Il Tirreno

Grosseto

«Farmaci miracolosi», condannata per truffa

I genitori di una donna cerebrolesa pagarono 11.000 euro in cambio di sostanze del tutto inefficaci 

3 MINUTI DI LETTURA





GROSSETO. In una boccetta c’era della resina naturale, profumata; nell’altra c’era del carbonato di calcio. Sostanze che non hanno alcun effetto curativo, come hanno accertato i carabinieri del Racis e attestato i testimoni in aula. Sostanze che sarebbero però state acquistate per una donna cerebrolesa e tetraplegica perché spacciate come un farmaco miracoloso, in cambio di 10.800 euro.

Truffa è il reato per il quale una donna di nazionalità russa residente in città, Liubova Reznikova, 65 anni, è stata condannata a 6 mesi e 100 euro di multa (pena sospesa) dal giudice Gian Marco De Vincenzi, che l’ha ritenuta responsabile di essersi fatta consegnare il denaro da una coppia di anziani coniugi grossetani (l’uomo nel frattempo è morto), che sarebbero stati raggirati tra il 2009 e il 2010. Secondo l’accusa, la donna si sarebbe approfittata della suggestionabilità e del ridotto potere di difesa di marito e moglie, dovuti alla situazione psicologica in cui si trovavano a causa delle gravi patologie in cui la figlia versa dalla nascita.

Il procedimento è andato avanti tra non poche difficoltà, specialmente quando è stato chiesto alla madre di dare chiarimenti sui rapporti con l’imputata, rapporti che sarebbero stati tenuti dal solo padre. Del quale - ha fatto notare il difensore d’ufficio Andrea Coscarelli, ravvisando la mancanza di procedibilità - non sono stati trovati né la querela né un verbale di sommarie informazioni. La madre ha raccontato comunque che l’imputata era venuta a casa a fare dei massaggi e che il marito e la figlia erano andati in Russia a prendere i flaconi con quelle che sarebbero state passate come medicine. Come un viaggio della disperazione, nato dal desiderio di poter vedere migliorare le condizioni della figlia, da alcuni anni ricoverata in un istituto.

Della vicenda si erano comunque interessati i carabinieri di Grosseto, che avevano anche effettuato degli appostamenti davanti all’abitazione della Reznikova e avevano poi sequestrato i due flaconi, trovati nell’istituto, all’interno di un frigorifero. Le analisi del Racis avevano escluso la presenza di sostanze curative: «Una è una sostanza solamente profumata, l’altra è una sostanza che abbassa il ph, non fa niente di diverso», ha detto il maresciallo al giudice.

Il direttore dell’istituto ha specificato che era stata la madre a portare i flaconi: «Io non li accettai, perché non erano nella farmacopea né tantomeno c’era una prescrizione medica. Tra l’altro la composizione era scritta in cirillico», cioè nell’alfabeto russo, come in cirillico erano scritti alcuni attestati portati dalla Reznikova. «Non so cosa ci fosse dentro, però la tesi era che fosse in realtà un farmaco quasi miracoloso», ha precisato il direttore in riferimento ai flaconi.

Il complesso delle circostanze e delle testimonianze hanno indotto il viceprocuratore onorario Brogi a chiedere una condanna a 8 mesi e 100 euro, poi mitigata dal giudice che si è riservato il deposito delle motivazioni in ottanta giorni.

Pierluigi Sposato

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa