Gioco
Premio Monicelli: "Non si può buttar tutto perché cambia il governo"
Il rammarico dell'ideatore della manifestazione, Mario Sesti, per la cancellazione dell'evento
GROSSETO. «Grosseto aveva un Premio intitolato a uno dei maggiori registi italiani del dopoguerra, uno dei più vivaci e vitali intellettuali contemporanei, nel nome del quale erano stati premiati tra gli altri Emma Bonino e Carlo Verdone: non si può pensare che, solo perché cambia amministrazione, questa cosa venga buttata via come un elettrodomestico, e non succeda nulla. Pensare questo è molto infantile».
Mario Sesti, scrittore, regista, critico cinematografico, ha ideato cinque anni fa il Premio Monicelli, cancellato da Fondazione Grosseto Cultura.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.15293557:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2017/05/05/news/premio-monicelli-un-addio-al-vetriolo-1.15293557]]
Cosa significa, per lei, la cancellazione del Premio Monicelli?
«C’erano migliaia di persone che partecipavano alla serata. Non so dove, a Grosseto o altrove, un premio culturale possa vantare un riscontro popolare così. Non era una conventicola di letterati o di cinefili. Aveva radicato in maniera tale che era diventato una realtà effettiva».
Come l’ha saputo?
«Ho ricevuto un’email venti giorni fa dove era scritto che non si faceva più per questioni di budget. E l’ho detto a Chiara (Rapaccini). Ma nessuno mi ha mai chiamato, non c’è stato confronto. La cultura è fatta anche di punti di vista diversi, capacità di dialogo. Il metodo mi pare francamente inappropriato».
Ci saranno altre iniziative.
«Questo culto delle identità locali è una tendenza che c’è non solo a Grosseto ma anche nel mondo, e porta a un localismo esasperato: la rievocazione storica è un gesto di strapaese. Abolire un Premio dedicato a Monicelli, che è un regista di fronte al quale tutti si alzano in piedi da New York a Londra, e sostituirlo con una rievocazione in costume sembra un film di Monicelli. Ci avrebbe scritto una sceneggiatura».
L’annuncio arrivato pochi giorni fa ha precluso la possibilità di organizzare il Premio con soggetti diversi o in posti diversi?
«Le cose hanno senso perché nascono in un determinato territorio. La Maremma non era a caso: c’era una presenza, una memoria, un vissuto di Monicelli. Lì si erano incrociati i pianeti: una fondazione culturale disponibile, un territorio che era il più appropriato, un’idea nuova, quella di premiare gli artigiani della commedia, che ai festival non premiano mai. Non era un Premio con gente in papillon, ma un’esperienza collettiva, un piccolo teatro con musica, film, corsi cinematografici. Avevamo iniziato a costruire qualcosa. Arrivare e chiudere tutto perché cambia amministrazione... Si fa così? Boh. Credo che in Inghilterra, in Francia, in Germania non sarebbe successo, anche cambiando colore politico. Anche questo è molto locale». (f.f.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
