Il dolore
«Dibattito sul caporalato»
Attac aveva denunciato il fenomeno già due anni fa
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GROSSETO. Si intitolava “Caporalato o Solidarietà”, il convegno che si è svolto a fine gennaio alla Sala Pegaso, organizzato da Attac Grosseto. Un convegno nel quale l’associazione aveva fatto le proprie proposte invitando, tra gli altri, i sindaci di tutti e 28 comuni della provincia, le organizzazioni sindacali e di categoria, la lega provinciale delle cooperative e anche alcune delle maggiori cooperative della nostra provincia. «A dimostrazione dello scarso, anzi nullo interesse (dimostrato anche dal silenzio su questo tema), ha brillato la totale mancanza dei rappresentanti degli enti locali e della cooperazione della provincia di Grosseto - dicono Silvano Brandi e Giampiero Ciambotti - Questi ultimi più impegnati a gestire il business dei richiedenti asilo che preoccuparsi delle infiltrazioni dei caporali nella cooperazione avvenuta in diverse zone d'Italia. Noi ripetiamo quel che sostenemmo al nostro convegno: non abbiamo e non siamo tanto presuntuosi di avanzare una proposta compiuta su un campo così delicato, ma sappiamo che non possiamo affrontarlo solo con la repressione, che pure deve esserci, ma che dobbiamo iniziare tutti, ognuno per le proprie competenze, funzioni e specificità, un percorso che ci porti a rioccupare quegli spazi che abbiamo a suo tempo abbandonato e che il caporalato ha occupato e dove pianterà le proprie radici in forme sempre più sofisticate».
Brandi e Ciambotti tornano alla carica dopo i recenti arresti ordinati dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Siena nell’ambito dell’inchiesta sul caporalato e che ha visto finire nei guai anche alcuni imprenditori amiatini.
«Possiamo continuare a pensare che quello del caporalato sia solo un problema di ordine pubblico e che quindi riguardi solo magistratura e forze dell'ordine, oppure possiamo darci da fare per rioccupare gli spazi che abbiamo lasciato scoperti e dove la criminalità rafforza pericolosamente la propria presenza - dicono - Se si vuole percorrere questa seconda strada proponiamo sin da ora un pubblico confronto con la partecipazione di istituzioni ed organizzazioni sociali. Noi parteciperemo con le nostre idee e le nostre proposte».
È dal 2015 che insieme ad altre organizzazioni, Attac Grosseto aveva denunciato che il caporalato si era insediato stabilmente anche nelle provincie di Grosseto e Siena assumendo dimensioni sempre più consistenti, infatti coinvolgeva, migliaia di lavoratori. «Noi crediamo che nella nostra provincia ci siano ancora molto estese forme di caporalato tradizionalmente conosciuto - dicono - è innegabile che questa forma di attività illegale si stia trasformando in attività solo apparentemente legale, sfruttando le tante, troppe forme che le leggi sul lavoro gli consentono».
Brandi e Ciambotti tornano alla carica dopo i recenti arresti ordinati dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Siena nell’ambito dell’inchiesta sul caporalato e che ha visto finire nei guai anche alcuni imprenditori amiatini.
«Possiamo continuare a pensare che quello del caporalato sia solo un problema di ordine pubblico e che quindi riguardi solo magistratura e forze dell'ordine, oppure possiamo darci da fare per rioccupare gli spazi che abbiamo lasciato scoperti e dove la criminalità rafforza pericolosamente la propria presenza - dicono - Se si vuole percorrere questa seconda strada proponiamo sin da ora un pubblico confronto con la partecipazione di istituzioni ed organizzazioni sociali. Noi parteciperemo con le nostre idee e le nostre proposte».
È dal 2015 che insieme ad altre organizzazioni, Attac Grosseto aveva denunciato che il caporalato si era insediato stabilmente anche nelle provincie di Grosseto e Siena assumendo dimensioni sempre più consistenti, infatti coinvolgeva, migliaia di lavoratori. «Noi crediamo che nella nostra provincia ci siano ancora molto estese forme di caporalato tradizionalmente conosciuto - dicono - è innegabile che questa forma di attività illegale si stia trasformando in attività solo apparentemente legale, sfruttando le tante, troppe forme che le leggi sul lavoro gli consentono».
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