci sono case di moda come Fendi o Ferragamo, o case automobilistiche come Lamborghini. Abbiamo Bertarelli con Alinghi e tanti altri che in questi anno hanno riscoperto la terra, hanno investito nel vino e per i quali vino e distillati sono un biglietto da visita della qualità del loro lavoro. Le mie grappe non servono solo per coccolarsi, ma servono anche alle aziende, che spesso hanno qui i loro cervelli, a far sentire il profumo della nostra terra nel mondo».
Un tempo in Maremma si produceva quasi solo Sangiovese e Trebbiano, e si distillavano quasi esclusivamente le vinacce di questi vitigni. Oggi la varietà, anche locale, è cresciuta.
«Non è cresciuta solo la varietà di vitigni coltivati in Maremma, è cresciuta anche l’attenzione alla qualità. Sangiovese e Trebbiano un tempo venivano anche un po’ maltrattati. Vent’anni fa le vinacce ci arrivavano ancora con il raspo... Potrà sembrare banale, ma solo con il tempo in enologia si è capito che il raspo doveva essere eliminato. Poi è arrivata la moda dei vitigni francesi come Merlot e Cabernet, e dopo ancora la riscoperta di alcuni vitigni autoctoni, come il Ciliegiolo, e quella delle uve a bacca bianca che mi hanno fatto scoprire nuovi profumi. Oggi le vinacce delle uve a bacca bianca sono le prime che distilliamo e possiamo produrre grandi grappe di Vermentino e Chardonnay. Anche in passato, da fuori regione, dall’Umbria, dal Lazio, dalla Campania, mi portavano vinacce diverse, e quando ancora in Toscana non c’era la varietà che c’è oggi, era una festa ricevere le uve da fuori. Oggi molti vitigni li troviamo anche in Maremma, alcune aziende hanno scoperto il Traminer e l’Aleatico. Per me è come avere, davanti, una tavolozza sempre più piena dei colori più diversi».
Si guadagna bene a distillare grappe?
«Dovessi lavorare per il solo guadagno farei altro, magari andrei all’estero. Ho ricevuto offerte importanti dalla Georgia, dalla Russia, dall’Australia. Sarei pagata benissimo e non dovrei nemmeno accollarmi il rischio d’impresa. Certi valori, però, sono impagabili, la distilleria è un posto magico e non c’è cosa che valga più di questo».
La distilleria Nannoni è un punto di riferimento, non solo per le grappe.
«La politica di accoglienza in distilleria è, ormai, per noi, un elemento irrinunciabile: accogliamo tutti, sempre e solo in modo gratuito, innanzitutto per far capire che cosa c’è dietro una bottiglia. Ma poi la distilleria è diventata una casa di vetro, non è una roccaforte. Voglio che tutti coloro che lo desiderano possano vedere, ed è a disposizione di chiunque voglia valorizzare il territorio. Di recente abbiamo ospitato la mostra dei dipinti di Nando Martellini, abbiamo ospitato la presentazione del libro di Dominga Tammone, via via ospitiamo altri eventi e mi fa piacere sentire anche il sostegno delle autorità locali per un’azienda che si pone, tra gli obiettivi principali, quello di far conoscere e promuovere il territorio, con i suoi prodotti, ma non solo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Segna un doppio anniversario, questo 2017, per Priscilla Occhipinti: i 45 anni della distilleria Nannoni e il suo 20º anno di distillazione.
Come si è avvicinata al mondo della distillazione e al suo maestro?
«Mio padre e il mio maestro si conoscevano perché andavano, insieme, a pesca di tonni. I primi tempi che sono stata in distilleria ho imparato a fare tutti i lavori che erano necessari là dentro e questo mi ha permesso di ottenere, piano piano, la fiducia e la stima dello staff di allora. La cosa che mi preoccupava di più, allora, era che io, avendo sempre avuto una certa manualità, certe cose sapevo di essere capace di farle, ma gli altri non mi seguivano, come se non mi dessero fiducia. Ma ho capito che la fiducia ci si conquista».
Gioacchino Nannoni, però, le ha dato fiducia da subito. Evidentemente aveva intuito il talento.
«Il mio maestro aveva l’esigenza di un ricambio generazionale, non aveva nessuno cui trasferire la sua arte e i suoi segreti, ma credo che ci sia stata anche una sensazione a pelle. I primi anni che sono stata in distilleria li ho trascorsi a “giocare” con l’impianto, con Gioacchino, li ho passati in officina, ho studiato, su libri vecchissimi di distillazione, come funzionano le macchine. Nello stesso anno ho conseguito la maturità classica e la patente da caldaista, perché al mio maestro l’avrebbero ritirata al compimento dei sessantacinque anni. Poi ho assorbito un bagaglio di esperienze che si tramandano da generazioni. Probabilmente Gioacchino ha visto in me la passione, la sensibilità, il mio olfatto».
