Il Tirreno

Grosseto

Sparo mortale, agente assolto «Il fatto non costituisce reato» 

di Pierluigi Sposato
Sparo mortale, agente assolto «Il fatto non costituisce reato» 

Ribaltata in appello la sentenza che aveva riconosciuto la responsabilità colposa del poliziotto Quella sera era morto sulla Senese un albanese che viaggiava su un’auto carica di droga

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FIRENZE. La terza sezione della Corte di appello di Firenze ha assolto («il fatto non costituisce reato») l’assistente capo della polizia di stato Raffaele Bracale, condannato in primo grado a 10 mesi per omicidio colposo. Era accusato di aver ucciso Arito Canaj, alias Halo Panajot, al posto di blocco avvenuto la sera del 20 giugno 2012 all’uscita verso Grosseto della galleria di Casale di Pari. Quella sera la polizia intercettò la Volkswagen Golf condotta da Panajot accanto al quale viaggiava il cugino Maskim Deromenaj, all’epoca 21 anni: gli investigatori aspettavano un carico di droga (ne furono sequestrati 10 chili) e, da intercettazioni, sapevano che gli interessati avevano cercato delle armi. L’auto non aveva spento il motore, pur accostandosi, e quando un altro agente si era introdotto nell’abitacolo per togliere le chiavi, l’auto era ripartita bruscamente sterzando verso sinistra, cioè verso Bracale, rimasto colpito a un ginocchio. Nove i colpi sparati, Bracale si accorse che gli mancava un colpo solo quando stava portando Canaj in ospedale.

«Non poteva che terminare con l’assoluzione», commenta l’avvocato Marco Festelli che in questa fase ha seguito il caso insieme al collega Federico Bagattini di Firenze. In appello, la Procura generale ha chiesto l’assoluzione con la stessa formula poi adottata dai giudici di appello, con una camera di consiglio durata tre ore. L’accusa ha parlato per un’ora, sostenendo che l’agente non aveva fatto altro che svolgere il proprio lavoro, senza che sia possibile attribuirgli una colpa; impossibile, secondo la Pg, non tener conto del comportamento criminale dell’uomo ucciso. E impossibile anche non considerare che Bracale aveva solo e soltanto seguito le norme che gli imponevano di far rispettare la legge, anche in quella circostanza. I difensori hanno ripercorso i motivi di appello, evidenziato le contraddizioni da loro rilevate nella sentenza di primo grado. Si era trattato di una operazione di polizia particolare in cui era normale, stanti le circostanze di quel momento, che venisse tirata fuori la pistola. I legali hanno contestato l’attribuzione di una responsabilità colposa di Bracale, quando questi era stato additato di «essersi posto imprudentemente nelle circostanze materiali, con riguardo alla posizione e alla distanza dei ricercati che, viste al contempo le modalità in cui si trovava l’arma da lui impugnata, consentivano che il colpo partisse e andasse per la vicinanza dei soggetti a colpire mortalmente», come era scritto nella sentenza di primo grado. Il giudice aveva individuato anche «la piena prevedibilità del tentativo di fuga degli imputati» e, pur escludendo categoricamente ogni tipo di volontarietà, non poteva escludere una responsabilità dell’agente (uso legittimo ma eccesso colposo). I giudici fiorentini hanno invece escluso ogni tipo di reato.

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