Sicurezza
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SEDUTI SUL SARCOFAGHETTO CON IL GIN TONIC IN MANO
di STEFANO ADAMI
Cose da basso impero, si commenta sempre in questi casi, in modo un po’ trito e banale. Ma il basso diviene sempre più basso. E l’impero, beh, quello è meglio non nominarlo nemmeno. Reperti...
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Cose da basso impero, si commenta sempre in questi casi, in modo un po’ trito e banale. Ma il basso diviene sempre più basso. E l’impero, beh, quello è meglio non nominarlo nemmeno. Reperti archeologici in giardino: così durante i cocktail party ci si può sedere sopra. Anche se sono un po’ scomoducci, duri, rocciosi, bisogna metterci sopra i cuscini firmati. Sedersi composti, senza agitarsi tanto, ascoltando le chiacchiere, intervenendo ogni tot, in quella nota posa che fa tanto Trimalcione dei nostri giorni. Reperti di quando?, chiedono curiosi gli astanti. E osservanti, con il bicchiere in mano. Babilonesi, cartaginesi, etruschi, romani, sanniti? L’importante è che sia roba vecchia. La roba nuova se la possono permettere tutti. Che abbia la patina d’antico. Gli antichi in giardino, i moderni in casa. Oppure: le cose grosse fuori, esposte al clima, le più delicate al riparo. Fuori il sarcofaghetto etrusco, dentro, fra le quattro mura, il miscelatore in alabastro che i Rasenna usavano per fare il gin tonic. Chissà, una di queste sere si può usare. Darà al gin tonic un sapore di nuovo, il bel sapore d’una volta. Quello che gli aruspici facevano schioccare sulla lingua.
Fuori la statuetta votiva, piccina ma non tanto, delle dimensioni di un pechinese, dentro gli oggettini e le pitture, come quelle del pittore che si chiama come l’utilitaria, Picanto. Ah no, Picasso, scusate. Se si obietta al padrone di casa che mettere in giardino un oggetto di scavo, che appartiene alla comunità, alla storia di un popolo e di una comunità, e quindi all’universo mondo, è cosa illecita, l’obiezione diventa un sasso nello stagno. Che volete? Non lo facevano già gli antichi? Non lo facevano gli stessi romani? E noi quindi finiamo per seguire la tradizione. La buona tradizione.
Consoli, proconsoli, magistrati d’un tempo zeppavano in giardino sassi e sassoni fenici, sculture greche, elementi architettonici provenienti dell’Egitto e dalla mezzaluna fertile. Perché tenere questi oggetti in polverosi, ragnosi musei dove nessuno se li fila, dove tutti li snobbano? Dove non ci si può sedere sopra di essi? Dove i ragazzetti ci attaccano sopra le cingomme? Dove magari verranno infilati nei sottoscala e nella cantine, assieme ai topi?
La voce del popolo l’ha sempre detto: nelle città in cui si asportavano i pavimenti antichi per rinnovarli, gli originali si rivedevano nelle ville dei locali amministratori. La voce del popolo, qual piuma al vento. Mi frulla proprio per la testa, mentre, in un giardino, mi mostrano un bassorilievo egizio che immortala un allievo scriba che spenge il cellulare. Sta andando a fare – mi spiegano – l’alternanza scuola-lavoro.
Fuori la statuetta votiva, piccina ma non tanto, delle dimensioni di un pechinese, dentro gli oggettini e le pitture, come quelle del pittore che si chiama come l’utilitaria, Picanto. Ah no, Picasso, scusate. Se si obietta al padrone di casa che mettere in giardino un oggetto di scavo, che appartiene alla comunità, alla storia di un popolo e di una comunità, e quindi all’universo mondo, è cosa illecita, l’obiezione diventa un sasso nello stagno. Che volete? Non lo facevano già gli antichi? Non lo facevano gli stessi romani? E noi quindi finiamo per seguire la tradizione. La buona tradizione.
Consoli, proconsoli, magistrati d’un tempo zeppavano in giardino sassi e sassoni fenici, sculture greche, elementi architettonici provenienti dell’Egitto e dalla mezzaluna fertile. Perché tenere questi oggetti in polverosi, ragnosi musei dove nessuno se li fila, dove tutti li snobbano? Dove non ci si può sedere sopra di essi? Dove i ragazzetti ci attaccano sopra le cingomme? Dove magari verranno infilati nei sottoscala e nella cantine, assieme ai topi?
La voce del popolo l’ha sempre detto: nelle città in cui si asportavano i pavimenti antichi per rinnovarli, gli originali si rivedevano nelle ville dei locali amministratori. La voce del popolo, qual piuma al vento. Mi frulla proprio per la testa, mentre, in un giardino, mi mostrano un bassorilievo egizio che immortala un allievo scriba che spenge il cellulare. Sta andando a fare – mi spiegano – l’alternanza scuola-lavoro.
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