Sicurezza
Ceis, trent’anni in prima fila contro la droga
di ENRICO PIZZI
Il 27 ottobre 1987 nasce il centro di via Alfieri che oggi ha una comunità alla Steccaia
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Era il 27 ottobre del 1987 e in via Alfieri 11 a Grosseto apriva le porte il Ceis, il Centro italiano di solidarietà. Nasceva così un’esperienza che in trent’anni ha accompagnato nella lotta contro la tossicodipendenza quasi un migliaio di persone e che, nel corso del tempo, è stata la pianta dalla quale hanno germogliato numerose altre associazioni, nate per rispondere, con il volontariato, ma anche con competenza e professionalità, alle emergenze che via via si sono manifestate nel territorio grossetano, e non solo.
Il Ceis opera nel settore del recupero e del reinserimento sociale dei tossicodipendenti, dà supporto alla realizzazione del “Progetto Uomo”, la metodologia adottata per organizzare il lavoro della comunità terapeutica e, storicamente, i destinatari dei servizi del Centro di solidarietà sono i ragazzi in programma e le loro famiglie, gli adolescenti e gli educatori, ma negli ultimi anni l’impegno dell’associazione si è esteso anche a detenuti, persone indigenti e migranti.
Sono nate, nel tempo, associazioni e iniziative specifiche, ed è nata anche l’Altracittà, una sorta di associazione delle associazioni, un progetto di animazione sociale e culturale della città.
Oggi, in via Alfieri 11, il Ceis mantiene un suo punto di ascolto, ma il programma terapeutico va avanti nelle strutture di Ponte Tura, alla Steccaia, appena fuori Grosseto.
«Il punto di partenza – racconta don Enzo Capitani, fondatore del Ceis a Grosseto – fu l’osservazione attenta a quanto avveniva nel tessuto sociale grossetano in quegli anni. Già dal 1985 con un gruppo di persone avevamo iniziato a interrogarci su quello che potevamo fare, dopo esserci resi conto che Grosseto, una cittadina di provincia che allora aveva circa 60.000 abitanti, era, insieme a Verona, ai primi posti per uso di sostanze stupefacenti. Era una vera emergenza sociale».
Come arrivaste a scegliere il programma terapeutico del Ceis?
«Arrivammo a questa scelta dopo aver incontrato molte realtà impegnate sul fronte della tossicodipendenza. Alla fine abbiamo scelto il Ceis perché vi abbiamo visto la voglia di mantenere, forte, il legame con il territorio. Il Ceis si pone, tra gli obiettivi, quello di rendere consapevoli che il problema della tossicodipendenza non si risolve andando lontano, perché la persona è fatta di relazioni e non si può pensare di affrontare e risolvere il problema della dipendenza da sostanze tagliando le radici del proprio vissuto. La tossicodipendenza non si può risolvere solo con la comunità, ma serve la riscoperta di tutto un habitat, fatto di relazioni sociali, di lavoro, di un humus nel quale la persona possa essere portata a fare scelte diverse».
Che cos’è la tossicodipendenza?
«Sono convinto che la tossicodipendenza sia sempre una scelta personale, come tutte le dipendenze da sostanze. La dipendenza va sempre a riempire un vuoto che la persona ha, e il denominatore comune non è l’ambiente. Non a caso le dipendenze sono trasversali a tutte le condizioni sociali, familiari, religiose e politiche, dunque il denominatore comune non può che essere costituito dalla scelta che la persona fa, scientemente e in libertà».
Cosa significa accompagnare una persona che voglia uscire dalla tossicodipendenza?
«È una questione educativa e pedagogica, dunque è faticoso e, spesso, frustrante: nonostante l’accompagnamento, la persona può dire di no, rifiutare, perché la persona è libera. L’altra caratteristica del percorso è che è altamente recidivante; sono tante le possibilità di ricaduta, e questo fa sperimentare un senso di impotenza, di fronte all’idea di individuare, nel programma terapeutico, la salvezza. La via facile, che oggi sta prendendo piede, è quella di medicalizzare il processo, accompagnare la persona non attraverso un progetto educativo e pedagogico, ma con farmaci sostitutivi. Anche la normativa più recente ha fatto delle comunità terapeutiche delle strutture sempre più sanitarie. Per noi, però, la tossicodipendenza non è una malattia».
Come era percepito il tossicodipendente quando il Ceis è nato e come è percepito oggi?
«Tra gli anni Settanta e Ottanta, il tossicodipendente generava gli stessi sentimenti di paura che oggi sono generati dai migranti: paura delle malattie, dei furti... Oggi il tossicodipendente non è più percepito, se non dalla propria famiglia, mentre, a livello sociale, al massimo, viene percepito come elemento di disturbo della quiete pubblica, un problema di ordine pubblico da affrontare aumentando la vigilanza».
In questi trent’anni sono cambiate anche le sostanze che circolano.
