La protesta
«Tucci non fu ucciso fu caduta accidentale»
di Pierluigi Sposato
Il consulente medico legale della difesa contesta le tesi del pm
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GROSSETO. «Si è partiti subito con l’ipotesi che fosse un delitto, invece può essere benissimo una lesione accidentale». Quando il medico legale Antonio Sorrentino, consulente della difesa, pronuncia queste parole di fronte alla Corte di assise che sta giudicando Claudio Orlando (anche ieri assente) per l’omicidio dello zio Antonio Tucci a Castel del Piano, c’è chi alza le sopracciglia e chi - come la sorella Maria Cristina, parte civile - scuote la testa.
La sua è una dichiarazione choc, controcorrente, anche rispetto all’ora del delitto. Secondo Sorrentino la morte è avvenuta nell’arco delle 16-21 ore precedenti al sopralluogo del medico legale incaricato dalla Procura, Matteo Benvenuti: questi era intervenuto alle 23 del 5 dicembre 2015 e secondo lui il decesso risaliva a 28-32 ore prima. Dunque, secondo l’accusa, il delitto sarebbe avvenuto tra le 15 e le 19 del venerdì; secondo la difesa, la morte è avvenuta tra le 2 e le 7 del mattino dello stesso sabato. «Non fu omicidio - aggiunge lo specialista della difesa che spinge per l’ipotesi delle 7 del mattino - Tucci si è sentito male nella notte, è sceso dal letto, è andato alla ricerca di qualche farmaco, non l’ha trovato, si è fatto male. Alla fine è caduto con una proiezione dalla seggiola all’indietro: la frattura parietale destra è compatibile con la caduta. L’ecchimosi marcata sopra l’arcata è indice della traiettoria, Tucci ha battuto la testa contro lo spigolo del frigorifero. Non esistono le bastonate. E le ecchimosi bipalpebrali sono conseguenti alla frattura della base cranica». A giudizio di Sorrentino (che non ha consegnato una relazione scritta e che non aveva effettuato un sopralluogo), lo status clinico di Tucci, sofferente di una broncopatia, con vari ricoveri, un cerotto antidolorifico, avrebbe dovuto consigliare altre conclusioni: anche perché la «perdita ematica imponente facilita il raffreddamento del corpo». Sorrentino ha insistito nella sua ricostruzione anche quando è stato interrogato dal pm Giuseppe Coniglio: «Nessuno ha voluto sentire il medico di base». Si discute anche delle dimensioni del cuore, grande perché malato.
Poco prima Benvenuti, che aveva eseguito l’autopsia, aveva dato una versione del tutto opposta, compatibile con l’aggressione a bastonate. Chiamato allora dal pm Laura D’Amelio, aveva anche ispezionato i luoghi, rilevando una temperatura ambientale di 15 gradi e corporea di 22. I segni sul cranio fracassato di Tucci erano «compatibili con un bastone». Quanti colpi? «Dodici-tredici in tutto». Poi ecchimosi sulle mani, compatibili con un meccanismo di difesa, e due rossori sul volto compatibili con un pugno.
Alla domanda del pm se vi era stata una colluttazione tra Tucci e l’aggressore, il capitano dei Ris Cesare Rapone che aveva esaminato le unghie della vittima ha risposto: «Posso solo dire che non l’ha graffiato. Non posso dire che non ci fu colluttazione».
Spazio poi ai testimoni della parte civile. L’avvocato Savino Guglielmi ha portato Sandra Viggiano, che tra il 2002 e il 2009 era stata la compagna di Orlando; con lui ha avuto un bambino. «Si era poi rivelato una persona violenta - ha detto la donna - mi aveva anche puntato un coltello sotto la gola, davanti a mia figlia, avuta da un’altra relazione». Sandra aveva visto Claudio il 7 dicembre: «Verso le 15,30 venne a casa perché voleva dare un regalo al figlio. Un tablet. Costosissimo rispetto al nulla che in genere portava...». Jeans, giacchetto grigio, maglietta nera, scarponcini: «Come nella foto in cui si vede arrestato». Poi? «Il giorno dopo verso le 17 lo trovai per strada, fu in quella occasione che consegnò il regalo. Aveva gli stessi vestiti. Me lo ricordo perché con mio figlio facevamo ogni volta valutazioni su come era vestito: era sempre sciatto, mio figlio si vergognava ad andare in giro con lui». Le scarpe? «Erano particolarmente grandi, chissà dove le avrà rimediate, ci dicemmo». Tipo Timberland, come quelle che le vengono mostrate in foto.
In aula anche il cognato di Orlando, Dante Mei. «Lo vedevo pochissimo. L’ultima volta il 7 o l’8 dicembre. Venne a casa mia e mi chiese se potevo tenergli il trolley, rosso prevalentemente. Lo misi in cantina, pochi giorni dopo vennero a prenderlo i carabinieri, non era mai stato aperto da nessuno». Anche Mei aveva notato le scarpe «grandi più del numero suo». Lui disse a Claudio che lo zio era morto: «Mi rispose: “Se ce stavo io non sarebbe successo”».
