Finanza
Strage di pecore: 30 capi uccisi dai predatori
Mattanza nell’azienda di Ugo Bussu vicino a Manciano: il gregge aggredito la notte al pascolo
3 MINUTI DI LETTURA
MANCIANO. Ventitré pecore sbranate, dieci ferite a morte, un gregge devastato. Nell’azienda di ovini, distante quattro chilometri circa da Manciano, di proprietà di Ugo Bussu, la notte fra domenica e lunedì è stata una vera strage. Il predatore o, meglio, il branco di predatori (si pensa, infatti, a un branco, vista l’entità del danno) è tonato al podere Onteo, vicino a Poggiofoco, e ha diminuito di più di 30 capi il grande gregge di 500 pecore allevate da Bussu.
«Le superstiti – racconta l’allevatore – sono tornate all’ovile correndo, tutte ammassate, come erano ammassate alcune di quelle morte e ferite. Hanno cercato disperatamente di fuggire, ma il lupo o l’ibriso o il cane inselvatichito o chi per lui non ha dato loro scampo. Le ha fatte correre fino alla rete di recinzione protette dalla quale stavano pascolando di notte. Adesso che è estate, infatti, di giorno stanno ferme per il gran caldo e l’unico momento in cui possono alimentarsi è la notte. Nemmeno il cane da guardiania è stato in grado di limitare il massacro».
Bussu non è sprovvisto di protezioni per il gregge e spiega anche di avere una vecchia recinzione “antilupo” dove ripara le pecore di notte, eccetto che in stagioni estive così calde. «Ho un recinto da ricovero – dice – vecchio ma sicuro. Però, certo, non le posso far stare lì dentro. Le pecore hanno bisogno di pascolare quando è fresco».
E a proposito dei cani da guardiania osserva: «Possiedo un cane da guardiania. Ma per 500 pecore ce ne vorrebbero per lo meno dieci. Uno ogni 50 capi. Ma poi chi li mantiene? E come proteggere i passanti dai cani?».
E anche Bussu segnala il grave pericolo che costituiscono le predazioni e l’impoverimento delle aziende di allevamento. «In questa maniera – dice – permettendo che il territorio si riempia di predatori si spopolano le campagne che sono la ricchezza di Manciano. Si mette fine alla cura dell’ambiente che noi pastori effettuiamo e di conseguenza non si favorisce più quel turismo che ama questi luoghi proprio perché così ben curati e accoglienti. Si rischia di compromettere tutta una filiera che va dall’allevamento delle pecore alla produzione di formaggio dop».
L’aggressione di lunedì per Ugo Bussu non è un caso isolato. Nei giorni scorsi, aveva subito un altro attacco che gli era costato quattro pecore. «Sì – dice – non è la prima volta che mi capita. Anzi la penultima era stata di dieci giorni or sono. Quattro pecore morte. Pensavo fosse finita lì e invece non è stato così».
Una zona particolarmente martoriata, quella dei pascoli mancianesi, dove è ancora vivo il raccapricciante episodio dell’aggressione al gregge di Carmelo Masala, che perse, tre anni fa, 60 capi in una sola volta, un’aggressione fra le più devastanti a Manciano. (f.b.)
«Le superstiti – racconta l’allevatore – sono tornate all’ovile correndo, tutte ammassate, come erano ammassate alcune di quelle morte e ferite. Hanno cercato disperatamente di fuggire, ma il lupo o l’ibriso o il cane inselvatichito o chi per lui non ha dato loro scampo. Le ha fatte correre fino alla rete di recinzione protette dalla quale stavano pascolando di notte. Adesso che è estate, infatti, di giorno stanno ferme per il gran caldo e l’unico momento in cui possono alimentarsi è la notte. Nemmeno il cane da guardiania è stato in grado di limitare il massacro».
Bussu non è sprovvisto di protezioni per il gregge e spiega anche di avere una vecchia recinzione “antilupo” dove ripara le pecore di notte, eccetto che in stagioni estive così calde. «Ho un recinto da ricovero – dice – vecchio ma sicuro. Però, certo, non le posso far stare lì dentro. Le pecore hanno bisogno di pascolare quando è fresco».
E a proposito dei cani da guardiania osserva: «Possiedo un cane da guardiania. Ma per 500 pecore ce ne vorrebbero per lo meno dieci. Uno ogni 50 capi. Ma poi chi li mantiene? E come proteggere i passanti dai cani?».
E anche Bussu segnala il grave pericolo che costituiscono le predazioni e l’impoverimento delle aziende di allevamento. «In questa maniera – dice – permettendo che il territorio si riempia di predatori si spopolano le campagne che sono la ricchezza di Manciano. Si mette fine alla cura dell’ambiente che noi pastori effettuiamo e di conseguenza non si favorisce più quel turismo che ama questi luoghi proprio perché così ben curati e accoglienti. Si rischia di compromettere tutta una filiera che va dall’allevamento delle pecore alla produzione di formaggio dop».
L’aggressione di lunedì per Ugo Bussu non è un caso isolato. Nei giorni scorsi, aveva subito un altro attacco che gli era costato quattro pecore. «Sì – dice – non è la prima volta che mi capita. Anzi la penultima era stata di dieci giorni or sono. Quattro pecore morte. Pensavo fosse finita lì e invece non è stato così».
Una zona particolarmente martoriata, quella dei pascoli mancianesi, dove è ancora vivo il raccapricciante episodio dell’aggressione al gregge di Carmelo Masala, che perse, tre anni fa, 60 capi in una sola volta, un’aggressione fra le più devastanti a Manciano. (f.b.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
