Il Tirreno

Grosseto

L’accusa chiede l’ergastolo per Orlando

di Pierluigi Sposato
L’accusa chiede l’ergastolo per Orlando

«Violento, mentitore per professione» Ma il pm non crede alla premeditazione

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GROSSETO. «È colpevole e non merita le attenuanti: non ha collaborato, non ha mostrato segni di ravvedimento, non ha portato alcuna giustificazione, non ha manifestato l’intenzione di risarcire nemmeno in forma simbolica. Ha dimostrato di essere giocatore, una di quelle persone che vince o perde. E questa volta ha perso. Claudio Orlando è colpevole, anche se non c’è stata premeditazione: chiedo l’ergastolo, con isolamento di due mesi».

Due ore e mezzo e poi il sostituto procuratore Giuseppe Coniglio chiude così la requisitoria davanti alla Corte di assise per l’omicidio di Antonio Tucci, 71 anni, trovato in un lago di sangue il 6 dicembre 2015, nel piccolo appartamento di piazza Rosa Guarneri Carducci a Castel del Piano. Una richiesta prevedibile, considerato anche lo svolgimento dell’interrogatorio dell’imputato. L’unica concessione che l’accusa fa all’imputato - ieri assente - è quello della mancanza della premeditazione per l’omicidio con rapina: Orlando non era partito dal Lazio con l’intenzione di uccidere lo zio, è la convinzione del pm.

Premessa. Il pm spende i primi minuti per annunciare il suo trasferimento (al Tribunale di Civitavecchia, su sua richiesta) e ringraziare il Tribunale. E ringraziare anche la difesa, «perché questo processo non è stato un ring». Ma poi affonda il coltello: «Non capisco comunque la scelta di questo rito: il dibattimento non ha portato alcun elemento nuovo», il procedimento si sarebbe potuto risolvere davanti al gup.

Come un film. Rivolgendosi ai giurati popolari, il pm paragona se stesso e le altre parti del processo a «montatori di un film», chiamati a rappresentare comunque una tragedia, «la più grande delle tragedie». Se questo è un «tipico processo indiziario, ciò non vuol dire che sia debole: è solo che manca la prova diretta». E così l’accusa si prodiga nel cercare e trovare i riscontri, per concludere che «qui gli elementi sono univoci e convergenti e non si può formulare una ricostruzione diversa dei fatti». In altre parole, non ci può essere un colpevole diverso da Orlando.

La ricostruzione. Il dottor Coniglio ripercorre lo svolgimento del 5 dicembre, il giorno dell’omicidio, quando Tucci (alle 16.33) aveva chiamato l’assistente domiciliare per chiedere, come spesso faceva, una ricarica telefonica. Questa è delle 17.55 ma non arriva mai da parte dello stesso Tucci il consueto sms di conferma alla assistente sociale. La quale si preoccupa e il pomeriggio del 6 scopre il cadavere. Non ci sono segni di effrazione in casa e quindi il pm conclude per il fatto che «Tucci conosceva l’assassino». Il medico legale chiarì subito, al sopralluogo, che la morte era stata causata da colpi di bastone.

Gli spostamenti e gli orari. L’accusa rimette insieme le “scene” del film e concentra l’attenzione sull’orario in cui un uomo con un giaccone rosso fu visto uscire dal portone della casa di Tucci: le 19,30, secondo le testimonianze di due donne, basate su uno scontrino di acquisti che va però retrodatato di 53’, cioè alle 18.30: orario compatibile con l’allontanamento di Orlando (anche se lui aveva detto di essere uscito molto prima).

La refurtiva. Quando Orlando fu fermato (dal 7 aveva messo la sua scheda nel telefonino dello zio), questi aveva con sé i due cellulari, i tre orologi e la tessera Coop di Tucci e una carta di identità contraffatta. Non le chiavi di casa Tucci, non il giaccone rosso che pure gli avrebbe fatto comodo, non solo perché faceva freddo ma anche perché «Orlando è uno che si veste alla Caritas». Da casa mancava anche la pensione da 1.500 euro ritirata il 1° da Tucci, cui vanno sottratte le cifre per l’acquisto di un piccolo televisore (300 euro) e il pagamento dell’affitto.

