Il Tirreno

Grosseto

Bambù al posto degli antichi olivi 

di Fiora Bonelli
Bambù al posto degli antichi olivi 

È la tendenza che sta prendendo campo sull’Amiata. Rabazzi: «Andate cauti, è meglio il nocciolo»

3 MINUTI DI LETTURA





MONTE AMIATA. Le piante di olivo lasciano il posto al bambù: è una chance che sta facendo sognare agricoltori di mezza Italia e che adesso è arrivata in sordina pure nelle campagne dell’Amiata. Pare sia una coltivazione remunerativa, tanto che c’è chi ha tolto gli olivi per piantare canne di bambù giganti: per lanciarsi un business a detta di molti redditizio, c’è chi ha sradicato più di 100 olivi e sta per dare il via a questo nuovo genere di coltivazione. La Cia ha i suoi dubbi e anche i residenti non vedono l’idea di buon occhio.
«Addio tradizioni». «È un colpo di spugna a secoli di storia e al tradizionale paesaggio toscano – dicono – a vantaggio di una pianta che nulla ha a che vedere con noi e le nostre tradizioni. Non contestiamo – continuano – che tutto sia nella norma ma ci chiediamo come sia stato possibile preferire una pianta “straniera” all’olivo della nostra tradizione più antica, identificativa dell’Amiata e di tutta la Toscana».
Sul mercato. Gli utilizzi del bambù sono molti: i germogli sono commestibili; i fusti della pianta, essendo cavi e robusti, si usano come materiale da costruzione per ecoarchitettura sia per abitazioni che per imbarcazioni. Il legno viene anche usato per la fabbricazione di mobili e arredi vari. Essendo materiale elastico e resistente il bambù si impiega talvolta per armare il cemento. E infine, l’uso più comune è per le biomasse. Si stima che un ettaro di bambù equivalga a 20 ettari di boschi tradizionali, e tagliando ogni anno il 30% del bambù non si pregiudica il raccolto dell’anno successivo.
I dubbi di Cia. Abbiamo chiesto un parere a Enrico Rabazzi, presidente della Cia grossetana: «Pare che il bambù sia un prodotto richiesto sul mercato: e c’è già chi ha abboccato». Anche in passato, rammenta Rabazzi, ci sono stati facili entusiasmi per piante o tipologie di allevamenti «che poi non hanno dato – valuta – le ricadute sperate. Per esempio, la rosa canina o la paulonia, un legno che ha striature marmoree e da cui si attendevano grandi guadagni. O come i lombrichi o gli struzzi, che poi non hanno fruttato nulla. Io ci andrei molto cauto anche con la canna di bambù. Oltretutto hanno radici molto infestanti: e quando la si volesse espiantare serve una bonifica costosissima del terreno per poterci rimettere altre piante: i rizomi continuano a gettare polloni e tendono ad espandersi nei terreni vicini. In ogni caso, credo per il ritorno economico, se mai vi sarà, si debbano attendere tre anni. Serve poi un bell’investimento: non so se il gioco vale la candela. Tempo fa era spuntata anche l’idea della canna di bambù piccola, da usare per fare il cippato: è stata una delusione».
Il consiglio. Rabazzi dunque non è scettico: è, invece, più propenso a coltivazioni multifunzionali: «Noi consigliamo di orientarsi piuttosto su attività agricole sfaccettate, multifunzionali, molto meno rischiose o proponiamo coltivazioni che fanno parte della nostra tradizione come il nocciolo, ad esempio, che sta dando soddisfazioni». Tornando alla canna di bambù, occhio: «Chi lo ritira – mette in guardia Rabazzi – è spesso anche la stessa ditta che vende le piante. Siate oculati».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web