Il Tirreno

Grosseto

«Caro Enrico, ti portiamo a vedere i nostri campi» 

di Giovanna Mezzana
«Caro Enrico, ti portiamo a vedere i nostri campi» 

Cinque imprenditori agricoli di Casotto dei Pescatori invitano il governatore Rossi  a toccare con mano gli effetti disastrosi della siccità. «E vieni con Remaschi»

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GROSSETO. A mali estremi, estremi rimedi. Sono abituati a piegare la schiena, fanno un lavoro duro – quello della terra – ma le buone maniere le conoscono, eccome: e se non si sentissero davvero in ginocchio avrebbero sicuramente invitato la più alta carica della Regione ad un appuntamento più gradevole. Dalle pagine del Tirreno, un gruppo di imprenditori agricoli di Casotto dei Pescatori lancia un messaggio al governatore toscano Enrico Rossi e all’assessore della sua giunta deputato al settore agricolo: Marco Remaschi.

L’invito. «Venite in Maremma, venite a vedere cosa è cresciuto nei nostri campi». Niente di niente. È tutto secco. Tutto ingiallito, arso, bruciato. Non è spuntata una fogliolina verde in ettari ed ettari di terreni, tant’è che non vale neppure la pena passarci sopra con la trebbiatrice: sarebbe gasolio buttato alle ortiche. Il raccolto non c’è, ma tasse e tributi da pagare sono tutti lì.

Chi sono. Siamo a Casotto dei pescatori, seduti ai tavoli del bar “Dal Pucci”. È qui che ci aspettano alcuni agricoltori: ci hanno contattato loro. C’è Mario Balasco, 85 anni, è una forza della natura. C’è Susanna Cecchi, dell’agriturismo Il Boschetto, che tra i tanti coltivatori si sente la meno sfortunata perché, avendo un’attività ricettiva, può almeno diversificare il reddito. E ci sono Michele Tesio dell’azienda Micheli Fabiana (sua figlia), Enrico Petruzzi dell’azienda Morelli Loriana (sua moglie). E dopo un po’ arriva anche Rossano Pacini. Per i loro terreni – tra Squadre Basse, Chiocciolaia, Cernaia – che rappresentano il futuro dei figli i o una garanzia per “la vecchiaia” – ci mettono la faccia.

Io pago e poi? I loro campi sono coltivati a seminativi, trifoglio alessandrino, per lo più, grano ed uliveti. Per queste coltivazioni serve acqua, ma quella che scende generosamente dal cielo: neppure irrigarli avrebbe senso. Ci hanno investito soldi per le semente, tempo e sudore della fronte. Risultato? Un pugno di mosche. «Il trifoglio alessandrino costa 260 euro a quintale più Iva – dice Balasco – Io ne ho acquistato quattro quintali. E ora cosa ci faccio? Niente. Eppure i soldi li ho già spesi e le tasse devo continuare a pagarle». È così per tutti, anche per gli altri imprenditori agricoli.

Nei campi. Lasciamo il bar di Casotto dei Pescatori, saliamo in auto e con Balasco attraversiamo i terreni di Squadre Basse. Ci guardiamo intorno: la piana grossetana sembra una savana, anzi, forse nella savana è più facile scorgere oasi meno arse, quelle che riescono a scovare elefanti e zebre per assicurarsi il refrigerio. «Queste colture neppure si trebbiano – osserva Balasco – Cosa ci faccio? Io lascio tutto così».

La richiesta. «Sono ormai anni – dice Cecchi – che i raccolti non sono più come un tempo. Quest’anno, poi, la siccità ci ha messo in ginocchio. Le aziende agricole non riescono a far fronte alle spese. Chiediamo attenzione per le nostre imprese e vorremmo al più presto sapere a che punto siamo con la richiesta di stato di calamità». Caro Rossi, caro Remaschi, gli agricoltori maremmani vi aspettano e intanto vi chiedono una soluzione: perché se la Maremma contribuisce così tanto al brand Toscana è anche merito loro.

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