«Negli anni Ottanta a Grosseto si consumava soprattutto eroina che, per lo più, veniva iniettata. Ecco anche il perché Grosseto fosse salita subito in alto anche nella classifica della sieropositività. Quando il Ceis è nato erano i primi anni in cui si parlava di Aids, il 97% di chi entrava nel programma terapeutico era sieropositivo, ma di fatto già in Aids conclamato, tanto che nel giro di qualche anno quei ragazzi sono quasi tutti deceduti. Anche trent’anni fa era molto diffuso il fumo, e poi c’era la fascia degli “abbienti”, quelli che potevano permettersi la cocaina e guardavano gli altri dall’alto verso il basso. Chi assumeva cocaina di fatto non si considerava nemmeno tossicodipendente, perché era convinto di poter gestire la sostanza. Ma la sostanza non è gestibile da nessuno e il tossicodipendente non è tossico perché si droga, ma si droga perché è tossico».
Qual è la situazione oggi?
«Oggi il fenomeno è peggiorato, innanzitutto perché si è abbassata notevolmente l’età dell’uso delle sostanze. Ormai siamo arrivati a 12-13 anni con le prime canne, che, comunque la si pensi, restano il punto di partenza, la porta d’ingresso nel mondo delle dipendenze. Inoltre c’è un uso molto più diffuso della cocaina e un grande uso di sostanze chimiche. Vediamo, però, che c’è un ritorno dell’eroina, perché è meno dannosa per il cervello, rispetto alla cocaina: se a un eroinomane togli l’eroina, ti ritrovi davanti una persona, con i suoi problemi, ma anche con la sua volontà, mentre non posso dire lo stesso se togli la cocaina a un cocainomane».
Il Ceis di Grosseto ha visto passare, attraverso il proprio programma terapeutico, poco meno di un migliaio di persone. Con quali risultati?
«Al 30 settembre di quest’anno sono entrate nel programma 992 persone, di cui la metà provenienti proprio dall’area grossetana, altri 250 circa dal resto della Toscana e il rimanente da fuori regione. Il programma è stato portato fino in fondo da circa 700 persone che hanno fatto anche la fase del reinserimento, che il Ceis ha previsto, da sempre, per non creare una dipendenza da comunità».
Come vede, don Enzo Capitani, la società grossetana? Che cosa è davvero cambiato in trent’anni?
«Continuo a essere fiducioso, non perdo la speranza, ma mi pare che oggi ci sia meno senso di comunità, una maggiore frammentazione e molto più individualismo. Non penso, però, che dipenda dalla crisi economica. Emergono nuovi bisogni e nuove povertà, e di fondo si nota che le persone hanno sempre più difficoltà a relazionarsi, a comunicare con gli altri».
È anche per questo che è nata l’Altra Città?
«Sì, in effetti è un tentativo culturale e pedagogico per valorizzare la persona, le persone, a partire da quelle che hanno più bisogno, perché anche loro possano dare il loro contributo alla costruzione della comunità. Se vengono escluse, allora vuol dire che non c’è più spazio per la solidarietà, per la condivisione, ma c’è solo lo spazio per la difesa delle proprie cose».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Ceis opera nel settore del recupero e del reinserimento sociale dei tossicodipendenti, dà supporto alla realizzazione del “Progetto Uomo”, la metodologia adottata per organizzare il lavoro della comunità terapeutica e, storicamente, i destinatari dei servizi del Centro di solidarietà sono i ragazzi in programma e le loro famiglie, gli adolescenti e gli educatori, ma negli ultimi anni l’impegno dell’associazione si è esteso anche a detenuti, persone indigenti e migranti.
Sono nate, nel tempo, associazioni e iniziative specifiche, ed è nata anche l’Altracittà, una sorta di associazione delle associazioni, un progetto di animazione sociale e culturale della città.
Oggi, in via Alfieri 11, il Ceis mantiene un suo punto di ascolto, ma il programma terapeutico va avanti nelle strutture di Ponte Tura, alla Steccaia, appena fuori Grosseto.
«Il punto di partenza – racconta don Enzo Capitani, fondatore del Ceis a Grosseto – fu l’osservazione attenta a quanto avveniva nel tessuto sociale grossetano in quegli anni. Già dal 1985 con un gruppo di persone avevamo iniziato a interrogarci su quello che potevamo fare, dopo esserci resi conto che Grosseto, una cittadina di provincia che allora aveva circa 60.000 abitanti, era, insieme a Verona, ai primi posti per uso di sostanze stupefacenti. Era una vera emergenza sociale».
Come arrivaste a scegliere il programma terapeutico del Ceis?
«Arrivammo a questa scelta dopo aver incontrato molte realtà impegnate sul fronte della tossicodipendenza. Alla fine abbiamo scelto il Ceis perché vi abbiamo visto la voglia di mantenere, forte, il legame con il territorio. Il Ceis si pone, tra gli obiettivi, quello di rendere consapevoli che il problema della tossicodipendenza non si risolve andando lontano, perché la persona è fatta di relazioni e non si può pensare di affrontare e risolvere il problema della dipendenza da sostanze tagliando le radici del proprio vissuto. La tossicodipendenza non si può risolvere solo con la comunità, ma serve la riscoperta di tutto un habitat, fatto di relazioni sociali, di lavoro, di un humus nel quale la persona possa essere portata a fare scelte diverse».
