Il Tirreno

Grosseto

Corona il suo sogno Si costruisce da solo una trebbiatrice  

di Fiora Bonelli
Corona il suo sogno Si costruisce da solo una trebbiatrice  

Saturnia: Miraldo, 69 anni, e una passione per la meccanica  Ha iniziato da due ruote di una vecchia macchina: e funziona

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SATURNIA. Costruisce a memoria e tutto da solo una macchina trebbiatrice da capo e piedi. Un lavoro certosino e di alta precisione per il quale c’è bisogno di grande competenza e per il quale sono occorsi ben due anni di impegno assiduo. Ma Miraldo Caciai – che ha un podere a Pian d’Artino nelle campagne di Saturnia – ce l’ha fatta.

«Ho cominciato dalle due ruote di una vecchia macchina – racconta Miraldo emozionato – e poi su su ho costruito pezzi, incastrato le parti, verniciato di rosso la mia trebbiatrice».

Miraldo ha sessantanove anni, ha cominciato a lavorare quando ne aveva tredici, prendendo sin da bambino confidenza con le trebbiatrici, macchine agricole utilizzate per sgranare i cereali e separarli dalla paglia, conosciuta anche come “macchina per battere il grano”. Oggi quasi un reperto, la trebbiatrice, di antiquariato, sostituita dalla mietitrebbia che esegue la trebbiatura contemporaneamente alla mietitura.

La trebbiatrice è stata la grande protagonista dell’agricoltura fin dal 1700, da quando, cioè, la inventò nel 1733 lo scozzese Michael Menzies. La macchina, montata su ruote, veniva spostata nelle diverse località di trebbiatura, sull’aia, trainata da buoi o asini. Nella prima metà del Novecento il motore iniziò ad essere costituito da un trattore, che aveva anche la funzione di trainare la trebbiatrice col pressaforaggi nei suoi spostamenti.

Una macchina complessa, simbolo del mondo contadino della Maremma, che Miraldo conosce a mente: «Ne conosco tutte le parti, il funzionamento, i marchingegni. Ero piccolo quando già lavoravo in campagna. E da tempo avevo in mente di costruirne una. Le due ruote posteriori me le ha fornite l’amico Fernando e ho cominciato di lì».

Miraldo ha le mani d’oro, una passione innata per la meccanica che ha affinato anche durante il servizio militare, ma ancora bambino guidava il trattore del nonno e aiutava nei campi.

«La trebbiatrice è sempre stata il mio pallino», rammenta. E l’ha costruita tutta a memoria, senza utilizzare schemi, ma facendo tutto grazie alle sue conoscenze, ricordi, intuizione. Compreso il battitore che è la parte più delicata della trebbiatrice e che ha bisogno di equilibrio, proporzione, ritmo, rispetto dei giri e delle distanze.

Un lavoro certosino, imparato sul campo, osservando il nonno che possedeva una delle prime trebbiatrici della zona di Saturnia, sostituita, dopo, dalla mietitrebbia. La trebbiatura è il momento principale dell’anno per l’agricoltore che vede i frutti del suo lavoro in quel momento simbolico in cui il grano si tocca con le mani, fra la polvere e il sudore e la partecipazione e l’aiuto di familiari e amici. Quella trebbiatrice, per Miraldo, è stato il coronamento del sogno di una vita e l’affermazione del suo legame indissolubile con la terra che fin da piccolo ha sempre amato.

La macchina è stata messa in funzione il mese scorso sull’aia dl podere di Pian D’Artino e la trebbiatrice di Miraldo ha funzionato fra l’emozione e l’ammirazione degli amici e di tutta la famiglia. «Abbiamo trebbiato un quintale di grano spiega Miraldo– poca cosa, ma mi è servito per provare. La trebbiatrice ha funzionato bene. Ha ancora bisogno di qualche lieve aggiustamento e correzione, ma è fatta ormai. E ne sono tanto felice».

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