Il Tirreno

Grosseto

Un calcio al razzismo: a Montorgiali 12 richiedenti asilo arruolati dallo Scansano

di Francesca Ferri
Mervelous Oghogho, 19 anni, nigeriano
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Mervelous Oghogho, 19 anni, nigeriano

I ragazzi arrivano dall'Africa e in campo hanno trovato una porta d'accesso all'integrazione

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MONTORGIALI. I ragazzi corrono per il campo dietro al pallone, sudati e impolverati, sotto gli occhi dell’allenatore. È un pomeriggio di sole a Bivio Montorgiali, minuscolo borgo nel comune di Scansano affacciato sulle colline puntellate di vigneti del Morellino. Tiri in porta, parate, scatti, schemi. Una squadra affiatata. Poi tutti nello spogliatoio, mentre gli altri, che erano rimasti a bordo campo, iniziano a preparare le lavatrici. L’allenamento è finito, la doccia laverà polvere e sudore e restituirà ciascuno alla propria famiglia, al proprio lavoro, alla propria quotidianità. Per dodici di loro, otto giocatori e quattro assistenti tuttofare, però, solo il prossimo allenamento e la prossima partita saranno una boccata di ossigeno sociale all’interno di un’esistenza che da mesi è fatta quasi esclusivamente di attesa e rari contatti con l’esterno.

I ragazzi arrivano dall’Africa, sono tutti sui vent’anni e hanno tutti storie terribili. C’è chi, come Demba è stato cacciato di casa perché la famiglia musulmana non voleva che sposasse la sua ragazza di fede cristiana. O come Michel, fuggito dalla Costa d’Avorio, dalla guerra e da poliziotti corrotti che lo hanno arrestato per chiedere un riscatto alla famiglia in cambio della sua liberazione. Come Alya, fuggito dal virus Ebola. O come Ibrahim, a cui in Libia hanno puntato una pistola e ucciso il fratello.

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Tra lo scorso autunno e lo scorso inverno sono approdati in Italia, dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo rischiando la vita per chiedere asilo in Italia. Con altri africani, circa trenta in tutto, sono stati destinati alla provincia di Grosseto e trasferiti qui, a Bivio Montorgiali, trenta anime a venti chilometri da Grosseto. Una strada, un incrocio, una bottega, una pizzeria, un’ex struttura ricettiva gestita dalla cooperativa Cosmo. E un campo da calcio.

Trenta africani – tutti maschi dai 18 ai 50 anni – e trenta abitanti locali. Equilibri demografici scombussolati, la popolazione locale chiusa a riccio, i giovani africani salvi e sicuri, ma costretti a ingoiare le loro aspettative di una vita migliore, al momento solo intravista oltre i colli maremmani, senza un contatto, una parola con i locali. L’unico sforzo di integrazione arriva dal volontariato, con le attività organizzate dal Circolo Macramè e dell’associazione Tante quante di Scansano. Per il resto, niente da fare da mattina a sera se non aspettare la risposta alla domanda di asilo.

Questa la situazione dei richiedenti asilo finché in un pomeriggio, qualche mese fa, proprio in questo campo, per ammazzare il tempo i ragazzi si sono ritrovati a fare una partitella tra di loro. Qualcuno li ha notati e ha visto che tra loro ce n’erano alcuni bravi. Il campo da calcio si trova in fondo al paese, a qualche centinaio di metri da dove abitano i giovani africani, e qui si allenano anche i giocatori dell’Asd Polisportiva Scansano.

«Sapevamo che c’erano questi ragazzi e che qualcuno giocava a calcio», racconta Gianni Corridori, allenatore della squadra juniores. «A fine agosto abbiamo fatto fare loro uno stage – prosegue – e abbiamo visto che alcuni erano molto bravi, in particolare un portiere, un centrocampista e un attaccante». Lo stage è finito con otto giocatori arruolati e, con loro, altri quattro ragazzi ingaggiati come tuttofare. Sono Michel Kovassi (27, Costa d’Avorio, difensore), John Audu (21, Nigeria, difensore), Nana Kwaku (20, Gana, centrocampista), Siaka Dembele (19, Costa d’Avorio centrocampista) per la prima squadra; Mervelous Oghogho (19, Nigeria, attaccante), Alya Danso (20, Guinea, attaccante), Demba Bojang (20 anni, Gambia, centrocampista), Ibrahim Poda (20, portiere, Costa d’Avorio) nello juniores; Sylvester Idemudia (24, Nigeria), Innocent Eriamiatoe (21, Nigeria), Preciuos Aganmwonyi (20, Nigeria); Kelvin Imafidon (24, Nigeria) gli assistenti.

«Non sono bravi solo in campo, ma anche fuori – prosegue Corridori –. Educati, rispettosi. Davvero. Anche quelli che non giocano». «Ce ne fossero di ragazzi così», aggiunge Mario De Luca, allenatore degli allievi.

Le due squadre, dove già giocano alcuni ragazzi di origine straniera – albanesi e romeni per lo più – si sono così ritrovate ancora più multirazziali. E per i giovani africani la squadra è diventata una porta d’accesso alla vita quotidiana in Italia.

«Se chiedi un’informazione a qualcuno per strada non ti guarda nemmeno», racconta Alya, che culla il sogno di diventare giocatore professionista.

Un muro culturale che in campo si sbriciola. Dietro al pallone la squadra “fa squadra”. E la differenza non è nel colore della pelle, ma più semplicemente se giochi bene o no.

La fama in campo dei giovani africani a poco a poco si è sparsa in paese. Alcuni di loro, accompagnati dal personale della cooperativa, sono anche andati a bussare ai portoni dei vicini di casa per presentarsi e porgere la mano. «Abbiamo semplicemente detto che volevamo solo essere gentili», spiega il tirocinante Faye Abdoulaye, senegalese. E ora a fine allenamento, sulla strada che dal campo riporta i ragazzi alla struttura d’accoglienza, sono saluti e sorrisi con gli abitanti del posto che incrociano il loro cammino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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