Sicurezza
Il cantiere d’arte che dà spazio alle opere invisibili
di Elisabetta Giorgi
In centro a Grosseto si inaugura sabato “Officine Chigiotti” Una galleria privata aperta al pubblico su prenotazione
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GROSSETO. Nel salone vuoto svetta un mobile gigantesco che assembla testate di letto e credenze. A parete è un murale con un vecchio francobollo iraniano, alzando gli occhi ci appare un’insegna. Benvenuti in un nuovo cantiere sperimentale d’arte, l’inaugurazione è sabato alle 17 a Grosseto.
Visionario e coraggioso, onirico e reale. Stabile e transitorio, immaginifico e concreto quanto basta per viaggiare nel doppio binario sogno/realtà: l’obiettivo del suo creatore - l’architetto Giuseppe Chigiotti - è quello di fare da mecenate e promotore artistico pur senza possedere un’opera, ripensare gli spazi dell’arte senza convenzioni o etichette. Nasce così “Officine Chigiotti", interessante progetto architettonico/artistico che trova spazio in via Derna 9, in pieno centro. Un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea, privato ma aperto al pubblico su prenotazione scrivendo a giuseppe@chigiotti.it e motivando la richiesta. La visita sarà gratuita.
È una sorta di galleria sui generis, quest’open space di 400 mq che debutta con un tris di opere. L’intento è quello di dare agli artisti la possibilità di presentare una propria installazione che - per dimensioni o materia o natura - troverebbe difficoltà a essere esposta. Non è un museo, non una fondazione ma un luogo fisico dove l’opera sia ospitabile in attesa di una collocazione definitiva. Un luogo dalla forte valenza emotiva e simbolica, che sposa il concetto di transitorietà con la volontà di offrire spazi e mettere un punto fermo all’arte. Officine Chigiotti sorge nei locali dov’ebbe origine, nella metà del secolo scorso, una delle aziende meccaniche più importanti della Maremma, la Chigiotti S. & M. In tempi recenti questi fondi erano occupati da un supermercato.
Questo progetto - unico in Italia - si deve alla simbiosi intellettuale tra Chigiotti e l’artista Flavio Favelli, che vive e lavora a Savigno, provincia di Bologna (ha partecipato alle maggiori esposizioni d’arte mondiali). Anche l’avvio del tutto coincide con la scintilla intellettuale scoccata tra i due, l’installazione di una monumentale opera dell’artista che resterà qua per due anni, sempre che l’opera non trovi un’altra destinazione. E a quel punto se ne cercherà un’altra al posto suo, sempre di un altro artista di fama internazionale. Favelli ieri era a Grosseto, accanto a Chigiotti, per presentare le sue opere. Quella che più cattura l’occhio porta il nome di “Mobilia Essay” ed è colossale (298 x 545 x 745 cm). Consiste in un assemblaggio di mobili dei primi anni del Novecento. Testate di letto, vecchie credenze. «Ho raccolto per tanti anni questi mobili – spiega Favelli - che venivano da falegnami e artigiani che copiavano grandi disegni del déco e del barocchetto, molto interessanti e che hanno questa particolarità: sono in radica. Mi ha sempre interessato questo materiale, da bambino ci vedevo come delle macchie e delle ombre. Sono mobili suggestivi di una certa epoca, desueti per grandezza e forse inquietanti. Emanano un certo fascino». Favelli ha anche realizzato l’insegna di “Officine Chigiotti” rielaborando una vecchia insegna in loco, e un murale raffigurante un vecchio francobollo iraniano degli anni ’70 dello scià di Persia su cui è sovrimpresso un timbro islamico.
«Andare oltre l’idea di possesso spostandosi sul concetto di mecenatismo e ospitalità» è l’input di Chigiotti per il quale il cantiere «nasce dalla coscienza che le opere contemporanee abbiano dimensioni tali da non essere costrette negli spazi domestici. E anche quelle esposte alle Biennali, molte sono chiuse nelle casse. L’idea è quella di dare ospitalità all’arte invisibile». Può darsi che questo progetto abbia un futuro, o forse no. L’avventura è da disegnare. Una scommessa forte giocata in una città - Grosseto - dove «a mio avviso le tensioni moderne sono molto forti».
