La manifestazione
«Gino, freddezza costante ma è in cerca di riscatto»
di Pierluigi Sposato
Depositate le motivazioni della condanna a 9 anni per l’uccisione della nonna Capace di intendere e volere anche se influenzato dalla madre (per lei ergastolo)
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FOLLONICA. La condanna a 9 anni di Gino Laurini, 24 anni, imputato a Piacenza davanti al gup per l’uccisione della nonna Giuseppina Pierini (3 luglio 2012), è il frutto di un raffronto costante tra le proprie responsabilità e quelle della madre, Maria Grazia Guidoni, coimputata e condannata all’ergastolo dalla Corte di assise. Il dato pacifico è che fu Gino a confessare (nel novembre 2015) il delitto e a portare i carabinieri sul luogo in cui in cadavere era stato abbandonato, al podere Sdriscione di Massa Marittima. Ma ciò che ha interessato al giudice Adele Savastano è capire cosa abbia realmente fatto Gino e in quale condizione l’abbia fatto.
Appello. Così le 59 pagine delle motivazioni depositate – per le quali il difensore Sandro Nunzi ha presentato appello – sono un percorso parallelo tra figlio e madre, dettagliato e riscontrato. E tale da evidenziare che a Gino non si possa contestare, a parere del giudice, né «l’aggravante della premeditazione né quella dei motivi abietti e futili configurati dall’accusa». E’ vero che il giovane aveva suggerito come uccidere la nonna (sigillando il sacchetto di plastica già infilato dalla madre sulla testa di lei) ma Gino non ha affatto contribuito a rafforzare il «proposito soppressivo materno» che si era manifestato da tempo e che si era accresciuto quando la Guidoni aveva capito che non avrebbe più beneficiato delle entrate della madre (la pensione), una volta nominato un amministratore di sostegno. «La gestione economica, per quanto fallimentare, della famiglia, era infatti di esclusiva spettanza della Guidoni»; non vi sarebbe alcun movente economico per il giovane. Movente che invece appartiene alla madre, che aveva presentato denuncia di scomparsa «finalizzata non solo a procurarsi l’impunità rispetto al delitto ma anche tesa a garantirsi la continuità dell’erogazione della pensione».
Ricostruzione. Gran parte delle motivazioni sono dedicate alla ricostruzione dei fatti fornita da Gino. L’omicidio, il viaggio da Pontenure a Massa Marittima, l’abbandono del cadavere, il ritorno a casa; i continui litigi tra lui e la madre, che lo accusava di essersi allontanato (qualche tempo prima della confessione) per andare a lavorare con il suo ex compagno; i maltrattamenti della Guidoni nei confronti della madre, trattata «quasi come una schiava»; il rapporto di dipendenza del figlio con la donna, anche e soprattutto in quella tragica scena della soppressione di Giuseppina in più fasi; la «rimozione» dell’omicidio e la rottura del «patto del silenzio» stabilito con la madre; la linearità del racconto di Gino; il suo percorso di redenzione. «Se la legge è giusta – dice il giovane in un’intercettazione – lei deve pagare più di me, perché lei ha architettato, lei l’ha ammazzata, io non l’ho denunciata e io l’ho aiutata a far sparire le prove».
Riscontri. Il giudice cerca i riscontri alle dichiarazioni di Gino e li trova negli esami autoptici, nelle dichiarazioni dei testimoni, nelle carte allegate al processo, negli accertamenti dei carabinieri sulle distanze tra Pontenure e Massa Marittima e sui depositi bancari, nell’esame dei tabulati telefonici. E, anche perché Gino non ha la patente, esclude che lui possa aver guidato l’auto con il cadavere e comunque abbia potuto fare tutto da solo. Anzi, il giudice dedica molte pagine all’analisi del comportamento della madre, che nelle intercettazioni rifiutava ogni responsabilità, e al tentativo di lei di «screditare il figlio», rendendo non credibile il suo racconto e anzi arrivando ad attribuirgli l’assoldamento di un killer per il compimento del delitto.
Capace di intendere. Ma Gino era capace di intendere e volere? Secondo i periti Mantero e Filippini sì. Nella descrizione del delitto si era descritto come «un gregario passivo e collaborante» di fronte alla madre ma dalle sue parole emerge «una costante freddezza», come se avesse eseguito un mero compito di problem solving, di risoluzione del problema, come se non vi fosse coinvolgimento emotivo. Ma nell’influenza materna (sulla sottomissione la difesa si è battuta a lungo) il giudice non riconosce alcuno stato patologico o disturbo tale da ridurre o abolire la capacità. Non viene descritta alcuna «esperienza dissociativa durante le fasi del delitto» e i test non hanno dato segni in questo senso. La sua condotta di Gino era stata attiva, volontaria e consapevole, tanto che il giovane si rammarica – nelle intercettazioni – di non aver potuto impedire la morte della nonna. L’influenza pesante della madre, l’età (19 anni ai fatti) e il suo livello cognitivo agiscono però in favore dell’attenuazione della pena.
Il riscatto. Il cambiamento in Gino, il riscatto da quell’ambiente dove «la violenza e la prevaricazione soprattutto nei confronti delle anziane erano il tratto distintivo e dominante», era arrivato quando lui aveva deciso di lasciare la casa e di trasferirsi dall’ex convivente della madre per andare a lavorare. Un percorso nato «non per rabbia, non per vendetta», aveva dichiarato lui stesso. Perché, quando si decide a confessare, Gino sta «lavorando sulla sua personalità e progettualità futura», senza rimuovere il gesto ma rielaborandolo. Dichiarando di volersi rendere utile agli altri con lavori sociali cerca di progettare un futuro di riscatto agli occhi suoi e del mondo, prendendo le distanze «dalle modalità di comportamento assorbite nell’ambiente di origine e che hanno in tanta parte condizionato l’omicidio. In particolare il predominio del denaro a scapito di ogni valutazione affettiva e umana», nota il giudice. E per questo motivo le attenuanti vengono ritenute prevalenti sulle aggravanti. Da queste considerazioni la pena di 9 anni: il pm Roberto Fontana ne aveva chiesti 10.
Appello. Così le 59 pagine delle motivazioni depositate – per le quali il difensore Sandro Nunzi ha presentato appello – sono un percorso parallelo tra figlio e madre, dettagliato e riscontrato. E tale da evidenziare che a Gino non si possa contestare, a parere del giudice, né «l’aggravante della premeditazione né quella dei motivi abietti e futili configurati dall’accusa». E’ vero che il giovane aveva suggerito come uccidere la nonna (sigillando il sacchetto di plastica già infilato dalla madre sulla testa di lei) ma Gino non ha affatto contribuito a rafforzare il «proposito soppressivo materno» che si era manifestato da tempo e che si era accresciuto quando la Guidoni aveva capito che non avrebbe più beneficiato delle entrate della madre (la pensione), una volta nominato un amministratore di sostegno. «La gestione economica, per quanto fallimentare, della famiglia, era infatti di esclusiva spettanza della Guidoni»; non vi sarebbe alcun movente economico per il giovane. Movente che invece appartiene alla madre, che aveva presentato denuncia di scomparsa «finalizzata non solo a procurarsi l’impunità rispetto al delitto ma anche tesa a garantirsi la continuità dell’erogazione della pensione».
Ricostruzione. Gran parte delle motivazioni sono dedicate alla ricostruzione dei fatti fornita da Gino. L’omicidio, il viaggio da Pontenure a Massa Marittima, l’abbandono del cadavere, il ritorno a casa; i continui litigi tra lui e la madre, che lo accusava di essersi allontanato (qualche tempo prima della confessione) per andare a lavorare con il suo ex compagno; i maltrattamenti della Guidoni nei confronti della madre, trattata «quasi come una schiava»; il rapporto di dipendenza del figlio con la donna, anche e soprattutto in quella tragica scena della soppressione di Giuseppina in più fasi; la «rimozione» dell’omicidio e la rottura del «patto del silenzio» stabilito con la madre; la linearità del racconto di Gino; il suo percorso di redenzione. «Se la legge è giusta – dice il giovane in un’intercettazione – lei deve pagare più di me, perché lei ha architettato, lei l’ha ammazzata, io non l’ho denunciata e io l’ho aiutata a far sparire le prove».
Riscontri. Il giudice cerca i riscontri alle dichiarazioni di Gino e li trova negli esami autoptici, nelle dichiarazioni dei testimoni, nelle carte allegate al processo, negli accertamenti dei carabinieri sulle distanze tra Pontenure e Massa Marittima e sui depositi bancari, nell’esame dei tabulati telefonici. E, anche perché Gino non ha la patente, esclude che lui possa aver guidato l’auto con il cadavere e comunque abbia potuto fare tutto da solo. Anzi, il giudice dedica molte pagine all’analisi del comportamento della madre, che nelle intercettazioni rifiutava ogni responsabilità, e al tentativo di lei di «screditare il figlio», rendendo non credibile il suo racconto e anzi arrivando ad attribuirgli l’assoldamento di un killer per il compimento del delitto.
Capace di intendere. Ma Gino era capace di intendere e volere? Secondo i periti Mantero e Filippini sì. Nella descrizione del delitto si era descritto come «un gregario passivo e collaborante» di fronte alla madre ma dalle sue parole emerge «una costante freddezza», come se avesse eseguito un mero compito di problem solving, di risoluzione del problema, come se non vi fosse coinvolgimento emotivo. Ma nell’influenza materna (sulla sottomissione la difesa si è battuta a lungo) il giudice non riconosce alcuno stato patologico o disturbo tale da ridurre o abolire la capacità. Non viene descritta alcuna «esperienza dissociativa durante le fasi del delitto» e i test non hanno dato segni in questo senso. La sua condotta di Gino era stata attiva, volontaria e consapevole, tanto che il giovane si rammarica – nelle intercettazioni – di non aver potuto impedire la morte della nonna. L’influenza pesante della madre, l’età (19 anni ai fatti) e il suo livello cognitivo agiscono però in favore dell’attenuazione della pena.
Il riscatto. Il cambiamento in Gino, il riscatto da quell’ambiente dove «la violenza e la prevaricazione soprattutto nei confronti delle anziane erano il tratto distintivo e dominante», era arrivato quando lui aveva deciso di lasciare la casa e di trasferirsi dall’ex convivente della madre per andare a lavorare. Un percorso nato «non per rabbia, non per vendetta», aveva dichiarato lui stesso. Perché, quando si decide a confessare, Gino sta «lavorando sulla sua personalità e progettualità futura», senza rimuovere il gesto ma rielaborandolo. Dichiarando di volersi rendere utile agli altri con lavori sociali cerca di progettare un futuro di riscatto agli occhi suoi e del mondo, prendendo le distanze «dalle modalità di comportamento assorbite nell’ambiente di origine e che hanno in tanta parte condizionato l’omicidio. In particolare il predominio del denaro a scapito di ogni valutazione affettiva e umana», nota il giudice. E per questo motivo le attenuanti vengono ritenute prevalenti sulle aggravanti. Da queste considerazioni la pena di 9 anni: il pm Roberto Fontana ne aveva chiesti 10.
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