Italia
la pena e il riscatto
Don Enzo: «Quel luogo invisibile ai più è la nostra coscienza critica»
GROSSETO. «Non si sa cosa sia un carcere e come vi si svolga la vita all’interno. La considero invece la coscienza critica della società». Le parole di don Enzo Capitani, espresse a margine della...
2 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. «Non si sa cosa sia un carcere e come vi si svolga la vita all’interno. La considero invece la coscienza critica della società». Le parole di don Enzo Capitani, espresse a margine della presentazione del progetto Primi Passi in Libertà stigmatizzano l’indifferenza generale che la società manifesta verso chi vive dentro una casa circondariale.
Il direttore di Caritas diocesana sottolinea lo sforzo che i detenuti compiono per provare, una volta scontata la pena, a reinserirsi nella società: ed è difficile. «Il carcere è come un punto di partenza – spiega – di un progetto che si rivolge alla città».
«Passiamo tutti di fronte al carcere di Grosseto – aggiunge Maria Cristina Morrone, direttrice della casa circondariale di via Saffi – ma poi giriamo lo sguardo altrove. È sbagliato perché dentro ci sono persone che stanno pagando la loro pena ma possono diventare migliori di prima, possono arricchire la società e, di concerto con il Terzo Settore dobbiamo investire su loro».
Il carcere di Grosseto è ospitato in un edificio storico, dell’800, che la direttrice ha definito «uno dei più bella della città»: ma come si vive lì dentro, cosa si fa, in pochi lo sanno. Il carcere grossetano ospita 18 detenuti, nove sono le stanze di detenzione, ogni cella può contenere massimo quattro persone; vi lavorano 31 agenti di polizia penitenziaria, sette amministrativi, nessun educatore effettivo – ad eccezione di Gino Paolini, che presta servizio al carcere di Massa (Massa-Carrara) e per due volte alla settimana opera in via Saffi.
«Luogo non visibile per definizione» è il carcere: è il pensiero comune ma rispetto, condivisione, sacrificio sono valori che anche dietro le sbarre si mantengono intatti come dimostrano le tante attività che si sono svolte nell’ultimo biennio nella struttura grossetana: due detenuti hanno completato il corso di alfabetizzazione, cinque su nove sono riusciti a conseguire il diploma di scuola primaria; quattro hanno preso parte a un laboratorio teatrale, altri quattro al corso di ginnastica dolce a cura dell’Asl 9, 10 ad attività religiose; cinque sono i detenuti coinvolti contemporaneamente in più attività non lavorative ed altre persone a turnazione sono impiegate saltuariamente in impieghi come cucina, lavanderia e pulizie, facchinaggio. (s. f.)
Il direttore di Caritas diocesana sottolinea lo sforzo che i detenuti compiono per provare, una volta scontata la pena, a reinserirsi nella società: ed è difficile. «Il carcere è come un punto di partenza – spiega – di un progetto che si rivolge alla città».
«Passiamo tutti di fronte al carcere di Grosseto – aggiunge Maria Cristina Morrone, direttrice della casa circondariale di via Saffi – ma poi giriamo lo sguardo altrove. È sbagliato perché dentro ci sono persone che stanno pagando la loro pena ma possono diventare migliori di prima, possono arricchire la società e, di concerto con il Terzo Settore dobbiamo investire su loro».
Il carcere di Grosseto è ospitato in un edificio storico, dell’800, che la direttrice ha definito «uno dei più bella della città»: ma come si vive lì dentro, cosa si fa, in pochi lo sanno. Il carcere grossetano ospita 18 detenuti, nove sono le stanze di detenzione, ogni cella può contenere massimo quattro persone; vi lavorano 31 agenti di polizia penitenziaria, sette amministrativi, nessun educatore effettivo – ad eccezione di Gino Paolini, che presta servizio al carcere di Massa (Massa-Carrara) e per due volte alla settimana opera in via Saffi.
«Luogo non visibile per definizione» è il carcere: è il pensiero comune ma rispetto, condivisione, sacrificio sono valori che anche dietro le sbarre si mantengono intatti come dimostrano le tante attività che si sono svolte nell’ultimo biennio nella struttura grossetana: due detenuti hanno completato il corso di alfabetizzazione, cinque su nove sono riusciti a conseguire il diploma di scuola primaria; quattro hanno preso parte a un laboratorio teatrale, altri quattro al corso di ginnastica dolce a cura dell’Asl 9, 10 ad attività religiose; cinque sono i detenuti coinvolti contemporaneamente in più attività non lavorative ed altre persone a turnazione sono impiegate saltuariamente in impieghi come cucina, lavanderia e pulizie, facchinaggio. (s. f.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