Visionario e coraggioso, onirico e reale. Stabile e transitorio, immaginifico e concreto quanto basta per viaggiare nel doppio binario sogno/realtà: l’obiettivo del suo creatore - l’architetto Giuseppe Chigiotti - è quello di fare da mecenate e promotore artistico pur senza possedere un’opera, ripensare gli spazi dell’arte senza convenzioni o etichette. Nasce così “Officine Chigiotti", interessante progetto architettonico/artistico che trova spazio in via Derna 9, in pieno centro. Un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea, privato ma aperto al pubblico su prenotazione scrivendo a giuseppe@chigiotti.it e motivando la richiesta. La visita sarà gratuita.
È una sorta di galleria sui generis, quest’open space di 400 mq che debutta con un tris di opere. L’intento è quello di dare agli artisti la possibilità di presentare una propria installazione che - per dimensioni o materia o natura - troverebbe difficoltà a essere esposta. Non è un museo, non una fondazione ma un luogo fisico dove l’opera sia ospitabile in attesa di una collocazione definitiva. Un luogo dalla forte valenza emotiva e simbolica, che sposa il concetto di transitorietà con la volontà di offrire spazi e mettere un punto fermo all’arte. Officine Chigiotti sorge nei locali dov’ebbe origine, nella metà del secolo scorso, una delle aziende meccaniche più importanti della Maremma, la Chigiotti S. & M. In tempi recenti questi fondi erano occupati da un supermercato.
Questo progetto - unico in Italia - si deve alla simbiosi intellettuale tra Chigiotti e l’artista Flavio Favelli, che vive e lavora a Savigno, provincia di Bologna (ha partecipato alle maggiori esposizioni d’arte mondiali). Anche l’avvio del tutto coincide con la scintilla intellettuale scoccata tra i due, l’installazione di una monumentale opera dell’artista che resterà qua per due anni, sempre che l’opera non trovi un’altra destinazione. E a quel punto se ne cercherà un’altra al posto suo, sempre di un altro artista di fama internazionale. Favelli ieri era a Grosseto, accanto a Chigiotti, per presentare le sue opere. Quella che più cattura l’occhio porta il nome di “Mobilia Essay” ed è colossale (298 x 545 x 745 cm). Consiste in un assemblaggio di mobili dei primi anni del Novecento. Testate di letto, vecchie credenze. «Ho raccolto per tanti anni questi mobili – spiega Favelli - che venivano da falegnami e artigiani che copiavano grandi disegni del déco e del barocchetto, molto interessanti e che hanno questa particolarità: sono in radica. Mi ha sempre interessato questo materiale, da bambino ci vedevo come delle macchie e delle ombre. Sono mobili suggestivi di una certa epoca, desueti per grandezza e forse inquietanti. Emanano un certo fascino». Favelli ha anche realizzato l’insegna di “Officine Chigiotti” rielaborando una vecchia insegna in loco, e un murale raffigurante un vecchio francobollo iraniano degli anni ’70 dello scià di Persia su cui è sovrimpresso un timbro islamico.
«Andare oltre l’idea di possesso spostandosi sul concetto di mecenatismo e ospitalità» è l’input di Chigiotti per il quale il cantiere «nasce dalla coscienza che le opere contemporanee abbiano dimensioni tali da non essere costrette negli spazi domestici. E anche quelle esposte alle Biennali, molte sono chiuse nelle casse. L’idea è quella di dare ospitalità all’arte invisibile». Può darsi che questo progetto abbia un futuro, o forse no. L’avventura è da disegnare. Una scommessa forte giocata in una città - Grosseto - dove «a mio avviso le tensioni moderne sono molto forti».
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