La formazione non si è fermata all’officina e alla pratica in distilleria, però.
«No, successivamente mi sono laureata in enologia e viticoltura. Sono in grado di seguire tutto il processo produttivo dall’uva al bicchiere, dal campo alla distilleria, perché il valore di un distillatore sta proprio nell’esaltare il lavoro che è stato fatto nel vigneto, dunque devo conoscere e riconoscere quello che è stato fatto prima che le vinacce arrivino da me. Il mio compito, poi, è di concentrare quei profumi».
Come è cambiato il suo mondo in vent’anni?
«La base è sempre la stessa, ma nel tempo ho apportato alcune modifiche all’impianto di distillazione ed è cresciuto il numero delle aziende per le quali distilliamo. Un tempo lavoravo per un centinaio di clienti; oggi siamo arrivati a trecento, in alcuni casi ci chiedono di lavorare anche partite piccolissime di vinacce, per ottenere anche solo dalle 300 alle 500 bottiglie numerate».
Chi sono i vostri clienti?
«La grappa, per alcuni, è una sorta di biglietto da visita che serve a raccontare una storia. Il vino è cultura, è legame con il territorio, è radici e anche chi svolge, principalmente, altre attività, ha riscoperto e sta riscoprendo il vino e la grappa per riscoprire e raccontare le proprie radici. Così, tra i nostri clienti, oltre a grandi case vitivinicole che ci chiedono di distillare le loro vinacce, ci sono case di moda come Fendi o Ferragamo, o case automobilistiche come Lamborghini. Abbiamo Bertarelli con Alinghi e tanti altri che in questi anno hanno riscoperto la terra, hanno investito nel vino e per i quali vino e distillati sono un biglietto da visita della qualità del loro lavoro. Le mie grappe non servono solo per coccolarsi, ma servono anche alle aziende, che spesso hanno qui i loro cervelli, a far sentire il profumo della nostra terra nel mondo».
Un tempo in Maremma si produceva quasi solo Sangiovese e Trebbiano, e si distillavano quasi esclusivamente le vinacce di questi vitigni. Oggi la varietà, anche locale, è cresciuta.
«Non è cresciuta solo la varietà di vitigni coltivati in Maremma, è cresciuta anche l’attenzione alla qualità. Sangiovese e Trebbiano un tempo venivano anche un po’ maltrattati. Vent’anni fa le vinacce ci arrivavano ancora con il raspo... Potrà sembrare banale, ma solo con il tempo in enologia si è capito che il raspo doveva essere eliminato. Poi è arrivata la moda dei vitigni francesi come Merlot e Cabernet, e dopo ancora la riscoperta di alcuni vitigni autoctoni, come il Ciliegiolo, e quella delle uve a bacca bianca che mi hanno fatto scoprire nuovi profumi. Oggi le vinacce delle uve a bacca bianca sono le prime che distilliamo e possiamo produrre grandi grappe di Vermentino e Chardonnay. Anche in passato, da fuori regione, dall’Umbria, dal Lazio, dalla Campania, mi portavano vinacce diverse, e quando ancora in Toscana non c’era la varietà che c’è oggi, era una festa ricevere le uve da fuori. Oggi molti vitigni li troviamo anche in Maremma, alcune aziende hanno scoperto il Traminer e l’Aleatico. Per me è come avere, davanti, una tavolozza sempre più piena dei colori più diversi».
Si guadagna bene a distillare grappe?
«Dovessi lavorare per il solo guadagno farei altro, magari andrei all’estero. Ho ricevuto offerte importanti dalla Georgia, dalla Russia, dall’Australia. Sarei pagata benissimo e non dovrei nemmeno accollarmi il rischio d’impresa. Certi valori, però, sono impagabili, la distilleria è un posto magico e non c’è cosa che valga più di questo».
La distilleria Nannoni è un punto di riferimento, non solo per le grappe.
«La politica di accoglienza in distilleria è, ormai, per noi, un elemento irrinunciabile: accogliamo tutti, sempre e solo in modo gratuito, innanzitutto per far capire che cosa c’è dietro una bottiglia. Ma poi la distilleria è diventata una casa di vetro, non è una roccaforte. Voglio che tutti coloro che lo desiderano possano vedere, ed è a disposizione di chiunque voglia valorizzare il territorio. Di recente abbiamo ospitato la mostra dei dipinti di Nando Martellini, abbiamo ospitato la presentazione del libro di Dominga Tammone, via via ospitiamo altri eventi e mi fa piacere sentire anche il sostegno delle autorità locali per un’azienda che si pone, tra gli obiettivi principali, quello di far conoscere e promuovere il territorio, con i suoi prodotti, ma non solo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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