Finanza
«Assolvete Pesucci, è estraneo a tutto»
di Pierluigi Sposato
Amici Miei, il pm non ravvisa prove di colpevolezza per l’ex sindaco di Campagnatico accusato dal 2009 di corruzione
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GROSSETO. Parla il pm, ed è una requisitoria a conclusione del processo. Ma assomiglia tanto a un’arringa difensiva. Perché il pm Arianna Ciavattini invoca di nuovo (come a gennaio scorso per uno degli altri processi - Nuova Arcille, e la richiesta fu accolta) l’assoluzione su tutta la linea per Elismo Pesucci, ex sindaco di Campagnatico.
Questo è “Amici Miei”, il processo “padre”, quello che nell’estate 2009 esplose con le misure cautelari, che riguardarono lo stesso Pesucci. Lui è in aula e ascolta. Non fa cenni e non commenta. Cinquanta minuti di requisitoria con la delimitazione dei tre capi di imputazione: il concorso morale nella corruzione per l’appalto del Pip di Arcille, i rapporti con i costruttori Avni Cela e Massimiliano Palazzesi. E la conclusione è che non vi sono elementi per chiedere una condanna, né da quanto raccolto dal suo predecessore Stefano Pizza né per quanto emerso in dibattimento (ci sono stati comunque precedenti patteggiamenti).
«La prova non è stata raggiunta», spiega aiutandosi con una memoria scritta di tre pagine, Pesucci non ha commesso il fatto. La prova di cosa? Di un accordo corruttivo tra il sindaco e i costruttori siciliani Santo La Rocca e Vito Accardo. Il pm fa il nome di Emanuele Barone, già responsabile dell’ufficio edilizia pubblica e responsabile delle gare, e spiega che nemmeno lui li conosceva direttamente perché furono presentati da un amico: «Figuriamoci se li conosceva Pesucci!». I due costruttori dissero: «Avemmo la percezione di essere stati aiutati a vincere la gara» e, ricorda Ciavattini, i due pensarono di ricompensare Barone con del denaro. Barone, non Pesucci. A quest’ultimo «non si può imputare nemmeno un apporto da una posizione influente».
«Il fatto non sussiste» è invece la conclusione dell’accusa per gli altri due capi di imputazione, quelli che riguardavano i lavori a casa di Pesucci: Cela in cambio della permuta di un terreno edificabile, Palazzesi per il cemento armato. L’ipotesi iniziale era che si fosse trattato di una forma di corruzione per lavori svolti in Comune. Il pm ha fatto notare prima che alle delibere di giunta erano presenti anche assessori, che non furono sfiorati dall’indagine, e che si trattava di questioni di competenza del dirigente e non del sindaco. «Non risultano pressioni o persuasioni, non c’erano lavori gratis a casa di Pesucci, non c’entra il contesto ambientale. Perché Pesucci e Cela avrebbero dovuto simulare un contratto nel 2005, due anni prima delle indagini? E poi, con tutta l’influenza che poteva avere il sindaco, non è strano che i lavori a casa sua si fossero fatti con grande ritardo? Infatti dipendeva dall’iter dei permessi», c’era una variante di mezzo, aveva detto all’epoca (gennaio 2013) lo stesso Pesucci, interrogato in aula. E poi che tipo di corruttore sarebbe Palazzesi se aveva dato visibilità ai lavori fatti fino a farne fattura, riportando i crediti, conservando i brogliacci e i giornali di cantiere? Addirittura, l’impresario di Perna srl aveva delegato una terza persona per seguire la pratica, per riscuotere il credito, creando così un possibile testimone: e comunque il contabile, che pure aveva avuto le mani in pasta più di tutti, non era mai stato indagato. Pesucci aveva chiesto una dilazione di pagamento di quei lavori, evidentemente era in difficoltà. Gli fu concessa. «È strano? No, la famiglia lavorava a Campagnatico da 40 anni, Pesucci era ritenuto solvibile.
