Il Tirreno

Grosseto

I nuovi caporali ti danno la busta paga

di Giovanna Mezzana
I nuovi caporali ti danno la busta paga

È l’ultima frontiera: il bracciante non ha avuto un euro ma le carte sono in regola. Cgil: «Così è più difficile fare indagini»  

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GROSSETO. Mille e duecento euro al mese per ventidue giornate di lavoro: all’apparenza è tutto in regola. Sopra c’è la busta paga, sotto il ricatto, il danno e persino la beffa. Sei in forza, tant’è che c’è un documento di retribuzione che lo attesta, ma tu – bracciante agricolo, 95 volte su 100 extracomunitario – non hai visto un euro; se però stai buono-buono, prima o poi vedrai un po’di “grana”: sarà quella che arriva dall’Inps, per la cosiddetta indennità di disoccupazione prevista per il settore agricolo, uno dei comparti del lavoro stagionale per eccellenza. In Maremma e sull’Amiata, i “nuovi” caporali si attrezzano così: reclutano e mettono in regola, se poi lavori il doppio delle ore che figurano in busta paga e non vedi un centesimo, sono fatti tuoi, bracciante. Hai, del resto, un’altra chance? «Il caporalato “puro”, così come ci arriva dalle cronache della Puglia – dice Claudio Renzetti, segretario generale della Cgil di Grosseto – in Maremma e sull’Amiata rappresenta ormai solo una quota residuale». In compenso il fenomeno – su cui la Camera del lavoro grossetana alza il velo a poche ore dall’arresto di tre “caporali” di nazionalità curda nelle campagne del Chianti (vedi servizio accanto) assume contorni persino, finanche, più subdoli.

Il reclutamento. Nei campi maremmani il lavoro “nero” non esiste quasi più. Piuttosto «c’è – dice Renzetti – tanto, tantissimo “grigio”». All’inizio della catena ci sono le agenzie di somministrazione del lavoro, che “intermediano”, appunto, lavoro per lo più “a chiamata”. È tutto in regola, per l’amor del cielo, è tutto previsto dalla norma. «Il problema è – dice Renzetti – che le irregolarità si annidano proprio in questi meccanismi di deregolamentazione del mercato del lavoro» e proprio perché si annidano «rendono difficili sia le verifiche che, soprattutto, la conclusione delle indagini». Il bracciante figura “in forza”: «Di solito c’è una busta paga formalmente regolare – descrive Renzetti – nella quale per esempio figura che un bracciante ha percepito 1. 200 euro al mese per 22 giornate lavorate. Il problema è che il lavoratore ha visto solo la busta paga ma non ha preso un euro. Se non fa problemi, prenderà l’indennità di disoccupazione». Va da sé che – sotto scacco – il bracciante extracomunitario non denuncia. E si va avanti così.

Spezzare la catena. Il modo per intercettare il lavoro «paraschiavistico» come lo definisce Cgil, però, ci sarebbe. «Noi chiediamo una norma per cui – dice Renzetti – se c’è una busta paga da 1. 200 euro deve anche esserci un bonifico tracciabile on-line del medesimo importo». Il sindacato chiede anche un sistema di controllo per cui si accenda un semaforo rosso quando si scende troppo al di sotto dei cosiddetti indici di congruità, che sono indicatori del rispetto delle buone pratiche. E cioè: «Le linee guida della Regione sugli indici di congruità stabiliscono – spiega Renzetti – che per vendemmiare un ettaro di vigneti il costo sia di 600-800 euro; in Maremma i contratti sono a 300 euro: significa che o si risparmia sulla sicurezza o sulla retribuzione della manodopera. Altre spiegazioni che possano giustificare il dato non ne vedo. Il problema è che in Maremma ci sono 5.000 aziende vitivinicole e sette ispettori e non c’è una norma che faccia scattare i controlli al di sotto di un certo indice di congruità». Ma allora a che servono tali indicatori?

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