«Le tracce parlano». L’accusa considera «non scientifica» e «superficiale» la ricostruzione di Antonio Sorrentino, il consulente medico-legale scelto dalla difesa di Orlando. E utilizza il lavoro dei Ris per la ricostruzione del delitto, perché «le tracce di sangue parlano», e dicono come si è svolta l’aggressione a seconda della forma assunta nel momento in cui si depositano su una superficie: Tucci è stato assalito alle spalle, senza colluttazione, i colpi alla testa sono chiari indizi della volontà di uccidere. «Ci fu crudeltà, ci fu accanimento». Cosa hanno portato i testi della difesa? «Nessuna smentita. Il nulla».

Il ritratto di Tucci. «In questo processo ci siamo tutti affezionati a lui»: anziano, acciaccato, una figura malinconica, con difficoltà nel camminare, non voleva allontanarsi dalla compagna morta a Castel del Piano. Era triste. Ed educato. E voleva aiutare il nipote».

Il ritratto di Orlando. Il pm non ha dubbi: «Un mentitore per professione, un violento che aveva cercato in passato di uccidere la compagna, uno che non riusciva a tenersi il lavoro, uno che rubava anche ai parenti. Tucci lo vuole aiutare, poi quando capisce di essere stato preso in giro cerca di allontanare questo nipote anaffettivo», pur promettendogli che farà lavare i suoi panni prima di restituirglieli. Un uomo «arrogante», Orlando: «Perché non c’è oggi? La considero una mancanza di rispetto». Secondo il pm, «anche il silenzio va valutato», dice riferendosi a quando Orlando appena arrestato decise di non rispondere al pm e alle mancate risposte nell’interrogatorio in aula. «Perché non si difende? Perché non dice: non sono stato io? È stato in carcere un anno e mezzo e non riesce a inventare una storia alternativa».

Le contraddizioni. Gli orologi di Tucci funzionavano, e non erano da riparare come sostiene Orlando. Non è sostenibile, ancora secondo l’accusa, che Tucci volesse regalare i suoi cellulari al nipote: «Perché mai avrebbe fatto fare la ricarica?». E Orlando come avrebbe fatto, come dice, a chiamare da Roma lo zio? A quale telefono? Con quale telefono? «Basterebbe questo a inchiodarlo». E poi il tablet regalato al figlio: «Un regalo costoso. Lui non aveva mai regalato nulla al figlio».

Il movente. Secondo l’accusa, motivi per uccidere c’erano, anche se l’imputato non ha dato spiegazioni: «Orlando aveva desiderio dei pochi beni dello zio, quando capisce che anche quel “rubinetto” si sta chiudendo. Questo corto circuito provoca la reazione. E si noti che tutti avevano sempre una mano tesa verso di lui. Eppure ogni volta c’era stata una reazione violenta o comunque di frattura».

«No premeditazione». È l’unica concessione che l’accusa fa a Orlando. «Non fu un omicidio premeditato. È vero che Orlando aveva spento il telefono quando era tornato a Castel del Piano, il 5 dicembre, come per evitare di essere controllato. È vero che aveva con sé un documento contraffatto, come se stesse organizzando la fuga. Però non aveva scelto l’arma prima. E non ha neanche organizzato la sua difesa».

Gli ultimi momenti. Cosa è avvenuto poco prima della morte di Tucci? L’accusa fa un’ipotesi: «Orlando va in camera da letto e prende le sue cose, anzi prende anche cose non sue. Qui non c’è sangue. Poi lo zio si accorge di cosa sta facendo Claudio, c’è una discussione in cucina. E Orlando elimina l’ostacolo. È in questo momento che si innesta la rabbia e che Orlando uccide lo zio. Lo fa lucidamente, come tutte le cose successive».

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