Il presidente Puliatti (con lui De Vincenzi e Muscogiuri) chiede se la parte civile (Comune di Campagnatico) vuole parlare: l’avvocato Fabio Tiezzi prende tempo, per poter parlare con l’amministrazione. Parlerà a novembre, così come il difensore Patrizia Fabiani, per la quale il compito si rivela adesso un po’ più facile. Poi la sentenza.
Questo è “Amici Miei”, il processo “padre”, quello che nell’estate 2009 esplose con le misure cautelari, che riguardarono lo stesso Pesucci. Lui è in aula e ascolta. Non fa cenni e non commenta. Cinquanta minuti di requisitoria con la delimitazione dei tre capi di imputazione: il concorso morale nella corruzione per l’appalto del Pip di Arcille, i rapporti con i costruttori Avni Cela e Massimiliano Palazzesi. E la conclusione è che non vi sono elementi per chiedere una condanna, né da quanto raccolto dal suo predecessore Stefano Pizza né per quanto emerso in dibattimento (ci sono stati comunque precedenti patteggiamenti).
«La prova non è stata raggiunta», spiega aiutandosi con una memoria scritta di tre pagine, Pesucci non ha commesso il fatto. La prova di cosa? Di un accordo corruttivo tra il sindaco e i costruttori siciliani Santo La Rocca e Vito Accardo. Il pm fa il nome di Emanuele Barone, già responsabile dell’ufficio edilizia pubblica e responsabile delle gare, e spiega che nemmeno lui li conosceva direttamente perché furono presentati da un amico: «Figuriamoci se li conosceva Pesucci!». I due costruttori dissero: «Avemmo la percezione di essere stati aiutati a vincere la gara» e, ricorda Ciavattini, i due pensarono di ricompensare Barone con del denaro. Barone, non Pesucci. A quest’ultimo «non si può imputare nemmeno un apporto da una posizione influente».
«Il fatto non sussiste» è invece la conclusione dell’accusa per gli altri due capi di imputazione, quelli che riguardavano i lavori a casa di Pesucci: Cela in cambio della permuta di un terreno edificabile, Palazzesi per il cemento armato. L’ipotesi iniziale era che si fosse trattato di una forma di corruzione per lavori svolti in Comune. Il pm ha fatto notare prima che alle delibere di giunta erano presenti anche assessori, che non furono sfiorati dall’indagine, e che si trattava di questioni di competenza del dirigente e non del sindaco. «Non risultano pressioni o persuasioni, non c’erano lavori gratis a casa di Pesucci, non c’entra il contesto ambientale. Perché Pesucci e Cela avrebbero dovuto simulare un contratto nel 2005, due anni prima delle indagini? E poi, con tutta l’influenza che poteva avere il sindaco, non è strano che i lavori a casa sua si fossero fatti con grande ritardo? Infatti dipendeva dall’iter dei permessi», c’era una variante di mezzo, aveva detto all’epoca (gennaio 2013) lo stesso Pesucci, interrogato in aula. E poi che tipo di corruttore sarebbe Palazzesi se aveva dato visibilità ai lavori fatti fino a farne fattura, riportando i crediti, conservando i brogliacci e i giornali di cantiere? Addirittura, l’impresario di Perna srl aveva delegato una terza persona per seguire la pratica, per riscuotere il credito, creando così un possibile testimone: e comunque il contabile, che pure aveva avuto le mani in pasta più di tutti, non era mai stato indagato. Pesucci aveva chiesto una dilazione di pagamento di quei lavori, evidentemente era in difficoltà. Gli fu concessa. «È strano? No, la famiglia lavorava a Campagnatico da 40 anni, Pesucci era ritenuto solvibile.
Il presidente Puliatti (con lui De Vincenzi e Muscogiuri) chiede se la parte civile (Comune di Campagnatico) vuole parlare: l’avvocato Fabio Tiezzi prende tempo, per poter parlare con l’amministrazione. Parlerà a novembre, così come il difensore Patrizia Fabiani, per la quale il compito si rivela adesso un po’ più facile. Poi la sentenza.
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