Il Tirreno

Grosseto

Toscana delle Culture Venticinque candeline per il ritorno al futuro

di EMILIO GUARIGLIA
Toscana delle Culture Venticinque candeline per il ritorno al futuro

Lo storico e prezioso festival amiatino di teatro e danza riparte con un nuovo progetto di “residenze nomadi”

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Quando senti la terra tremare sotto i piedi – scriveva Eugenio Barba a un attore in crisi – torna alle tue radici, alle motivazioni del primo giorno in cui decidesti di fare teatro.

Sotto i piedi di Giorgio Zorcù il vulcano d’Amiata tremava da un po’: Toscana delle Culture, il suo festival che sin dal 1993 aveva saputo fare di Arcidosso e dintorni un epicentro internazionale del nuovo teatro (e non solo), veniva lentamente spogliato. Sempre meno risorse pubbliche, ma soprattutto una crescente insofferenza della politica nei confronti dell’arte intesa come impegno, innovazione, ricerca, interrogazione su presente e futuro. Sono gli anni, dopo il 2003, della “cultura che non si mangia”. E siccome chi lancia quello slogan vince le elezioni, gli altri un po’ alla volta si adeguano.

Solo due decenni prima lungo “le vie dei festival” e in grandi teatri cittadini – Modena, Prato, Volterra, Dro, Parma, Pontedera, Santarcangelo – fioriva una stagione importante, destinata a lanciare molti dei “maestri italiani” contemporanei oggi conosciuti in tutto il mondo. E di tutto questo fermento Toscana delle Culture fu subito interprete e protagonista grazie al suo inventore, Giorgio Zorcù, un grossetano rientrato a casa dopo aver diretto – tra l’altro – proprio il mitico festival di Santarcangelo.

Troppo lungo, per essere snocciolato qui, l’elenco dei grandi e dei grandissimi che – dal 1993 in poi – hanno affollato i cartelloni di Toscana delle Culture. Spesso ancor prima di essere “famosi”, oppure – già famosi – approdati quassù per trovare, nell’incanto della montagna amiatina, la linfa della prossima ispirazione. Perché Zorcù aveva occhi lunghi sui talenti nuovi e perché il suo festival non era vetrina, ma laboratorio. Luogo di incontro, di contaminazione, della produzione del nuovo.

Dopo il 2003 le cose cambiano. Un po’ per necessità e molto per voglia Zorcù progressivamente stende al sole i panni del direttore artistico e indossa quelli del regista. Riscopre, pioniere, la figura di Davide Lazzaretti. Poi affiancato da Sara Donzelli, attrice milanese e compagna di vita fonda la compagnia Accademia Mutamenti: saranno proprio gli spettacoli di Accademia Mutamenti il cardine di Toscana delle Culture, buone idee fatte in casa che arricchiscono (come da antica lezione di Grotowski) un festival sempre più povero di risorse. Si resiste. Finché, nel 2016, per la prima volta Toscana delle Culture non c’è più.

L’edizione 24 ufficialmente non si celebra. Ma Zorcù e Accademia Mutamenti sono ancora in campo. Lavorano a nuovi progetti, legati al concetto di “residenza nomade”, riconosciuti a livello regionale, nazionale e internazionale. Producono spettacoli. E su ogni progetto fatto in Maremma si ostinano a mettere un piccolo marchio: Tdc 24 …

Forse inconsapevole, l’obiettivo era arrivare fin qui, al 2017, senza spezzare il filo rosso di una grande storia. Il 6 settembre alla Cava di Roselle Giorgio e Sara hanno festeggiato – con Tirreno 140 – il 25° di Toscana delle Culture, anche se il festival di fatto non c’era stato. Sorridendo, Zorcù lo definì un “non compleanno”. Sembrava una festa di addio. E invece no. Perché Giorgio torna “al suo primo giorno nel teatro” e – sorpresa! – Toscana delle Culture 2017 si farà.

«Certo – conferma Zorcù – Si fa per davvero. Dopo la serata della Cava mi era rimasto un po’ questo “non compleanno”, mi continuava a viaggiare dentro, come l’elaborazione del lutto. E allora, guardando indietro, ho cominciato a guardare avanti. Questo esilio dall’Amiata è una “crisi” che rimette tutto in discussione. E come ogni crisi può diventare opportunità».

Cosa ha visto, guardando indietro?

«Il primo festival del 1993 era un laboratorio: gruppi di artisti si fermavano sul territorio per un lungo periodo, creavano anche attraverso l’incontro e dunque lo stimolo della comunità locale e tutto si chiudeva con cinque giorni di esposizione dei risultati di quel dialogo. E forse proprio quelli di quei primi anni restano i risultati più importanti della storia del festival».

Per esempio?

