Il Tirreno

Grosseto

«Uccise la nonna»: condannato Nove anni per Gino Laurini 

di Pierluigi Sposato
«Uccise la nonna»: condannato Nove anni per Gino Laurini 

A Piacenza chiuso il primo processo sull’assassinio di Giuseppina Pierini, avvenuto nel 2012 L’avvocato Nunzi: «Il giudice non ha riconosciuto né i motivi abietti né la premeditazione»

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PIACENZA. Il sostituto procuratore Roberto Fontana aveva chiesto per Gino Laurini dieci anni. Il giudice dell’udienza preliminare Adele Savastano ha ritenuto equa una pena di nove. Nove anni per l’omicidio della nonna, Giuseppina Pierini, e per l’occultamento di cadavere, in concorso con la madre Maria Grazia Guidoni, che però è giudicata dalla Corte di assise sempre a Piacenza (è qui, a Pontenure, che il delitto era stato commesso cinque anni fa) in un procedimento autonomo. Una pena che prevede lo “sconto” di un terzo determinato dalla scelta del rito abbreviato condizionato dalla perizia psichiatrica effettuata nei mesi passati.

«Nove anni non sono pochi - commenta l’avvocato Sandro Nunzi, difensore del giovane, 24anni ad agosto - Ma il giudice ha accolto del tutto la mia impostazione. Ha definito insussistenti la premeditazione e i motivi abietti, le due aggravanti contestate dall’accusa. Ha applicato interamente l’articolo 114, nella parte in cui diminuisce la pena di chi è stato determinato a commettere un reato, perché Gino era succube della madre, che esercitava un ruolo di supremazia. E, come del resto anche il pm, ha applicato le attenuanti generiche».

Non dieci ma nove anni. Sembra cambiare poco. Il legale ammette che «la pena è comunque eccessiva, mi aspettavo di meno», ma fa notare che «è stato ribaltato del tutto quanto ricostruito dalla Procura» e che comunque non potevano non aver inciso la perizia psichiatrica che definisce Gino «capace di intendere e di volere» al momento della commissione del delitto e il fatto che insieme alla madre lui abbia poi cercato di far sparire il cadavere, anche se da lui stesso fatto ritrovare nel novembre 2015 a Marsiliana di Massa Marittima. Un cadavere sul volto del quale era stato gettato dell’acido muriatrico con lo scopo di renderlo irriconoscibile.

Ma il difensore si riserva di presentare ricorso una volta che, fra novanta giorni, saranno depositate le motivazioni. «In appello la pena per Gino non potrà peggiorare - fa osservare Nunzi - Potrebbe anzi diminuire. Se andremo in appello, non si parlerà della configurazione giuridica ma solo della quantificazione della pena».

Gino c’era. «Si aspettava una condanna - argomenta l’avvocato Nunzi - Deve riprendersi, deve realizzare». Deve iniziare a pensare al suo futuro, a ciò che gli accadrà quando la pena diventerà definitiva. È ancora giovane, sarà ancora giovane. «Non so ancora se perdonerò mia madre, ci devo pensare. Sicuramente mi sono pentito e ho fatto bene a rivolgermi ai carabinieri», ha detto.

L’udienza di ieri è stata brevissima. Era stata fissata a oggi, dal 18 maggio scorso, per le repliche. Ma né il pm né il difensore hanno voluto parlare. Così il giudice non ha dovuto valutare ulteriori considerazioni, rispetto a quelle espresse nelle precedenti udienze (ad aprile per la requisitoria, a maggio per l’arringa): una quindicina di minuti e la dottoressa Savastano è tornata in aula per leggere il dispositivo, quella sentenza che condanna Gino Laurini per quanto avvenuto il 3 luglio 2012, quando alla nonna, malata, era stato avvolto intorno alla testa un sacchetto di plastica, chiuso al collo con del nastro adesivo. Sarebbe stato proprio Gino a suggerire alla madre, arrestata pochi giorni dopo la scoperta del cadavere, a chiudere il sacchetto alla base, per evitare che entrasse aria. Lo scopo del delitto, di cui Maria Grazia Guidoni, oggi 47 anni, deve ancora essere giudicata (anche per l’occultamento e la falsa denuncia di scomparsa), sarebbe stato quello di entrare in possesso del denaro della Pierini, per la quale - a causa delle sue condizioni di salute - era stato nominato un amministratore di sostegno. La donna aveva 63 anni.



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