Gioco
Angherie all’asilo, parlano le mamme
di Giovanna Mezzana
Manifestazione davanti al Tribunale di genitori non coinvolti nella vicenda. Tensione per l’arrivo del padre di un’imputata
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GROSSETO. Ci hanno messo la faccia per solidarietà e per vicinanza. E, soprattutto, perché «i loro bambini – dicono – sono i nostri bambini»: sono passate da poco le 9 e siamo davanti al Tribunale di Grosseto. Un gruppo di genitori – mamme, per la quasi totalità – si è presentato ieri mattina di fronte al Palazzo di Giustizia per far sentire il proprio sostegno a una trentina di famiglie i cui figli sono vittime di presunti maltrattamenti subiti in un asilo della città. Proprio ieri, alle 9, avrebbe dovuto svolgersi l’udienza preliminare – rinviata al 13 luglio alle 15.30, per uno sciopero degli avvocati – del procedimento per cui sono imputate Azzurra Marzocchi, Manuela Seggiani, Costanza Mori e Alessia Berti – rispettivamente la titolare, la contitolare e le maestre che hanno lavorato nella struttura – accusate di maltrattamenti e abbandono di minori.
«Vergogna». Sono le 9. 20. E con cartelli colorati mostrati a braccia tese – “I bambini non si toccano”, si legge in uno di essi – e il manifesto-simbolo “Io dico no alla violenza”, ci sono amiche – ma anche semplici conoscenti – delle mamme e dei babbi coinvolti nella vicenda dell’asilo. E siccome l’udienza è stata rinviata, tra di loro c’è anche qualcuno dei genitori i cui figli frequentavano quella scuola. Chi passa, guarda. Le auto rallentano. Loro sono sul marciapiede opposto alla scalinata del Tribunale: per non intralciare il via-vai di avvocati e magistrati. Spunta il padre di una delle maestre imputate, sale le scale e raggiunge l’ingresso del Tribunale. Cala il gelo. Poi sale un coro: «Vergogna, vergogna». C’è qualche momento di tensione, poi l’uomo va via. Tra le mamme resta l’interrogativo: perché quel gesto? Perché venire? È un processo questo che, ancor prima di cominciare, divide la città. È un calcio nello stomaco per tutti: nessuno si salva.
Elisa: «Famiglie distrutte». «È successo a loro – dice Elisa Brenci, una mamma di 36 anni – poteva succedere al figlio di ciascuna di noi. E invece una cosa simile non dovrebbe toccare a nessuno. Sono famiglie distrutte, a cui è caduto il mondo addosso. E fa male vedere la difesa a spada tratta delle imputate da parte dei parenti: è una reazione normale, ma potrebbe essere fatta in maniera più riservata».
Angela, l’organizzatrice. Angela Amante, 44 anni, è tra le promotrici dell’iniziativa di ieri che ha preso forma con un tam-tam sui social network. «Ho amiche i cui bambini frequentavano quell’asilo – dice – e in tutti questi mesi siamo sempre rimaste in contatto. So che stanno portando i loro figli da neuropsicologi e logopedisti». Non si nasconde dietro un dito Angela: «Sono sincera – aggiunge – mi aspettavo una maggior adesione da parte dei grossetani. I loro bambini sono i nostri bambini».
Annalisa: «Un mare di dolore». Si commuove Annalisa Feuli nel descrivere la sofferenza che ha visto negli occhi di quei genitori: «Quei filmati (il materiale video raccolto dalle forze dell’ordine tramite telecamere nascoste, ndr) – dice – hanno provocato una sofferenza profonda a queste famiglie. Per tutta la vita questi genitori si chiederanno che cosa hanno subito i figli nei giorni in cui le videocamere non erano ancora state installate». Non c’è dolore più grande, del resto, del dolore che temi abbia subito chi ami, se poi è qualcuno di indifeso è ancora più gravoso da sostenere.
«Vergogna». Sono le 9. 20. E con cartelli colorati mostrati a braccia tese – “I bambini non si toccano”, si legge in uno di essi – e il manifesto-simbolo “Io dico no alla violenza”, ci sono amiche – ma anche semplici conoscenti – delle mamme e dei babbi coinvolti nella vicenda dell’asilo. E siccome l’udienza è stata rinviata, tra di loro c’è anche qualcuno dei genitori i cui figli frequentavano quella scuola. Chi passa, guarda. Le auto rallentano. Loro sono sul marciapiede opposto alla scalinata del Tribunale: per non intralciare il via-vai di avvocati e magistrati. Spunta il padre di una delle maestre imputate, sale le scale e raggiunge l’ingresso del Tribunale. Cala il gelo. Poi sale un coro: «Vergogna, vergogna». C’è qualche momento di tensione, poi l’uomo va via. Tra le mamme resta l’interrogativo: perché quel gesto? Perché venire? È un processo questo che, ancor prima di cominciare, divide la città. È un calcio nello stomaco per tutti: nessuno si salva.
Elisa: «Famiglie distrutte». «È successo a loro – dice Elisa Brenci, una mamma di 36 anni – poteva succedere al figlio di ciascuna di noi. E invece una cosa simile non dovrebbe toccare a nessuno. Sono famiglie distrutte, a cui è caduto il mondo addosso. E fa male vedere la difesa a spada tratta delle imputate da parte dei parenti: è una reazione normale, ma potrebbe essere fatta in maniera più riservata».
Angela, l’organizzatrice. Angela Amante, 44 anni, è tra le promotrici dell’iniziativa di ieri che ha preso forma con un tam-tam sui social network. «Ho amiche i cui bambini frequentavano quell’asilo – dice – e in tutti questi mesi siamo sempre rimaste in contatto. So che stanno portando i loro figli da neuropsicologi e logopedisti». Non si nasconde dietro un dito Angela: «Sono sincera – aggiunge – mi aspettavo una maggior adesione da parte dei grossetani. I loro bambini sono i nostri bambini».
Annalisa: «Un mare di dolore». Si commuove Annalisa Feuli nel descrivere la sofferenza che ha visto negli occhi di quei genitori: «Quei filmati (il materiale video raccolto dalle forze dell’ordine tramite telecamere nascoste, ndr) – dice – hanno provocato una sofferenza profonda a queste famiglie. Per tutta la vita questi genitori si chiederanno che cosa hanno subito i figli nei giorni in cui le videocamere non erano ancora state installate». Non c’è dolore più grande, del resto, del dolore che temi abbia subito chi ami, se poi è qualcuno di indifeso è ancora più gravoso da sostenere.
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