Il dolore
Sempre più imprese sommerse da debiti
di Giovanna Mezzana
Cresce l’insolvenza anche delle famiglie maremmane e i giovani continuano a fare le valigie. I nuovi fenomeni della crisi
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GROSSETO. Un mare di debiti. Far quadrare i bilanci è una missione sempre più difficile per commercianti, artigiani e imprenditori: dalla costa maremmana all’Amiata, dalle Colline Metallifere alla Laguna, il “rosso” è sempre in agguato. Lo dice il rapporto di Eures-Centro economico europeo, commissionato dalla Confesercenti. Rispetto al 2016, cresce il tasso di insolvenza delle imprese: significa che i debiti sono talmente tanti rispetto alla capacità del sistema imprese di far fronte ad essi che i creditori (banche, finanziarie, società, altre imprese) li danno ormai come irrimediabilmente “persi”, inesigibili. Il tasso di insolvenza “locale” che nel giro di un anno è cresciuto dal 28 per cento (dati al 1° gennaio 2016) al 31, 6% (dati al 1° gennaio 2017) colloca Grosseto e la Maremma tra le maglie nere della Toscana. Anche le famiglie maremmane fanno più fatica dello scorso anno a far fronte a propri debiti: per loro l’insolvenza cresce dal 5,4% al 6,5%. E i giovani maremmani non sembrano intenzionati – e come dar loro torto? – a mettersi sulle spalle il futuro del paese natio: nella classifica regionale si piazzano al secondo posto tra i toscani che optano per fare le valigie e andare altrove; non in Inghilterra e neppure in Spagna, ma – più semplicemente – se ne vanno dal Granducato per stabilirsi in altre regioni del Belpaese.
Tanti debiti. Guardiamo alle sofferenze patrimoniali delle imprese. Andiamo male e non si sa quale comparto stia peggio. «Difficile dire – nota Riccardo Breda, presidente della Camera di Commercio del Tirreno e della Maremma – quale sia il settore che “marca” maggiormente le criticità. È piuttosto più probabile – scende nel dettaglio – che l’insolvenza sia spalmata su tutti i comparti, nessuno escluso. Il nostro è un territorio con grandi difficoltà, caratterizzato da consumi interni e non vocato alle esportazioni: e quella ripresa agganciata all’export che altrove si è avvertita, qui, purtroppo, non c’è». Peggio di Grosseto, in Toscana, fanno solo Prato (che ha un tasso di insolvenza del sistema imprenditoriale del 33, 8%), Arezzo (36, 6%) e Massa Carrara (33, 9%).
Distretto sì, distretto no. Prato ha il tessile, Arezzo l’oro e le Apuane il marmo: tre grandi risorse a servizio dell’export (soprattutto tessile e marmo), tre brand anche se un po’ impolverati. E Grosseto che cosa ha? Un Distretto Agroalimentare futuribile. C’è un comitato “promotore” che si è appena costituito. C’è qualcosa che assomiglia ad un dna. E dunque? Grosseto potrebbe giocare da una posizione privilegiata se alcuni degli storici distretti toscani non fossero più scoppiettanti perché ormai “obsoleti”; potrebbe realizzare un distretto 4.0. Oppure, potrebbe invece arrivare tardi e sprecare tante energie per lanciarsi in modello produttivo e di sviluppo (il distretto) che ormai fa acqua da tutte le parti, che è superato. La cosa importante è «cercare una visione di sviluppo che sia condivisa – dice Breda – perché più crisi significa più insolvenza e meno giovani».
Il futuro. I giovani, appunto. Che continuano ad andar via dalla Maremma come dall’Amiata anche se un pizzico meno dello scorso anno. Il tasso di incidenza di chi ha tra 18 e 39 anni e si è trasferito in altre regioni dello Stivale era il 13,9% al 1° gennaio 2016, si è fermato al 13,1% un anno dopo. Tanto, troppo: soprattutto è lontano dalle media regionale che è del 9,5%: «Se non si creano le opportunità perché i giovani possano mettere a frutto sul territorio d’origine le competenze che hanno acquisito coi loro studi – aggiunge Breda – è naturale che ci siano fenomeni come questo. Mancano imprese innovative». Mancano le chance.
Tanti debiti. Guardiamo alle sofferenze patrimoniali delle imprese. Andiamo male e non si sa quale comparto stia peggio. «Difficile dire – nota Riccardo Breda, presidente della Camera di Commercio del Tirreno e della Maremma – quale sia il settore che “marca” maggiormente le criticità. È piuttosto più probabile – scende nel dettaglio – che l’insolvenza sia spalmata su tutti i comparti, nessuno escluso. Il nostro è un territorio con grandi difficoltà, caratterizzato da consumi interni e non vocato alle esportazioni: e quella ripresa agganciata all’export che altrove si è avvertita, qui, purtroppo, non c’è». Peggio di Grosseto, in Toscana, fanno solo Prato (che ha un tasso di insolvenza del sistema imprenditoriale del 33, 8%), Arezzo (36, 6%) e Massa Carrara (33, 9%).
Distretto sì, distretto no. Prato ha il tessile, Arezzo l’oro e le Apuane il marmo: tre grandi risorse a servizio dell’export (soprattutto tessile e marmo), tre brand anche se un po’ impolverati. E Grosseto che cosa ha? Un Distretto Agroalimentare futuribile. C’è un comitato “promotore” che si è appena costituito. C’è qualcosa che assomiglia ad un dna. E dunque? Grosseto potrebbe giocare da una posizione privilegiata se alcuni degli storici distretti toscani non fossero più scoppiettanti perché ormai “obsoleti”; potrebbe realizzare un distretto 4.0. Oppure, potrebbe invece arrivare tardi e sprecare tante energie per lanciarsi in modello produttivo e di sviluppo (il distretto) che ormai fa acqua da tutte le parti, che è superato. La cosa importante è «cercare una visione di sviluppo che sia condivisa – dice Breda – perché più crisi significa più insolvenza e meno giovani».
Il futuro. I giovani, appunto. Che continuano ad andar via dalla Maremma come dall’Amiata anche se un pizzico meno dello scorso anno. Il tasso di incidenza di chi ha tra 18 e 39 anni e si è trasferito in altre regioni dello Stivale era il 13,9% al 1° gennaio 2016, si è fermato al 13,1% un anno dopo. Tanto, troppo: soprattutto è lontano dalle media regionale che è del 9,5%: «Se non si creano le opportunità perché i giovani possano mettere a frutto sul territorio d’origine le competenze che hanno acquisito coi loro studi – aggiunge Breda – è naturale che ci siano fenomeni come questo. Mancano imprese innovative». Mancano le chance.
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