Oggi la Corte di assise si riunisce di nuovo. Sono in calendario le audizioni di cinque testi della difesa, tra cui due medici del 118. Se Orlando lascerà il carcere di Terni, potrebbe anche farsi interrogare.
La sua è una dichiarazione choc, controcorrente, anche rispetto all’ora del delitto. Secondo Sorrentino la morte è avvenuta nell’arco delle 16-21 ore precedenti al sopralluogo del medico legale incaricato dalla Procura, Matteo Benvenuti: questi era intervenuto alle 23 del 5 dicembre 2015 e secondo lui il decesso risaliva a 28-32 ore prima. Dunque, secondo l’accusa, il delitto sarebbe avvenuto tra le 15 e le 19 del venerdì; secondo la difesa, la morte è avvenuta tra le 2 e le 7 del mattino dello stesso sabato. «Non fu omicidio - aggiunge lo specialista della difesa che spinge per l’ipotesi delle 7 del mattino - Tucci si è sentito male nella notte, è sceso dal letto, è andato alla ricerca di qualche farmaco, non l’ha trovato, si è fatto male. Alla fine è caduto con una proiezione dalla seggiola all’indietro: la frattura parietale destra è compatibile con la caduta. L’ecchimosi marcata sopra l’arcata è indice della traiettoria, Tucci ha battuto la testa contro lo spigolo del frigorifero. Non esistono le bastonate. E le ecchimosi bipalpebrali sono conseguenti alla frattura della base cranica». A giudizio di Sorrentino (che non ha consegnato una relazione scritta e che non aveva effettuato un sopralluogo), lo status clinico di Tucci, sofferente di una broncopatia, con vari ricoveri, un cerotto antidolorifico, avrebbe dovuto consigliare altre conclusioni: anche perché la «perdita ematica imponente facilita il raffreddamento del corpo». Sorrentino ha insistito nella sua ricostruzione anche quando è stato interrogato dal pm Giuseppe Coniglio: «Nessuno ha voluto sentire il medico di base». Si discute anche delle dimensioni del cuore, grande perché malato.
Poco prima Benvenuti, che aveva eseguito l’autopsia, aveva dato una versione del tutto opposta, compatibile con l’aggressione a bastonate. Chiamato allora dal pm Laura D’Amelio, aveva anche ispezionato i luoghi, rilevando una temperatura ambientale di 15 gradi e corporea di 22. I segni sul cranio fracassato di Tucci erano «compatibili con un bastone». Quanti colpi? «Dodici-tredici in tutto». Poi ecchimosi sulle mani, compatibili con un meccanismo di difesa, e due rossori sul volto compatibili con un pugno.
Alla domanda del pm se vi era stata una colluttazione tra Tucci e l’aggressore, il capitano dei Ris Cesare Rapone che aveva esaminato le unghie della vittima ha risposto: «Posso solo dire che non l’ha graffiato. Non posso dire che non ci fu colluttazione».
Spazio poi ai testimoni della parte civile. L’avvocato Savino Guglielmi ha portato Sandra Viggiano, che tra il 2002 e il 2009 era stata la compagna di Orlando; con lui ha avuto un bambino. «Si era poi rivelato una persona violenta - ha detto la donna - mi aveva anche puntato un coltello sotto la gola, davanti a mia figlia, avuta da un’altra relazione». Sandra aveva visto Claudio il 7 dicembre: «Verso le 15,30 venne a casa perché voleva dare un regalo al figlio. Un tablet. Costosissimo rispetto al nulla che in genere portava...». Jeans, giacchetto grigio, maglietta nera, scarponcini: «Come nella foto in cui si vede arrestato». Poi? «Il giorno dopo verso le 17 lo trovai per strada, fu in quella occasione che consegnò il regalo. Aveva gli stessi vestiti. Me lo ricordo perché con mio figlio facevamo ogni volta valutazioni su come era vestito: era sempre sciatto, mio figlio si vergognava ad andare in giro con lui». Le scarpe? «Erano particolarmente grandi, chissà dove le avrà rimediate, ci dicemmo». Tipo Timberland, come quelle che le vengono mostrate in foto.
In aula anche il cognato di Orlando, Dante Mei. «Lo vedevo pochissimo. L’ultima volta il 7 o l’8 dicembre. Venne a casa mia e mi chiese se potevo tenergli il trolley, rosso prevalentemente. Lo misi in cantina, pochi giorni dopo vennero a prenderlo i carabinieri, non era mai stato aperto da nessuno». Anche Mei aveva notato le scarpe «grandi più del numero suo». Lui disse a Claudio che lo zio era morto: «Mi rispose: “Se ce stavo io non sarebbe successo”».
Oggi la Corte di assise si riunisce di nuovo. Sono in calendario le audizioni di cinque testi della difesa, tra cui due medici del 118. Se Orlando lascerà il carcere di Terni, potrebbe anche farsi interrogare.
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