«Penso a Enrique Vargas, il regista colombiano acclamato pochi giorni fa a Pistoia capitale della cultura. Nel 1995 venne qui, per la prima volta in Italia: un mese di lavoro ad Arcidosso e infine lo spettacolo al Castello. Penso a Ellen Stewart, la grande MaMa nera, leggenda del teatro mondiale, per due anni con i suoi attori e artisti newyorchesi a lavorare con i giovani dell’Amiata. Tutti i lavori di Virgilio Sieni, a cominciare dal suo percorso sulle fiabe applaudito e celebrato ovunque: L’entrare nella porta senza nome, uno dei tre pezzi della trilogia, fu concepito qui e messo in scena nel 1999 nel bosco di castagni delle Piane. E poi Marco Paolini e le sue prove de Il Milione a Roccalbegna, con i narratori locali come Argia; Ascanio Celestini, dieci giorni a raccogliere memorie di minatori e poi una serata evento dalla quale nasce il suo spettacolo Fabbrica; o Pippo Delbono con La Rabbia, nel 1995, quando portammo un pezzetto di festival a Orbetello: lì, durante venti giorni di laboratori, Delbono “conobbe” l’attrice mancianese Elena Guerrini che sarebbe stata per molti anni una colonna della compagnia”…

E da qui cosa viene, per il futuro?

«Al di là dei soldi e delle economie, mi sono detto, questa è una cosa da preservare. Questa è l’essenza vitale».

Come ci si torna, a quell’essenza?

«Ripartendo da quello che si ha, da quello che si è, dalle idee. Cosa ho oggi? Da una parte ho ancora il riconoscimento da Regione Toscana e Ministero come residenza artistica, l’unico rimasto in provincia di Grosseto per una compagnia grossetana. E poi c’è una foresteria al teatro comunale di Cinigiano: ventotto posti letto, dieci camere con i bagni. Denari no, quelli non ci sono. E allora e ho rimesso in moto il meccanismo delle origini».

Cioè idee e sogni…

«In particolare un mio vecchio sogno: riaprire i teatri. Siamo governati dalla paura, di questi tempi. Gli amministratori e noi. I teatri, sono nati come tempi laici della comunità, dove la comunità si incontra e si relaziona per visioni. Ma oggi le amministrazioni hanno paura di aprirli. Una paura anche legittima, visto che i soldi non ci sono. Dunque ecco teatri vuoti da una parte e dall’altra tanti artisti professionisti, giovani e non, che hanno bisogno di spazi per lavorare. La Maremma non ha la vocazione del palcoscenico prestigioso: non è Milano, non è Roma né Firenze, con i loro palcoscenici da prime mondiali e repliche infinite. La Maremma ha però la vocazione di residenza. Le residenze in una terra così bella e ospitale rendono attrattivo questo territorio per gli artisti, famosi e non. Che qui possono lavorare, produrre e poi esportare nel mondo un prodotto targato anche Grosseto».

Dunque l’edizione 25 di Toscana delle Culture sarà incentrata sulle residenze?

«Residenza e nomadismo. Dal 22 ottobre a Cinigiano sono in residenza quattro giovani compagnie di gran talento. Alcuni rimettono a posto uno spettacolo prima della tournée autunnale, altri ne preparano uno tutto nuovo. In questi giorni a Cinigiano si incrociano tutti. Stanno tutti insieme. Ognuno guarda lo spettacolo dell’altro. E alla fine offriranno gli spettacoli al pubblico locale. Anche, in un caso, attraverso un minitour nei bar della provincia».

E il nomadismo?

«Non ho nessuna nostalgia del Festival inteso come in passato. Questa ora è la strada, nuova e aperta. Lo vedo non più come una cosa che avviene ogni anno a date fisse in un luogo, ma come una casa che viaggia in diversi luoghi. Per esempio se un teatro come quelli di Scansano o di Roccastrada ospita una compagnia per dieci giorni, poi la compagnia fa lì il suo pezzetto di Toscana delle Culture. È chiaro che io stesso cerco una casa: nomadismo e residenza».

Impresa non facile...

«Sì, ma non solo per un fatto di soldi. Io stesso ho quasi una censura da paura. Per me è stato come gettare il cuore oltre l’ostacolo, un messaggio, un invito a fare. L’obiettivo non deve essere solo mio, ma condiviso dalle persone che accettano la sfida di fare insieme. Il mio sogno, la mia necessità di oggi è condividere. Collaborare, creare reti, attivare un percorso di moltiplicazione di idee in cui ognuno mette semplicemente ciò che è. E l’invito fortissimo è anche per gli amministratori, per gli imprenditori, per le persone. Per chi da qualche parte ha ancora in serbo il semino della passione dell’arte e del teatro contemporaneo come grande motore di relazioni e di conoscenza creativa».



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