Che cos’è la tossicodipendenza?
«Sono convinto che la tossicodipendenza sia sempre una scelta personale, come tutte le dipendenze da sostanze. La dipendenza va sempre a riempire un vuoto che la persona ha, e il denominatore comune non è l’ambiente. Non a caso le dipendenze sono trasversali a tutte le condizioni sociali, familiari, religiose e politiche, dunque il denominatore comune non può che essere costituito dalla scelta che la persona fa, scientemente e in libertà».
Cosa significa accompagnare una persona che voglia uscire dalla tossicodipendenza?
«È una questione educativa e pedagogica, dunque è faticoso e, spesso, frustrante: nonostante l’accompagnamento, la persona può dire di no, rifiutare, perché la persona è libera. L’altra caratteristica del percorso è che è altamente recidivante; sono tante le possibilità di ricaduta, e questo fa sperimentare un senso di impotenza, di fronte all’idea di individuare, nel programma terapeutico, la salvezza. La via facile, che oggi sta prendendo piede, è quella di medicalizzare il processo, accompagnare la persona non attraverso un progetto educativo e pedagogico, ma con farmaci sostitutivi. Anche la normativa più recente ha fatto delle comunità terapeutiche delle strutture sempre più sanitarie. Per noi, però, la tossicodipendenza non è una malattia».
Come era percepito il tossicodipendente quando il Ceis è nato e come è percepito oggi?
«Tra gli anni Settanta e Ottanta, il tossicodipendente generava gli stessi sentimenti di paura che oggi sono generati dai migranti: paura delle malattie, dei furti... Oggi il tossicodipendente non è più percepito, se non dalla propria famiglia, mentre, a livello sociale, al massimo, viene percepito come elemento di disturbo della quiete pubblica, un problema di ordine pubblico da affrontare aumentando la vigilanza».
In questi trent’anni sono cambiate anche le sostanze che circolano.
«Negli anni Ottanta a Grosseto si consumava soprattutto eroina che, per lo più, veniva iniettata. Ecco anche il perché Grosseto fosse salita subito in alto anche nella classifica della sieropositività. Quando il Ceis è nato erano i primi anni in cui si parlava di Aids, il 97% di chi entrava nel programma terapeutico era sieropositivo, ma di fatto già in Aids conclamato, tanto che nel giro di qualche anno quei ragazzi sono quasi tutti deceduti. Anche trent’anni fa era molto diffuso il fumo, e poi c’era la fascia degli “abbienti”, quelli che potevano permettersi la cocaina e guardavano gli altri dall’alto verso il basso. Chi assumeva cocaina di fatto non si considerava nemmeno tossicodipendente, perché era convinto di poter gestire la sostanza. Ma la sostanza non è gestibile da nessuno e il tossicodipendente non è tossico perché si droga, ma si droga perché è tossico».
Qual è la situazione oggi?
«Oggi il fenomeno è peggiorato, innanzitutto perché si è abbassata notevolmente l’età dell’uso delle sostanze. Ormai siamo arrivati a 12-13 anni con le prime canne, che, comunque la si pensi, restano il punto di partenza, la porta d’ingresso nel mondo delle dipendenze. Inoltre c’è un uso molto più diffuso della cocaina e un grande uso di sostanze chimiche. Vediamo, però, che c’è un ritorno dell’eroina, perché è meno dannosa per il cervello, rispetto alla cocaina: se a un eroinomane togli l’eroina, ti ritrovi davanti una persona, con i suoi problemi, ma anche con la sua volontà, mentre non posso dire lo stesso se togli la cocaina a un cocainomane».
Il Ceis di Grosseto ha visto passare, attraverso il proprio programma terapeutico, poco meno di un migliaio di persone. Con quali risultati?
«Al 30 settembre di quest’anno sono entrate nel programma 992 persone, di cui la metà provenienti proprio dall’area grossetana, altri 250 circa dal resto della Toscana e il rimanente da fuori regione. Il programma è stato portato fino in fondo da circa 700 persone che hanno fatto anche la fase del reinserimento, che il Ceis ha previsto, da sempre, per non creare una dipendenza da comunità».
Come vede, don Enzo Capitani, la società grossetana? Che cosa è davvero cambiato in trent’anni?
«Continuo a essere fiducioso, non perdo la speranza, ma mi pare che oggi ci sia meno senso di comunità, una maggiore frammentazione e molto più individualismo. Non penso, però, che dipenda dalla crisi economica. Emergono nuovi bisogni e nuove povertà, e di fondo si nota che le persone hanno sempre più difficoltà a relazionarsi, a comunicare con gli altri».
È anche per questo che è nata l’Altra Città?
«Sì, in effetti è un tentativo culturale e pedagogico per valorizzare la persona, le persone, a partire da quelle che hanno più bisogno, perché anche loro possano dare il loro contributo alla costruzione della comunità. Se vengono escluse, allora vuol dire che non c’è più spazio per la solidarietà, per la condivisione, ma c’è solo lo spazio per la difesa delle proprie cose».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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