Il dolore
Lecci al posto di 3mila pini «Vogliamo il referendum»
di Giovanna Mezzana
Il presidente di Italia Nostra Michele Scola chiede una consultazione popolare alla luce dell’ipotesi suggerita alla Giunta dall’esperto in tree climbing Ferrari
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GROSSETO. Giù le mani dai pini: almeno fino a quando non si saprà cosa ne pensano i grossetani. Parola di Italia Nostra. Fa discutete – ed era prevedibile – l’ipotesi di sostituire tutti i pini cresciuti lungo i viali e le strade cittadine – sono circa 3mila – con lecci (o altri arbusti più resistenti a siccità e smog) contenuta nello studio che la giunta del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna ha commissionato all’arboricolture grossetano e tree worker con certificazione Ue Riccardo Ferrari. Se questa idea diventasse realtà «sarebbe uno stravolgimento» mette in guardia Michele Scola, presidente della sezione grossetana di Italia Nostra, a cui Il Tirreno ha chiesto cosa pensasse dell’ipotesi del taglio e della sostituzione in toto. Scola non ha dubbi: su una questione come questa – che affonda le radici nell’identità della città e della sua gente (e non solo) – serve un referendum popolare.
L’ipotesi. L’amministrazione comunale ha chiesto a Ferrari di stilare un vademecum delle buone pratiche da seguire per piantare, far crescere e curare gli alberi che adornano la città. Il tree worker ha fornito consigli e prescrizioni e ha sentenziato: «Tutti i pini di Grosseto sono a rischio, non sono necessari ulteriori studi per accertarlo»; parliamo di quei pini che svettano da viali, strade e aiuole cittadine e che, se messi tutti l’uno accanto all’altro, offrirebbero alla vista una “foresta” di 3mila esemplari (fonte, gli uffici comunali). Tradotto: secondo Ferrari questi alberi sono arrivati al capolinea e andrebbero sostituiti – gradualmente, a lotti, raccomanda l’esperto – con lecci, per esempio.
Il confronto. Il sindaco Vivarelli Colonna dice che «l’obiettivo dell’amministrazione è valorizzare al massimo le aree alberate della città», che centrare l’obiettivo comporta «un grande lavoro», «che impone di far riferimento al parere degli esperti». Ferrari è uno. Scola un altro.
«Una pazzia». «Il pino domestico non è una pianta da marciapiede – osserva il presidente di Italia Nostra – l’abbiamo sempre detto a tutte le amministrazioni comunali che si sono susseguite: non ci hanno mai ascoltato. Ora che questi pini sono cresciuti e donano il massimo dei benefici (assorbono lo smog, attutiscono l’inquinamento acustico, fanno ombra, mitigano il clima) li tagliamo per sostituirli con alberellini dai quali per avere i medesimi benefici bisognerà attendere un trentennio? È un’assurdità». Da non sottovalutare c’è il calcolo dei benefici e c’è la “questione” dell’identità, secondo Scola: Grosseto è una delle città a più alto tasso di pini; il pino è un marchio, è un brand per Grosseto: «Che facciamo? La ribattezziamo – dice – la Città dei Lecci? » .
Il referendum. Ecco la proposta: «Prima di procedere con un’operazione che stravolge sul fronte paesaggistico e su quello dei benefici per la salute – sottolinea Scola – è necessario un referendum. L’acquisto, la manutenzione, il taglio spesso errato di questi alberi sono stati fatti con i soldi dei grossetani: bisogna chiedere a loro cosa ne pensino, bisogna interpellarli».
Zac qua, zac là. Non solo. «Capisco – aggiunge il presidente di Italia Nostra – che tagliando si risparmia e che spesso c’è un interesse economico dietro il taglio, ma, prima di tutto, serve un Piano del verde pubblico. Oggi si tagliano 10 pini qua, domani cinque là, così nessuno se ne accorge, e così via. Noi non ci stiamo: non ci sta bene. Anzi, lancio un appello agli intellettuali perché si facciano avanti».
L’ipotesi. L’amministrazione comunale ha chiesto a Ferrari di stilare un vademecum delle buone pratiche da seguire per piantare, far crescere e curare gli alberi che adornano la città. Il tree worker ha fornito consigli e prescrizioni e ha sentenziato: «Tutti i pini di Grosseto sono a rischio, non sono necessari ulteriori studi per accertarlo»; parliamo di quei pini che svettano da viali, strade e aiuole cittadine e che, se messi tutti l’uno accanto all’altro, offrirebbero alla vista una “foresta” di 3mila esemplari (fonte, gli uffici comunali). Tradotto: secondo Ferrari questi alberi sono arrivati al capolinea e andrebbero sostituiti – gradualmente, a lotti, raccomanda l’esperto – con lecci, per esempio.
Il confronto. Il sindaco Vivarelli Colonna dice che «l’obiettivo dell’amministrazione è valorizzare al massimo le aree alberate della città», che centrare l’obiettivo comporta «un grande lavoro», «che impone di far riferimento al parere degli esperti». Ferrari è uno. Scola un altro.
«Una pazzia». «Il pino domestico non è una pianta da marciapiede – osserva il presidente di Italia Nostra – l’abbiamo sempre detto a tutte le amministrazioni comunali che si sono susseguite: non ci hanno mai ascoltato. Ora che questi pini sono cresciuti e donano il massimo dei benefici (assorbono lo smog, attutiscono l’inquinamento acustico, fanno ombra, mitigano il clima) li tagliamo per sostituirli con alberellini dai quali per avere i medesimi benefici bisognerà attendere un trentennio? È un’assurdità». Da non sottovalutare c’è il calcolo dei benefici e c’è la “questione” dell’identità, secondo Scola: Grosseto è una delle città a più alto tasso di pini; il pino è un marchio, è un brand per Grosseto: «Che facciamo? La ribattezziamo – dice – la Città dei Lecci? » .
Il referendum. Ecco la proposta: «Prima di procedere con un’operazione che stravolge sul fronte paesaggistico e su quello dei benefici per la salute – sottolinea Scola – è necessario un referendum. L’acquisto, la manutenzione, il taglio spesso errato di questi alberi sono stati fatti con i soldi dei grossetani: bisogna chiedere a loro cosa ne pensino, bisogna interpellarli».
Zac qua, zac là. Non solo. «Capisco – aggiunge il presidente di Italia Nostra – che tagliando si risparmia e che spesso c’è un interesse economico dietro il taglio, ma, prima di tutto, serve un Piano del verde pubblico. Oggi si tagliano 10 pini qua, domani cinque là, così nessuno se ne accorge, e così via. Noi non ci stiamo: non ci sta bene. Anzi, lancio un appello agli intellettuali perché si facciano avanti».
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